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I fantasmi di Teheran
Pietro Masturzo, fotografo indipendente, ha vinto il premio World Press Photo of the Year 2009 con questa foto dove si vedono alcune donne iraniane che, di notte, dai tetti di Teheran lanciano grida di indignazione contro il regime di Ahmadinejad.
Dopo la laurea in Scienze internazionali e diplomatiche, conseguita a Napoli, qualche anno fa Pietro ha deciso di fare il fotografo per raccontare ciò che lo spinge a viaggiare per il mondo. Si è formato facendo la gavetta: inizialmente ha frequentato stage presso l’Associated Press e corsi serali di fotogiornalismo organizzati dal Comune di Roma, poi ha collaborato con agenzie e giornali italiani, e nel 2009 ha vinto , come secondo classificato, il concorso Fotoleggendo. Nel mese di giugno è andato in Iran con giornalisti free lance per vedere e documentare come gli iraniani stavano vivendo quello che definivano un momento storico a trent’anni dalla rivoluzione islamica che, tra l’altro, coincideva con le elezioni presidenziali. Pietro sentiva di dover esserci. E’ stato arrestato per avere scattato foto per le strade. Rilasciato e costretto a stare in casa nei giorni degli scontri tra oppositori e sostenitori di Ahmadinejad, ha iniziato a salire sui tetti delle case, incuriosito dalle grida che partivano dall’alto. Lassù ha scoperto i fantasmi di Teheran, persone timorose di farsi riprendere dall’ obiettivo fotografico, che gli hanno spiegato che questa forma di protesta fu adottata già trent’anni fa contro lo Scià. Uomini e donne, che euforici avevano sfilato per le strade in occasione dell’Election Day confidando nella vittoria del moderato Mir-Hossein Moussawi , ora gridano sogni e speranze tradite, affidando al cielo urla di indignazione, di protesta, di lotta. World Press Photo ha premiato non solo fotografie tecnicamente meritevoli, ma anche in grado di esprimere messaggi sociali forti. Gli scatti di Pietro in Iran Day, Election Day, Roofs of Teheran rivelano il modo in cui gli iraniani stanno vivendo un disperato tentativo di non arrendersi, che la giuria ha definito l’inizio di una nuova e grande storia .
Anche le donne gridano dall’alto dei tetti. La protesta delle donne in Iran è stata forte e proprio alcune donne sono diventate tristi simboli del dissenso. Hanno fatto il giro del mondo i giovani volti di Neda Soltan, la studentessa uccisa il 20 giugno 2009 da un componente Basij durante una manifestazione di protesta per l’esito sospetto delle elezioni, e di Taraneh Mousavi rapita per essere seviziata e bruciata. Donne troppo belle ed emancipate per potere opporsi a un paese reazionario che da tre decenni ha riconosciuto l’apartheid tra i sessi, forme di violenza e abuso a discapito delle donne, subordinazione dei diritti civili della donna (possibilità di viaggiare, intrattenere relazioni sociali, partecipare ad attività sociali) al permesso del marito, padre o di altro uomo di famiglia, vendita delle donne islamiche e poligamia, negazione dei fondamentali diritti umani, pene capitali che prevedono tortura, frusta , lapidazione (Delara Darabi, la pittrice ventitreenne iraniana condannata all’impiccagione per un delitto di cui si era addossata al colpa a 17 anni, scosse l’opinione pubblica. Qui il manifesto di liberazione delle donne in Iran) .Immagini e storie diffuse anche grazie a Internet.
In questa fotografia altre donne fanno echeggiare la loro voce in un’atmosfera impalpabile, nell’apparente e calma quiete della notte, interrotta da un grido che fa presagire davvero l’inizio di una grande storia per le nuove generazioni, delle quali Pietro ha colto anche occhi grandi e scuri , a volte spaventati, a volte proiettati altrove con l’entusiasmo pre- elettorale, e abbracci solitari, ma tenaci, dell’ideale di libertà dall’oppressione che tanti iraniani desiderano vivere non più come una chimera.
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Tradizione in azione (seconda parte)
San Lorenzo Maggiore è uno tra i complessi conventuali più importanti del Medioevo napoletano. Il sito in origine era il centro della polis greca, poi sede del foro romano e infine, nel VI sec, di una basilica paleocristiana Con l’avvento degli Angioini tra il 1270 e il 1300, iniziò un rinnovamento generale della città e la chiesa fu ricostruita in stile gotico francese. In essa e nel convento ci sono stati i primi insediamenti dei francescani a Napoli che dalla prima metà del ‘200 svolsero un’intensa attività spirituale e culturale ( qui hanno dimorato San Ludovico d’Angiò, il Beato Donato,il Venerabile Bartolomeo Agricola, San Giuseppe da Copertino, il Beato Bonaventura da Potenza, il Beato Antonio Lucci) . Nel 1302 con la fondazione dello Studio Teologico vi operarono numerosi studiosi come Fra Landolfo Caracciolo ( docente alla Sorbona di Parigi e fondatore dello Scotismo a Napoli). Qui Boccaccio incontrò Fiammetta- così pare-, mentre Petrarca dimorò in convento Tra due quadrifore in tufo, attraverso un portale del XIV secolo, si accede alla sala Capitolare, realizzata all’epoca della dominazione Sveva ( 1234-1266). Le ricche decorazioni delle volte sono attribuite al Luigi Rodriguez e risalgono al ‘600. Sulle pareti s’erge l’albero genealogico della Gloria Francescana che raffigura frati missionari, letterati,cardinali, papi e santi .
Al centro del chiostro settecentesco spicca un pozzo con puteale (parapetto) in piperno e marmo dello scultore Cosimo Fanzago. Una gigantesca luna è sospesa sul pozzo e su di essa giace un malinconico Pulcinella, in occasione della mostra Tradizione in azione – un percorso d’arte tra tradizione e contemporaneità , non a caso, ambientata in questi spazi mistici e suggestivi. Nella sala Capitolare, intorno a una colonna, è esposta una schiera di diavoli che captano la curiosità dei visitatori. Un girotondo di angeli dannati e beffardi che ostenta sfacciatamente se stessa ed esula dalle figure stereotipate del presepe artigianale. Orride e fantastiche creature, a volte goffe, ambigue e quasi ridicole, a volte sensuali, affascinanti e seducenti, spodestate dall’immaginario collettivo hanno preso forma grazie all’ abilità tecnica e alla creatività dei fratelli Scuotto (laboratorio d’arte La Scarabattola).
Non sembrano artefici di incubi, né di malefici, ma appaiono neutralizzate dalla loro visibilità rivelata, esorcizzate dall’ intrigante ed originale raffinatezza dell’opera d’arte. I demoni sono circondati da un’umanità di sofferenti ed esclusi ricreati in modo originale ( vittime di pregiudizi, imprudenza, ingiustizie, paure – appestati, femminiello, schiavi,bambini rapiti da Maria a’ Manilonga, la suicida Mafalda, Zi Michele atterrito dal Lupo Mannaro), cui si contrappone una luminosa e dolce Natività su un altro lato della sala. Da un’altra parte sono arginati dal capitone su meridiana, fatto a pezzi per rompere la linearità del tempo con la speranza di arrestare gli eventi nefasti e rigenerare un tempo nuovo, più equo e giusto.
“ Certo l’immaginario popolare napoletano è ricchissimo di aneddoti”, nota De Simone. “Si vuole che sulla Terra, nel periodo da Santa Lucia all’Epifania, oltre ai santi ci siano esseri demoniaci che si tengono lontani con l’incenso ed erbe pungenti.” Il diavolo, simbolo del male e dell’imperfezione, apparteneva al presepe nello scenario di vita e morte, realtà e immaginazione, sacro e profano, religione e magia. Poi è scomparso insieme ad altre figure esoteriche e straordinarie cedendo il posto a derelitti, deformi e mendicanti, riprodotti con un estremo realismo nel presepe del ‘600 . Il diavolo è il simbolo del malessere dell’anima, di una maligna forza sovrannaturale che svuota, ossessiona, acceca, immobilizza e soggioga nel male e nel terrore. Qui pare quasi che le creature diaboliche si autocompiacciano di essere ammirate nella loro mostruosità o ammaliante bellezza artistica, come per dire che bisogna temere ciò che è intangibile ed invisibile e si insinua in forme più subdole.
Flagromor è l’urlo di Satana, vive nel suo fiato e alimenta roghi blasfemi appiccati per riti pagani.
Demorciso, plasmato da Lucifero nell’argilla, è l’immagine della vanità dell’uomo e si nasconde nei riflessi compiaciuti degli specchi. La sua esistenza è andata sparendo nell’inganno della bellezza effimera, che lo ha ridotto all’inconsistenza del suo stesso riflesso.
Bersyl ha rughe incise dagli artigli del demonio per rubare la fiducia degli uomini in nome della saggezza.
Gelfo 333, troppo curioso per scrutare nelle fiamme del male, ha scorso l’altra metà del tutto ove alberga il bene. Pertanto è stato punito da Satana che gli ha cavato un occhio.
Raptoreves: in inverno il demone bianco si allea con Satana per confondersi nel gelido freddo delle anime perse che hanno smarrito il calore della speranza. A fine inverno gli subentra Lividus Gruneraptor, suo alter ego, che vive nelle ombre dei giorni estivi. Il demone nero segue le prede, fino al calar del sole, per trafugare i sogni dell’uomo fino a rubargli l’anima.
Questo percorso d’arte tra tradizione e contemporaneità, a mio avviso, si riassume nella figura del Pulcibastiano, trafitto dai corni delle molteplici contraddizioni di una città dalle tante emergenze. Ha un’espressione di sofferenza sul viso per le spine che si innestano sul suo tronco vitale. “Pulcinella è in scena come ortodossa maschera di napoletanità ed anche come emblema di cambiamento.” (Salvatore Scuotto)
Esprime “Il cruento trapasso dallo stadio di superstizione a quello di super azione e martirio. Necessario dolore pagato al miracolo della rinascita urgente ed inevitabile come la muta di un serpente che vuole crescere.”
La sua visione, all’interno della sala, è anticipata da un piccolo Pulcinella, coricato sulla luna sul pozzo del cortile di San Lorenzo. Abbracciato alla sua malinconia, sembra avvilito, stanco, inerte.
La luna si frappone alla demoniaca Maria ‘a Manilonga che dagli abissi allunga gli artigli per rapire bambini imprudenti. La luna piena lo sostiene, gli dona un’aura quasi surreale, sospesa tra il passato, presente e futuro delle tradizioni e della cultura napoletana, che compensano una napoletanità a volte colpevole, ma il più delle volte bistrattata da altri mali. La luna indica trasformazione, crescita, rinnovamento ciclico, e fa sperare che trasmetta energia a Pulcinella perché torni ad essere burlone, scanzonato, vitale, malandrino senza dovere più vendere l’anima al diavolo del facile compromesso e dell’illecito. Se il piccolo Pulcinella crea l’attesa di una nuova risata e suscita qualche profonda emozione, significa che vive ancora in tanti. Come la voglia di rialzarsi e riscattarsi.
Tradizione in azione- un percorso d’arte tra tradizione e contemporaneità
Complesso Monumentale di San Lorenzo Maggiore-Napoli
18 novembre 2009-18 gennaio 2010
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I valloni della penisola sorrentina
La penisola sorrentina è caratterizzata dalla presenza di valloni che comunicano direttamente col mare, formatisi coi movimenti tettonici dell’ultima glaciazione e i successivi processi esogeni. Come risulta da antiche stampe e dipinti che hanno consentito di ricostruirne la configurazione originaria, spesso riprodotta nei presepi, erano in parte percorribili e vi si svolgeva l’attività contadina resa possibile dai corsi d’acqua che li attraversavano. In seguito alcuni sono stati ricoperti da strade e restano visibili solo in tratti, perlopiù terminali, più vicini al mare.
I valloni creano un’atmosfera molto suggestiva per la rigogliosa vegetazione arborea e le pareti ripide e sono un patrimonio ambientale che merita di essere maggiormente valorizzato per gli endemismi tipici.
I più importanti sono:
il Vallone dello Scrajo a Vico Equense, il Vallone Centinaro che sorge nella frazione di Moiano in Vico Equense, il Vallone Rivo d’Arco di Seiano che costituisce il bacino idrografico più vasto del territorio di Vico Equense.
Il Vallone Lavinola (vedi foto), il più lungo (km. 4,150) e profondo, attraversa tutto il Comune di Meta fino al mare e segna il confine tra Piano di Sorrento e Meta. È uno dei più belli per la folta vegetazione arborea ben visibile dai tre ponti di Meta ( quello della zona Madonna di Rosella, quello del corso Italia e quello detto Ponte Orazio ( in origine O’ Razio – Ponte del Dazio che si pagava per attraversarlo).Lavinola è la zona più a monte, sede di antiche sepolture delle vittime della peste.
Il Vallone di San Giuseppe attraversa il territorio di Piano di Sorrento e sbocca alla Marina di Cassano. Sorge in località “Pezzella”, attraversa Monte Vico Alvano, il Formiello, San Liborio, Mortora, il Corso Italia per proseguire verso Savino e terminare al mare.
In epoca remota rappresentava l’unico asse di attraversamento trasversale per raggiungere il Piano, come risulta dalle testimonianze evidenziate dalla serie di rinvenimenti di tombe neolitiche del terzo millennio a.C. scoperte in località Petrulo durante gli scavi dl 1987. Di recente nei pressi della villa delle suore Pallottine è stata ripristinata la scala che consente di arrivare a piedi alla spiaggia e di osservare il tratto terminale del vallone.
Il Vallone di Sant’Agnello,detto di San Filippo, raccoglie le acque del versante ovest di
Montariello, attraversa via San Vito, passa adiacente la chiesa di San Giuseppe, attraversa Corso Italia, dove è stato interrato per tutta la lunghezza del Viale dei Pini e sfocia nel golfo del Pecoriello, di proprietà delle suore salesiane di Villa Crawford.
Il Vallone dei Mulini a Sorrento si estende fino alla marina Piccola, sede del porto, ed è la parte centrale di un sistema di tre valloni.
In epoca romana dal Vallone dei Mulini se ne diramava un altro che sfociava a Marina Grande, sede del borgo marinaro di Sorrento, attualmente colmato nella parte di Via degli Aranci. Il terzo vallone saliva dalla Villa La Rupe verso le colline, per biforcarsi poi verso la contrada Tigliana e la contrada Cesarano, ed attualmente è quasi tutto coperto dalla strada.
Nel’500 i valloni appartenevano alla famiglia Tasso e più tardi divennero di proprietà della famiglia Correale che fece costruire il porto di Marina Piccola, anticamente detto Capo Cervo poi Capo Cerere per un tempio romano dedicato alla dea Cerere che fu distrutto in seguito alle frane del vallone alla fine del ‘500. Il Vallone dei Mulini deriva il suo nome da un antico mulino che macinava grano, del quale sono visibili i ruderi insieme a quelli di un lavatoio pubblico e di una segheria alimentata dalle acque provenienti dalle colline di Cesarano, Baranica e Rivezzoli, e dalle acque sorgive. Qui vi sono grotte dalle quali probabilmente si estraeva il tufo , utilizzato per la costruzione di case, e in esse erano stati scavati pozzi che fornivano acqua ai sorrentini. Sul vallone c’era uno stretto ponte (riprodotto nel presepio della Cattedrale di Sorrento) e quando nel 1866 fu costruita Piazza Tasso, che ne colma una parte, il vallone dei Mulini fu isolato e abbandonato dall’uomo. Oggi vi cresce una rigogliosa vegetazione spontanea grazie anche all’alto tasso di umidità che s’aggira intorno all’80% durante tutto l’anno.
(notizie tratte dal web)
6 comments“Terre, acqua e fuoco” ( borgo Maiano di Sant’Agnello)
La terza edizione della manifestazione “Terre, acqua e fuoco” si svolge nell’antico borgo Maiano di Sant’Agnello (Na) in occasione della festa di San Rocco dal 20 al 23 agosto e prevede esposizioni e laboratori di ceramiche di maestri d’arte pugliesi e campani, spettacoli, concerti di musica popolare e classica, mostre fotografiche, conferenze, sagre di piatti tipici regionali. Quest’anno la gente del borgo Maiano apre i portoni delle case e i cortili per accogliere ed accompagnare gli ospiti in un percorso espositivo finalizzato alla valorizzazione dell’artigianato e della cultura locale e pugliese, alla scoperta di antichi sapori, odori e profumi, allo scambio culturale con i ceramisti e gli artisti di Grottaglie ( provincia di Taranto), attenti sia alla tradizione che alla ricerca di nuove forme espressive.
Grottaglie è rinomata per il Quartiere delle ceramiche, caratterizzato da botteghe scavate nella roccia, in alcune delle quali si conservano ancora antiche fornaci. All’età classica si fanno risalire antichi reperti ceramici, ma la diffusione di maioliche risale al ‘700 con “l’arte ruagnara” per la produzione di oggetti d’uso comune e quella “faenzara” a carattere prevalentemente decorativo e ornamentale, per un uso più elitario.
Leggenda e realtà si confondono sull’origine di Sant’Agnello. Con certezza si può dire che prima gli Osci , poi i Fenici popolarono questa terra. Nell’ 89 a.C. Sorrento divenne municipio romano e quindi luogo di villeggiatura di ricchi romani. Nei secoli successivi anche i sovrani e i nobili, angioini ed aragonesi, fruirono delle bellezze e delle risorse naturali della penisola sorrentina. Nel gennaio 1808 Piano di Sorrento si separò da Sorrento come Comune a sé e Sant’Agnello divenne vassallo del nuovo Comune finchè nel 1866 conquistò la sua autonomia. Fu suddivisa in sei borgate, tra cui quella di Maiano, probabilmente una delle più antiche dove in epoca romana un certo Majus, ricco proprietario terriero, eresse una villa di campagna.
Il rione Maiano comprende molti vicoli caratteristici , sui quali si affacciano le tipiche case di tufo, alcune rimaste come erano in origine, coi grossi portoni di piperno che s’aprono su cortili interni . A tutt’oggi in questo borgo sopravvive la lavorazione dei mattoni, risalente all’epoca romana, ed esportati in ogni parte d’Italia per la costruzione di camini e forni. L’arte dei laterizi è uno dei magisteri più antichi della penisola sorrentina; il mattone attuale è affine a quelli della villa romana Pollio Felice del Capo di Sorrento probabilmente per la stessa creta utilizzata. Il terreno argilloso ricco di silicio, tipico di questi luoghi, lavorato a mano rende il laterizio molto poroso così da poter scaldarsi velocemente e trattenere a lungo il calore.
Il Comitato per la promozione turistica, culturale ed artigianale del Borgo Maiano s’adopra per far rinascere questo luogo con laboratori artigianali d’eccellenza e l’istituzione di una scuola di formazione nella speranza di avvicinare i ragazzi all’arte, all’artigianato e alle tradizioni locali e di creare opportunità di lavoro. Infatti all’evento hanno collaborato anche gli importanti Istituti Statali d’Arte di Grottaglie, Sorrento, Napoli, Caltagirone, Cerreto Sannita, Deruta.
Merita un cenno una delle feste più popolari della penisola sorrentina, cioè quella di San Rocco al quale è consacrata la chiesetta del borgo di Maiano. Per nove giorni la comunità si preparava a vivere la festa in onore del santo nell’ultima domenica di agosto e con devozione lo invocava per ottenere la liberazione dalla peste e da ogni male. Piatto tipico della festa, al quale è dedicata un’apposita sagra nel corso della manifestazione “Terre, acqua e fuoco”, sono le polpette.
Particolarmente interessante è l’antica ricetta delle polpette, dal sapore agrodolce, che contava ben 21 ingredienti: carne macinata, aglio, prezzemolo, parmigiano, romano, basilico, uova, frutta candita, uva passa, pinoli, pesca gialla, pesca bianca, pera, cioccolato, biscotti “Maria”, amaretti, vino bianco, pane raffermo, cannella, noce moscata e sale. Una polpetta valeva un pasto completo !
Questa manifestazione è soprattutto un’occasione di aggregazione per la comunità locale oltre che un’ attrazione turistica dove l’arte, la musica ,la ricreazione di angoli di antichi mestieri, l’accogliente aria di festa creano un’atmosfera suggestiva da non perdere.
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Una goccia d’acqua.
Una goccia scivola pian piano lungo un filo d’erba e assorbe frammenti di luce. Fragile perla vibra ad ogni soffio e riflette colori cangianti. A volte svanisce lievemente per ricongiungersi ad un raggio di sole, a volte pesantemente precipita, nutrendo la terra.
Rapida è la sua corsa per crescere, lenta è l’attesa del suo destino. Calmo lo stato di apparente quiete, in cui accoglie la vita intorno che vi si specchia.
Cristallo sospeso nel suo eterno splendore, palpita.
E dolcemente incanta.
6 commentsL’aurora polare vista da Base Concordia (Antartide)
Dopo il lungo e buio inverno polare, ecco nuove immagini da Base Concordia nella località di Dome C (Antartide). Secondo una tradizione istituita da Sir Shackelton circa un secolo fa, il 21 giugno gli amici della base hanno festeggiato il Midwinter (il solstizio d’inverno) , cioè il giorno più buio dell’anno, scambiandosi auguri da una stazione antartica all’altra in un continente apparentemente disabitato. Per alcune stazioni sulla costa, le giornate stanno diventando via via più lunghe.
Mentre noi soffriamo un caldo afoso e ci godiamo le lunghe giornate estive, l’equipaggio di Base Concordia è al lavoro e in attesa del sole che comparirà nuovamente all’inizio di agosto. Ecco le foto dell’aurora australe, inviate dall’amico M.
Un radioso saluto dall’Italia a tutti voi in Antartide, e grazie della bella testimonianza e del prezioso contributo alla ricerca scientifica.
Maria e Luigi.
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Un saluto dall’ Italia a Base Concordia (Antartide)
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sms
Ci hanno costretto a tacere
pitturando le nostre libertà
in grigi oceani di pianto
contando le nostre paure
in giorni, di aiuole antiche.
le nostre palpebre secche
raccolgono orbite di occhi
giovani, addolciti appena da soli lontani.
Incontaminati, lievi, giungono i nostri
respiri verso mondi ostili cullando gli incubi
eterni dei vostri giudizi.
Abdelkader Daghmoumi
Tratto dal numero speciale della rivista di letteratura multiculturale: “CAFFE’ MAROCCO” – Gli scrittori marocchini in Italia (Nov. 2005)
Foto da the Big Picture in appunti novalis
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La regina d’Oriente.
Shanghai è la città cinese più popolosa. In poco più di un decennio ha costruito un’economia basata su servizi finanziari e bancari, imprese manifatturiere e ad alta tecnologia attirando consistenti investimenti di numerose imprese straniere e diventando il più importante centro finanziario e commerciale della Cina. Il suo porto, il primo del paese, è uno dei più trafficati al mondo dopo quello di Singapore e Rotterdam.
E. si trova a Shanghai per istruire le maestranze di una fabbrica. La prima impressione che ha di questa città è il caos.
“Le strade sono una vera bolgia dove pare che non esistano regole nel modo di guidare e si rischia di venire travolti ogni volta che si tenta di attraversare la strada.
Belle e ricche vetrine, locali di tendenza in Via Nanchino.Ovunque i negozi sono forniti di qualsiasi materiale occorra per il lavoro, non solo di marchi cinesi ma anche esteri.
Si torna a vivere nel passato quando ci si addentra nella città vecchia, con le sue case caratteristiche e i vicoli stretti e poco puliti. Stradine che nascondono la vita famigliare racchiusa in pochi metri quadrati.
Shanghai è una metropoli piena di contraddizioni…”
Ciao E., grazie per le foto e il commento!
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Gemito – Museo Pignatelli
Villa Pignatelli ( Napoli) ,splendida dimora inglese che mescola lo stile neoclassico e neo palladiano, fu progettata nel 1826 da Pietro Valente per Sir Acton, passò poi ai Rothschild e infine ai Pignatelli Cortes d’Aragona che nel 1952 la donarono allo Stato Italiano. La villa, immersa in un parco, merita di esser visitata per gli arredi,statue, dipinti, decorazioni in stucco, collezioni di porcellane, argenti e cristalli che la rendono simile a un raffinato gioiello d’epoca.
È sede del Museo Pignatelli dove a distanza di cinquant’anni dalla mostra monografica tenutasi al Palazzo Reale di Napoli nel 1953, dal 29 marzo al 5 luglio 2009 sono esposte più di centocinquanta opere – tra disegni, terrecotte, bronzi, gessi, cere e argenti- che documentano l’ attività creativa di Vincenzo Gemito, geniale protagonista del panorama artistico europeo tra l’Ottocento e il Novecento. Una mostra di foto d’epoca, autoritratti, ritratti di parenti, meduse e sibille, grandi personaggi artistici e storici- come Verdi,Alessandro Magno e Carlo V- e soprattutto popolani e scugnizzi (bambini di strada) ripresi dal vero nelle vesti di acquaioli e pescatori , rappresentanti di un’umanità atemporale che vive nelle opere scultoree e grafiche di Gemito.
Gemito visse la sua esperienza umana e artistica come una continua prova da superare, pagando con la follia la sua tensione espressiva. Tutta la sua produzione ( sculture e disegni, in parte inediti, realizzati a penna,a matita, a carboncino, a seppia e ad acquerello ) riflette una personale ricerca sia sull’uomo, sia sull’essenza della forma fissata nel gesto e nell’attimo.
È interessante la vita di quest’artista che fece dell’arte la sua ragione di vita fino a divenirne quasi una mitica vittima.
“Egli aveva nome Vincenzo Gemito. Era povero, nato dal popolo; e all’implacabile fame dei suoi occhi veggenti, aperti sulle forme, si aggiungono talora la fame bruta che torce le viscere. Ma egli, come un Elleno, poteva nutrirsi con tre olive e con un sorso d’acqua (G.D’Annunzio, In morte di Giuseppe Verdi).”
Il 18 luglio 1852 Suor Maria Egiziaca Esposito si presentò all’orfanatrofio dell’Annunziata con un bambino che di notte era stato deposto nella ruota (i bambini indesiderati venivano in tal modo affidati alle suore).Il bimbo aveva solo un pezzo di tela e l’ orecchio destro bucato. Gli fu dato il nome Vincenzo Gemito. Adottato da un’umile famiglia, che da poco aveva perso un figlio, sin da piccolo fu avviato all’arte della scultura e si dedicò a ritrarre giovinetti di strada. Fu subito notato nell’ambiente artistico napoletano. Si classificò tra i primi nelle prove di ammissione al Real Istituto d’Arte e nel 1868 lo stesso re Vittorio Emanuele I acquistò il suo Giocatore in terracotta per la reggia napoletana di Capodimonte.Gemito si formò studiando i bronzi di Ercolano e dall’arte antica ricavava la solennità che nobilita ogni soggetto “…Se a l’artista manca la cognizione del passato non potrà mai fare un capolavoro. Le mie opere sono prese dal vivo così come sono esistite…”. Prima lavorò materiali duttili, plasmabili con le mani, come cera e terracotta, poi utilizzò anche il bronzo e l’argento che gli consentivano di controllare la forma in modo quasi ossessivo. Tra il 1877 e il 1880 visse a Parigi ove divenne amico di Meissonier, famoso pittore, che acquistò il suo innovativo Pescatore di bronzo e, pur mantenendo un’autonomia artistica, ebbe relazioni coi grandi artisti dell’epoca, da Boldini a Rodin.
Nel 1880 tornò a Napoli e realizzò la statua di Carlo V. L’insoddisfazione per la resa in marmo della sua opera scatenò un esaurimento psichico che lo portò quasi alla follia “io non ho più la genialità di prima e non mi sento più lo stesso uomo…”.Per poco tempo soggiornò in una casa di cura, poi dal 1887 al 1909 si isolò volontariamente nella sua casa, ove fu assistito dal padre “mastro Ciccio”, dalla moglie Anna e dalla figlia Giuseppina , che ispirarono molte sue opere. Nel 1909 riprese a viaggiare e a lavorare tra Roma a Parigi finchè, ormai famoso, tornò alla natia Napoli dove morì il 1° marzo del 1929 . Anche la sua scomparsa diventò mitica., come la sua fama. Si narra che, quando il corteo funebre giunse davanti alla marina, i becchini sentirono d’un tratto la bara più leggera sulle spalle. Ci fu un po’ di scompiglio tra i personaggi ufficiali finchè un signore in tuba levò la mano a indicare il golfo di Napoli: scortato da due delfini, Gemito navigava verso i mari della Grecia”.
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Primavera è… il popolo dell’erba!
“Microcosmos, il popolo dell’erba” ingrandisce il mondo infinitamente piccolo degli insetti, personaggi quasi surreali e fantastici. Più che un documentario scientifico è un inno alla vita e alla poesia della natura. Buona visione!
Strategie riproduttive dei fiori e la magica danza delle chiocciole.
L’impresa dello scarabeo stercorario.
Qui la versione integrale del film.
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