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Al galoppo nella storia infinita del presepe napoletano.
Nel ‘700 si verificò un processo di laicizzazione nell’allestimento del presepe napoletano che rappresentava realisticamente costumi, personaggi, paesaggi e il gusto dell’epoca e quindi sconfinò sempre più dalle chiese e dai salotti dei nobili nelle case dei borghesi e dei più umili . Re Carlo di Borbone fu un appassionato di presepi e, quando nel 1759 salì al trono di Spagna, portò con sé artigiani e artisti, promuovendo la diffusione del presepe in tutta Europa. Grazie al grande scultore G. Sammartino il presepe napoletano conquistò il riconoscimento di vera espressione artistica. Anche re Ferdinando di Borbone incentivò l’arte presepiale e di conseguenza anche il lavoro artigianale di falegnami, orefici, fabbri, sarti, ricamatori, armaioli . Con la fuga del re a Palermo e poi con la fine della Repubblica napoletana nel 1799, molti presepi privati furono smembrati in successioni ereditarie, in vendite o in trasferimenti in Francia. Dopo il periodo francese (1806-1815), con il rientro dei Borbone a Napoli riemerse la passione per il presepe ed allestimenti importanti furono realizzati nella reggia di Portici e di Capodimonte.
La crisi economica dal 1822 al 1840 e l’unità d’Italia determinarono cambiamenti sociali, politici ed economici e anche un declino della produzione presepiale che coinvolgeva architetti, scenografi, sarti, scultori e piccoli artigiani. Per fare fronte a difficoltà economiche , i grandi presepi di nobili famiglie furono venduti a pezzi, parte di essi furono ricollocati su scogli di sughero (lo scoglio è la base) .Via via le collezioni private risultarono incomplete e ben presto si allestirono scogli monoscenici che rappresentavano solo il gruppo della Natività, della taverna, della fontana, di scorci cittadini. Il presepe dell’800 si caratterizzò per la fedele riproduzione di scene di vita quotidiana e allo stesso tempo di maggiore sacralità nell’uso di tinte forti nei gruppi della Natività e nell’adorazione dei pastori con mani protese verso il Salvatore . Il presepe piacque alla borghesia che curò una scenografia popolare che rispecchiava la vita delle piazze, delle case, dei cortili e delle botteghe. Anche le statuine cambiarono: a differenza di quelle del Settecento furono realizzate totalmente con la terracotta, più facilmente riproducibili in serie e più piccole, fino ad un minimo di 4 cm, dette moschelle. Se in origine i piccoli pastori venivano collocati in lontananza , nell’800 popolarono presepi in miniatura.
Nel ‘900 decadde l’arte presepiale: in tempo di guerra gli antichi pastori spesso furono venduti per necessità o per disinteresse sia da privati che da preti, finendo in collezioni private. Solo alla fine degli anni ’70 si assiste ad un rinascita della cultura presepiale grazie anche al recupero delle tradizioni natalizie e degli antichi mestieri; si riscoprono i laboratori artigianali di San Gregorio Armeno che hanno suscitato interesse e passione in giovani divenuti poi grandi artisti del presepe.
Tra i tanti merita un’attenzione particolare il maestro Marcello Aversa di Sant’Agnello, paese della costiera sorrentina, che ha saputo valorizzare in modo originale una forma di artigianato trasformatasi in arte. Iniziò a lavorare nel piccolo opificio del padre nel Borgo Maiano dove da generazioni
si producono laterizi per forni a legna con antiche tecniche che prevedono solo l’uso delle mani e di forme di legno. Negli anni ’80 scoprì su una rivista il mondo del presepe del ‘700 ed iniziò a dedicarsi ad allestimenti presepiali in chiese locali e a partecipare a concorsi. Durante un’esposizione di prodotti artigianali italiani a Bruxelles le sue opere suscitarono grande interesse anche nell’Associazione Amici del Presepe-sez Napoli. I microcosmi presepiali in terracotta di Aversa, fedeli alle scene e ai personaggi del presepe napoletano, ben presto sono stati largamente apprezzati in mostre collettive e personali in Italia e all’estero per la maestria tecnica, la meticolosa cura dei particolari, la perfezione nelle proporzioni, nei gesti e nelle fattezze dei personaggi e l’armonia d’insieme . Scoglio e piccole figure, alte da 8 mm a 4 cm, sono realizzati con l’esclusivo utilizzo di una stecca e di uno spillo e formano un unico blocco che viene infornato a 920 °, sul quale poi in un secondo tempo sono collocati gli angeli. Stupiscono non poco i gruppi della Natività e scene con circa 20 figure racchiuse in campane di vetro di 3 cm di diametro.
Capolavori di terracotta, espressione dell’estro creativo e della passione di Marcello Aversa, si possono ammirare qui e nel negozio-laboratorio in Via Sersale a Sorrento.
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La storia infinita del presepe napoletano (seconda parte)
Sacro e profano, fede e superstizione, realtà ed immaginazione, costante celebrazione di vita e di morte sono ingredienti ben amalgamati nel presepe napoletano che si apprezza non solo per la raffinata manifattura, ma anche se si comprende la valenza simbolica dei suoi elementi e dei suoi personaggi.
La grotta,simbolo del grembo materno, offre riparo al Bambino, ai pastori e agli animali e segna il confine tra la nuova luce e le tenebre . Le ripide montagne e le salite rendono arduo il cammino per raggiungere il Salvatore, come difficile è la redenzione dal male. L’anacronistico castello, non a caso posto in alto e difeso da un soldato romano rappresenta il potere e richiama la strage degli Innocenti, mentre la chiesa e le edicole votive esprimono la religiosità collettiva. Benino dormiente è colui che s’incammina verso la verità e la sua capanna rappresenta una vita semplice e precaria . Il pastore adorante è arrivato alla fine del percorso e può finalmente contemplare il divino.
L’acqua dei ruscelli, dei laghetti, delle fontane e dei pozzi simboleggia sia la vita che la morte, rigenera e purifica (acquaiolo e lavandaia ),ma può anche distruggere e rapire come quella della fontana e del pozzo che collegano col misterioso ed insidioso mondo sotterraneo degli Inferi (Maria Manilonga), mentre il ponte su corsi d’acqua o tra i monti agevola il passaggio dal mondo dei vivi a quello dei morti.
La taverna è un luogo di “perdizione”, ove regnano i vizi di gola, lussuria, gioco ed ubriachezza; a volte vi compaiono anche un monaco ubriaco,che rappresenta la corruzione temporale della chiesa, e i giocatori di carte, detti Zì Vicienzo e Zì Pascale che hanno poteri divinatori.
La varietà di prodotti alimentari e ortofrutticoli, in bella mostra nelle botteghe o sui carretti, sono l’
abbondanza e la ricchezza della natura che può appagare l’atavica fame e la miseria del popolo spesso rappresentate da Pulcinella o dal mangiatore di maccaroni. Gli alberi simboleggiano conoscenza, sapienza e crescita, il fuoco è energia vitale, il mulino e la vecchia che fila la lana scandiscono il tempo che passa, la macina simboleggia morte e purezza.
Anticamente nel presepe, soprattutto sulle montagne, era presente anche un diavolo , poi soppiantato dal macellaio, dall’oste e dal barbiere che rievocano simbolicamente il male e il sangue. I numerosi mendicanti, spesso deformi (guercio, zoppo, storpio, la contadina col gozzo, la vedova rapata), rappresentano le anime purganti o pezzentelle che invocano preghiere di suffragio sulla terra.
La zingara preannuncia profezie non sempre serene,Ciccibacco ‘ncopp’a votte (Cicci Bacco sulla botte), su un carro simboleggia Dioniso, accompagnato da pastori e caprai, è l’umanità gaudente e festosa, la vecchia che dà mangime alle galline è il simbolo di Demetra che nutre Kore,Core cuntento ‘a loggia (Cuor contento sulla loggia) è l’allegria, la donna col bambino, cioè Stefania, rappresenta la maternità.
Gli animali hanno molti significati: il cane rappresenta la fedeltà e la promiscuità, la gallina indica fertilità, le pecore invece la morte, il maiale sia la lussuria che la parsimonia, i pappagalli, le scimmie e gli elefanti sono il gusto per l’esotico.
Il presepe è la sintesi dell’umanità di sempre che tra arti e mestieri, stagioni, scorci di case, mari, valli e montagne, gioia e dolore, piacere e spiritualità è tutta protratta alla celebrazione della vita, quella più semplice e innocente di un bambino, sospesa tra terra e cielo, prodigio della natura o magia divina. E’ difficile definire luce e amore. Ma quel bambino ne incarna il concetto. Suscita tenerezza ed evoca la fase iniziale di un percorso, dalla quale siamo partiti tutti.
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La storia infinita del presepe napoletano (prima parte)
Immancabile post sul presepe napoletano, sintesi di sacro e profano, di valori e della vita, confluenza di personaggi in cammino, appartenenti ad ambienti e contesti diversi, espressione di riti, di usi e costumi ,di arte e cultura, di storia napoletana.
Ogni elemento racchiude un significato simbolico che potete ritrovare in post precedenti: per esempio la grotta rappresenta le tenebre prima della venuta di Cristo, la capanna è la fede paziente, il tempio diroccato con colonne corinzie è il superamento del paganesimo con l’avvento del cristianesimo. In effetti Cristo nacque nel solstizio d’inverno, quando a Roma si festeggiavano i Saturnalia e Mitra, per cui il cristianesimo pare sovrapporsi alle feste pagane, in un continuum col substrato religioso precedente.
La struttura del presepe indica un percorso, spesso in salita, che porta alla Natività, al Bene,. che spazia dalla purezza e dalla rigenerazione di Maria, dalla fiducia di chi ha fede, dalla paternità e dall’umile laboriosità dell’anziano San Giuseppe fino alla luce salvifica del Bambino.
Nel gruppo della Natività compaiono altri personaggi: il bue e l’asino simbolicamente rappresentano il sole e la luna, la luce e l’oscurità, il bene e il male che influenzeranno la vita del Cristo. I due zampognari, il ciaramellaro e il suonatore di zampogna , esprimono la povertà, la semplicità e la purezza d’animo . Gli angeli e i puttini invece sono la gioia del lieto annuncio a tutti i popoli della Terra. Uno regge la scritta “Gloria in excelsis Deo”, un altro sparge incenso, altri ancora suonano la tromba del trionfo e un tamburo, piatti metallici in ossequio al potere temporale e spirituale e in coro cantano l’Osanna.
I tre Re Magi possono rappresentare i tre continenti allora conosciuti, ma anche il viaggio del sole durante la notte che termina quando si riunisce col nuovo sole nascente. Viaggiano su cavalli di vario colore: bianco ( l’aurora), rosso o baio ( il mezzogiorno) e nero (la notte) o più spesso sul dorso di un cammello.. Melchiorre, l’anziano dalla lunga barba, offre l’oro simbolo della regalità, il più giovane Gaspare l’incenso, simbolo di divinità, il moro Baldassarre la mirra che ricorda la natura mortale di Cristo. Tutti seguono la stella cometa ,che illumina e guida verso il bene.
Nei presepi del Settecento c’era anche una Re Magia, sposa del moro e simbolo della luna. Spesso al loro seguito compare uno sfarzoso Corteo, a ricordo di quello turco giunto a Napoli nel 1741, formato da schiavi, paggi, portantini, elefanti, pappagalli, cani, scimmie e oggetti che richiamano il gusto , la curiosità per il ricco e raffinato mondo esotico e il desiderio di conoscenza del Settecento.
Vi segnalo
La seconda edizione di “Maestri in Mostra”- il presepe napoletano a Villa Fiorentino
7 dicembre 2011- 8 gennaio 2012
Villa Fiorentino- Sorrento
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Villa Torlonia e la Casina delle Civette
Il noto quartiere Nomentano a Roma custodisce Villa Torlonia, che ha un fascino particolare sia per il giardino all’inglese che per i numerosi e splendidi edifici disseminati nel parco.
Le prime notizie di Villa Torlonia risalgono al 1600 quando, come ampia tenuta agricola abbellita da statue, fu venduta da Giuseppe Maturo all’abate Giovanni Bovier. Acquistata nel 1673 da Benedetto Pamphilj che ben presto diventò cardinale, il vigneto lasciò il posto ad un elegante palazzo grazie agli interventi degli architetti Giacomo Moraldo,Mattia de’ Rossi e infine di Carlo Fontana. Nel 1762 passò ai Colonna e più tardi nel 1797 a Giovanni Torlonia che, incrementando i beni di famiglia con prestiti di capitali alle famiglie romane durante l’occupazione francese, ambì a un titolo nobiliare ed ottenne nel 1797 il titolo di marchese. Giovanni perciò acquistò la villa ed incaricò l’architetto Giuseppe Valadier di sistemare la tenuta perché fosse all’altezza del suo nuovo rango. Villa Colonna diventò quindi un elegante palazzo, furono costruite le Scuderie ma soprattutto si diede un nuovo assetto al parco con viali alberati e fontane.
Alessandro Torlonia, figlio di Giovanni,volendo emergere nell’aristocratica società romana, valorizzò la villa che divenne famosa per feste e cerimonie. Si avvalse di Giovan Battista Caretti che ampliò il palazzo ed aggiunse il pronao alla facciata ,edificò nel parco le finte rovine, l’Anfiteatro, il Tempio di Saturno e la Tribuna con fontana. Più tardi Quintiliano Raimondi costruì il Teatro, oggi in fase di restauro, e la Limonaia. L’architetto Giuseppe Jappelli, noto per i giardini all’inglese, fu l’artefice di innovativi interventi . Nella tenuta infatti furono realizzati il Campo dei Tornei, la Capanna Svizzera, la Serra e la Torre moresca e il parco fu abbellito di piante esotiche e laghetti.
Nel 1842 Alessandro Torlonia fece erigere anche due obelischi, dedicati ai genitori, e in tale occasione organizzò una grandiosa festa cui parteciparono pure il papa Gregorio XVI e Ludwig di Baviera. In seguito all’infermità della moglie Teresa Colonna , alla morte di una delle due figlie e del fratello Carlo, Alessandro si ritirò dalla vita mondana ed interruppe i lavori nella villa. L’altra sua figlia , Anna Maria, sposò Giulio Borghese ed ereditò la villa ma, di carattere riservato, non amò i fasti e le ambizioni del padre. Solo con Giovanni, figlio di Anna Maria, si ebbero nuovi interventi nella proprietà e in particolar modo fu proprio lui a trasformare la Capanna svizzera in Casina delle Civette, dove si ritirò. Dal 1925 al 1943 la villa fu residenza stabile di Mussolini tant’è che nel piano interrato si realizzò un rifugio antigas ed un bunker antiaereo, e dal 1944 al 1947 fu occupata dal comando anglo-americano. La proprietà subì gravi danni e per molti anni versò in uno stato di trascuratezza, fino a quando nel 1977 il Comune di Roma l’acquistò e venti anni più tardi l’aprì al pubblico come spazio museale .
Villa Torlonia è infatti sede di due musei: il Casino Nobile e la Casina delle Civette, che mi ha incuriosito non poco per il nome e ancor di più per l’aspetto. Casino Nobile è il palazzo principale, riccamente decorato da rinomati pittori, quali Podesti e Coghetti, e da scultori e stuccatori della scuola di Thorvaldsen e Canova, ed è anche sede del Museo della Villa e delle opere della scuola Romana.
Il neocinquecentesco Casino dei Principi ospita l’Achivio della scuola Romana e mostre temporanee. Attualmente la mostra ”Gio Ponti- il fascino della ceramica” (22 ottobre 2011-19 febbraio 2012, aperta dal martedì alla domenica , ore 9.00-19:00) che espone le ceramiche realizzate da Gio Ponti dal 1923 per la manifattura Richard Ginori. Opere estremamente raffinate che coniugano l’antichità classica con un più moderno estro creativo in forme ben delineate e sottolineate da armonie cromatiche e dalle pose di simpatici, talvolta ironici personaggi . Così ledonne su vaporose nuvole, animali in corsa , pagliacci, barche che veleggiano su sinuose onde alleggeriscono l’eleganza classica.
A Villa Torlonia si trovano anche le Catacombe ebraiche (III- IV secolo) della comunità giudaica romana.
Molto particolare ed originale è la Casina delle Civette, ideata nel 1839 da Giuseppe Jappelli come capanna svizzera, poi trasformata nei primi anni del Novecento in un bizzarro ed originalissimo villino, residenza del principe di Torlonia. Si chiama Casina delle Civette per decorazioni su vetro che richiamano la civetta. Peculiarità di questa casina sono le vetrate policrome, realizzate in gran parte da Cesare Picchiarini tra il 1910 e il 1925, su disegni di Duilio Ciambellotti ,Umberto Bottazzi, Vittorio Grassi e Paolo Paschetto.
Oggi la casina ospita il Museo delle vetrate artistiche in stile liberty , arricchita da opere degli stessi autori e da disegni, bozzetti e cartoni preparatori. Trasparenze , colori brillanti, pavimenti maiolicati o decorati con motivi floreali ( stanza del trifoglio, dei ciclamini) arredano le stanze con gusto squisito.
Come si può intuire dalle foto, qui si respira un’atmosfera quasi fiabesca, da scoprire in una tranquilla giornata d’autunno.
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Nerone, smamma! (Roma: 15-16 ottobre)
Nella mattinata del 15 ottobre sono andata nei pressi di piazza Bologna .Ho preso il bus della
linea 3 che tranquillamente, sia all’andata che al ritorno, è passato per via Labicana,Viale Manzoni, Via Emanuele Filiberto, piazza di Porta San Giovanni e la Città Universitaria. Nella piazza di Porta San Giovanni qualche bancarella e qualche striscione preannunciavano aria di festa. Mi ha colpito una scritta “Lasciate ogni partito voi che entrate”.
Nel pomeriggio avevo intenzione di raggiungere il corteo degli indignati, dopo avere accompagnato Skip vero in una clinica veterinaria. Al rientro a casa ho pensato di accendere internet e le notizie Ansa già informavano di tumulti e disordini. La curiosità di vedere dal vivo cosa stesse succedendo era forte, ma una saggia prudenza mi ha fatto desistere. Più tardi dai telegiornali ho appreso che cosa era successo e stava succedendo.
Questa mattina alle 8.30 sono tornata a Porta San Giovanni.
Un cielo terso e un’aria di primo autunno illumina il grande san Francesco che sembra
benedire la piazza, la stessa di cui stanno parlando tutti i mass media. Qualche turista è già in cammino, e pure un ubriaco che non esita ad attraversare senza alcuna cautela. Mi avvicino all’attraversamento pedonale nei pressi del semaforo, in cerca di tracce. Inizio a vedere vetri ed asfalto rotti, una carcassa d’auto sul lato opposto ed alcuni operatori di Sky tg 24. Via Emanuele è sommariamente pulita; piccoli cumuli di sanpietrini , una mazza spezzata, pali di segnaletica stradale divelti ed adagiati per terra testimoniano i fatti del giorno precedente. Proseguo per poco in via Merulana dove subito noto un cestino della spazzatura completamente spezzato, transenne abbattute, la telecamera rotta di un istituto religioso e, a fianco, insegne frantumate e fili troncati. Una suora mi dice che ieri le hanno consigliato di non mettersi in viaggio per raggiungere l’istituto e mi mostra i danni intorno.
All’incrocio con via Labicana è impossibile non fermarsi a guardare la banca Etruria. Oltre si snodano tre auto incendiate, indicate anche da un turista straniero al figlio, che pare avere visto gli scheletri di un dinosauro in un museo di scienze. Di lato,sul marciapiede, la serranda di plastica di una finestra del pianterreno, più avanti semafori rotti, le vetrate sfondate del banco del Lazio, di un’agenzia interinale e di uffici del Ministero della Difesa. Si provvede a ripulire e a rimediare ai danni subiti. All’entrata dell’agenzia due mazze appoggiate al muro. Mi chiedo come le abbiano potuto nascondere in uno zaino. Troppo lunghe, non passano inosservate. Come i caschi. Altre carcasse d’auto. Le strade sono state ripulite, nuovi cassonetti hanno rimpiazzato quelli inutilizzabili, solo qualche bidone annerito, vetri di parabrezza e resti di fari di automobili tracciano il passaggio del branco.
Scritte sui muri. Tante, sempre le stesse sigle che non meritano di essere reclamizzate. Ne fotografo qualcuna.“È arrivato Nerone, Roma brucia”. Forse Modestino è il secondo nome dell’ignoto graffitaro, che s’erge alla gloria dei posteri come Nerone. Più che come idolo, forse per lui potrebbe essere l’antieroe di un videogame. Tra realtà e finzione però ci passa un mare di diversità, se non altro per i ruoli e le responsabilità. Quando ho letto “L’unico futuro è la rivoluzione” ed “ Il futuro ce lo prendiamo da soli” ho intravisto per qualche istante una ventata di orgogliosa rivendicazione ma, pensando all’esito della presunta rivolta, mi chiedo quale sia stato il fine di questa scorribanda. Io vedo solo vandalismo e volontà di distruzione che stride con l’altisonante parola “futuro”.
L’ indignazione è generalmente conclamata per l’assurda guerriglia urbana di ieri, la rabbia di tanti è latente, ma con gli atti vandalici non si approda a nulla, se non ad alimentare ulteriormente tensioni sociali e paura. Mi chiedo come un gruppo di teppisti sia riuscito a raggiungere piazza San Giovanni, forse indossando un gonnellino etabetiano dal quale ha estratto spranghe, mazze e caschi e una violenza ad hoc, di quelle senza limite e fondamento, e forse senza alcuna bandiera. Non a caso il 15 ottobre è ricordato non tanto per i pacifici indignati d’Italia che hanno manifestato contro la disoccupazione giovanile e le scelte dell’alta finanza proponendosi come pluralità di giovani e meno giovani, italiani e stranieri, che credono nei principi fondamentali della democrazia. Centinaia di migliaia di persone hanno manifestato per una rinascita morale e civile, una ripresa dell’Italia, ma hanno potuto esprimersi limitatamente perché si è imposta l’incontrollata e presunta potenza di un branco, che sottende il bisogno di lasciare il segno della propria esistenza, come una cacca lascia traccia del passaggio di un cane. Un padrone educato la rimuove, come oggi rimuove il fantasma di un novello Nerone. Resta però un’aria pesante, ben diversa da quella tanto attesa. Resta un’amarezza di fondo che dovrebbe fare riflettere perché la precarietà, diffusa a tanti livelli, non lascia spazio alla progettualità a medio e lungo termine ed alla proiezione nel futuro , ammazza i sogni, induce a vivere il presente .
“Il futuro ce lo prendiamo da soli.”… Bello slogan, se fosse più costruttivo. Il genere umano ha la fortuna o la sfortuna di vantare un’intelligenza, che lo privilegia e lo condanna a cercare risposte per le domande delle varie fasi della vita. Agli animali, più o meno pensanti, non basta assecondare i bisogni primari- checchè si dica o si voglia credere- e se non ci sono ideali e valori in cui credere, e spessore morale e civile per i quali incanalare risorse interiori ed energie, non resta altro che fronteggiare la noia con la continua ricerca di sempre più nuove e trasgressive scariche di adrenalina in un presente da sballo, dal quale si dipenderà più che dall’ambizione di un futuro, che può sembrare una chimera irraggiungibile, ma che sicuramente richiede più forza , costanza , tenacia e coraggio di una scazzottata, ubriacatura, assalto e violenza. Prendiamo atto che esistono anche i black bloc, ma non basta, né può, né deve bastare. Come loro esistono tanti altri, molto diversi, che non sono pecore né ignavi, ma semplicemente più evoluti perché tentano di mettere a frutto in modo più proficuo e rispettoso la loro intelligenza, manifestano il loro dissenso in modo civilmente contenuto e sanno farsi valere con le armi di un confronto dialettico, che non è facile impugnare. Questa è la sostanziale differenza tra la cacca e il cane. La prima , presto o tardi, sarà sempre rimossa; il secondo sarà sempre libero di scegliere se avere o no un padrone col quale convivere pacificamente.
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Le magiche Lune di Pompei
È giunta alla III edizione “Le Lune di Pompei”, suggestive visite notturne nel Parco Archeologico di Pompei, che vede confluire negli scavi migliaia di visitatori provenienti da tutto il mondo. Una danza di luci, ombre e proiezioni virtuali per le strade e nelle domus di Pompei, accompagnate dalle poetiche riflessioni dell’attore Luca Ward, fanno rivivere le voci, i suoni, i profumi e i colori di una civiltà senza tempo.
Otto magiche lune indicano i luoghi più significativi della città sepolta, quali la Necropoli di Porta Nocera, l’Orto dei Fuggiaschi, la Casa del Profumiere, la Villa di Ottavio Quartione, la Casa della Nave Europa e l’Arena.
Quest’anno il percorso ha qualche nuova tappa e ha subito deviazioni a causa dei recenti crolli, per cui non prevede la visita dell’elegante domus della Venere in Conchiglia.
La tremante luce delle fiaccole e la Luna della Morte guidano i passi nell’antica Necropoli che custodisce la morte a Pompei ma non la morte di Pompei, perchè qui la morte è un continuum con la vita. In prossimità delle mura della città, sull’erba, le proiezioni delle onde del mare e del fiume Sarno svelano la ricostruzione virtuale del Foro, delle domus più famose, dell’arena e delle strade principali di Pompei. Il tempo modella la realtà , cambia i paesaggi, ma attraverso la Luna virtuale passato e presente si cristallizzano e sovrappongono.
La luna della speranza illumina i calchi in gesso delle vittime dell’eruzione. L’Orto dei Fuggiaschi induce ad un silenzioso e commovente rispetto verso la testimonianza più attendibile di ciò che accadde, di ciò che siamo e saremo. Rivela l’energia dell’invisibile che anima ogni mondo, le emozioni degli uomini di secoli fa che ancor oggi contagiano con la loro sfera d’amore, l’unica e vera speranza .
La domus del Profumiere racconta il successo e l’operosità di una città dedita al commercio, dove tutti potevano riuscire. Qui la luna del successo rischiara il giardino di Ercole ove il profumiere coltivava piante pregiate ed erbe aromatiche per l’arte del piacere.
La casa rustica della nave Europa, incisa su una parete, testimonia l’operosità e il desiderio di avventura e di scoperta di chi vi abitava. La luna comunitaria ricorda il mito di Europa che se in passato ha dato il nome al continente a nord di Creta e a questa domus, oggi assume un significato attuale perchè rappresenta l’unione di nazioni aventi la stessa rotta, il sogno di migranti di ogni epoca, proiettati nel futuro.
L’elegante villa di Ottavio Quartione sprigiona un gusto raffinato per il bello e la ricerca di conoscenza nel culto di Iside. La luna mitica svela i misteri dei magici rituali per un mito del tempo di Ottavio, cioè la dea egizia della fertilità , ben accolta a Roma. In verità i culti orientali non furono banditi dal mondo romano, se non per ragioni di ordine pubblico, anzi pian piano furono accettati ed assorbiti nei culti ufficiali.
In via della Palestra i graffiti illuminati dalla luna della Vita restituiscono le voci di Pompei, le storie di amori e di rivalità politiche, l’ironia, gli interessi, il mormorio della città.
Infine la Luna che si diverte sovrasta l’Arena ed onirici giochi di luce. Noi spettatori di oggi, un po’ increduli e disorientati, nel centro dell’Arena siamo l’attrazione per le vocianti folle di ogni tempo che continuano a divertirsi tra gli spalti, ricordandoci la quotidianità, i segreti, la raffinatezza della città sepolta che ancora palpita nello scottante monito “Hic Sumus Felices”.
“Una solenne proclamazione di gioia e di vitalità collettiva che associo a tutte le genti che vivevano Pompei . Uno squillo per i secoli a venire , una speranza di buon augurio per noi, provenienti dal futuro, incapaci di definire la felicità, se non per difetto, e tanto meno di scrivere una cosa del genere sui muri di una qualsiasi città. “Qui siamo felici.” E sarà una delle magiche lune di Pompei o il fascino acuito dalle ombre di una dolce notte d’estate, sarà il mistero di queste strade percorse da chissà chi e di questi muri che raccontano più di mille parole, ma in questa scritta graffiata c’è tutta la vita, la forza prorompente e la grandezza di una civiltà. Qui siamo felici. E non provo invidia, ma commozione e un senso di compiaciuta appartenenza a un patrimonio universale, a una sorta di Eden nascosto, carpito attraverso le fonti storiche.
Pompei, maledetta dalla natura e benedetta dagli dei, suggestiona chiunque nei suoi chiaroscuri, nell’eco remota che risuona dentro, nella sua immensità costellata da vibranti fiammelle che segnano il percorso, quasi a ricordo del percorso esistenziale dell’umanità .
“Qui siamo felici” è l’epitaffio più bello in memoria di una città che ha ancora tanto da dire indistintamente a tutti.” ( da Hic sumus felices – le Lune di Pompei in skipblog.it)
Le Lune di Pompei
Visite notturne degli Scavi di Pompei
Da luglio a ottobre nel weekend
prenotazione obbligatoria
per informazioni e prenotazioni www.lelunedipompei.it
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L’arte nella metropolitana di Napoli
L’arte pubblicamente esposta nelle stazioni della metropolitana di Napoli (linea 1 e linea 6) è espressione di una città culturalmente viva ed originalmente creativa. Ogni martedì è possibile effettuare una visita guidata gratuita, il Metro Art Tour, partendo dalla stazione del Museo, alla scoperta delle oltre 180 opere di 90 artisti contemporanei che, con il coordinamento artistico di Achille Bonito Oliva, hanno reso possibile la realizzazione di un museo decentrato . Quando sono stata a Napoli il tour era stato sospeso e allora ho girovagato da sola, ma mi riprometto di ricorrere ad una guida perchè sono riuscita a visitare parzialmente solo alcune stazioni della linea 1 in una sorta di caccia al tesoro che si snoda nelle viscere della terra, anche a 50 metri di profondità, e risale con decine di scale mobili ed ascensori fino in superficie.
La linea 1 della metropolitana è stata progettata da famosi architetti, quali Gae Aulenti, Alessandro Mendini, Domenico Orlacchio, con criteri di funzionalità e luminosità, resa soprattutto attraverso strutture di vetro e di acciaio, ed è stata abbellita da numerose opere d’arte contemporanea che si trovano all’esterno e all’interno delle stazioni, negli atri, lungo i corridoi, le pareti e le banchine del metro. Queste stazioni hanno spesso valorizzato i rioni, armonizzandosi nel contesto con nuovi giardini, fontane e parchi gioco, innovativi elementi di arredo urbano, trasparenti ascensori e guglie di vetro, superfici maiolicate. I viaggiatori, spesso sconsolati nell’andirivieni quotidiano, usufruiscono non solo di un mezzo di trasporto, ma di un originale ed elegante connubio di arte ed urbanistica. L’arte è a portata di tutti, di chi passa e spassa, si collega e si scollega nei labirinti sotterranei di Napoli.
Stazione Dante è il capolinea della linea 1. Sono ancora in corso i lavori in direzione di Piazza Garibaldi, sede della stazione ferroviaria, che si sono più volte fermati a causa di continui ritrovamenti archeologici. A piazza Dante, detta il Mercatello, tra il ‘500 e il ‘600 si svolgevano i mercati, finchè il Vanvitelli la ricostruì a metà del ‘700 per volere di re Carlo III. In effetti la statua del re finì in piazza Plebiscito, prima perchè non voluta dai repubblicani napoletani, poi perchè soppiantata dalla statua di Napoleone durante la dominazione francese ed infine da quella di Dante dopo l’unità d’Italia .
La piazza è stata ridisegnata dall’architetto Gae Aulenti, ed è diventata area pedonale con pavimentazione di pietra lavica. La stazione del metro è strutturata su 4 livelli, scende fino a 30 metri di profondità ed è dotata di 13 scale mobili e 5 ascensori. È un’elegante combinazione di cristallo e di acciaio. Scendendo verso i binari l’ opera di Joseph Kosuth in tubolare di neon immortala una frase del Convivio di Dante : “Lo calore e la luce sono propriamente: perchè solo col viso comprendiamo ciò, e non con altro senso.Queste cose visibili, sì le proprie come le comuni in quanto visibili, vengono dentro a l’occhio- non dico le cose, ma le forme loro- per lo mezzo diafono, non realmente ma intenzionalmente , si quasi come in vetro trasparente.E ne l’acqua ch’e ne la pupilla de l’occhio, questo discorso, che fa la forma visibile per lo mezzo, si si compiute, perchè quell’acqua è terminata. Quasi come specchio, che è vetro terminato con piombo-, si che passar più non può, ma quivi, a modo d’una palla, percossa si ferma; si che la forma, che nel mezzo trasparente non pare ( ne l’acqua pare) lucida e terminata”
Seguono opere di Nicola De Maria (un mosaico Universo senza bombe, regno dei fiori, 7 angeli rossi), Michelangelo Pistoletto (il bacino Mediterraneo) e olii di Carlo Alfano.
L’ installazione senza titolo di Jannis Kounellis con scarpe di donna e di uomo, cappelli, ecc.. tra rotaie suscita una libera interpretazione della metafora.
Materdei è un rione caratterizzato da edifici in stile liberty della prima metà del ‘900 e dalla chiesa rinascimentale di Santa Maria Mater Dei, da cui deriva il nome. La stazione della metropolitana l’ha riqualificato con un’area pedonale ricca di verde e di originali elementi di arredo urbano, mosaici, installazioni di ceramica e l’inconfondibile guglia di acciaio e vetri colorati dell’Atelier Mendini, che spicca anche nella stazione di Salvator Rosa (zona Vomero) .
È una delle stazioni più colorate della linea 1, come si può vedere dalle serigrafie sulla banchina e dai mosaici che riprendono temi marini.Qui si trovano le opere di Mathelda Balatresi,Anna Gili, Stefano Giovannoni, Robert Gligorov, Denis Santachiara, Innocente e George Sowden.
Stazione Museo, progettata d a Gae Aulenti, porta al Museo Archeologico Nazionale. È inconfondibile per la riproduzione dell’ Ercole Farnese,che domina la sala centrale, e l’originale della testa Carafa. Da questa stazione della Linea 1 si può raggiungere la stazione Cavour della Linea 2 della metropolitana attraverso tapis roulant che si snodano nei lunghi corridoi sotterranei abbelliti dalle foto artistiche di fotografi napoletani.
Nel corridoio che porta al Museo Archeologico si trova l’esposizione permanente Neapolis, che raccoglie i reperti archeologici scoperti durante i lavori di scavo della metropolitana, in particolare nelle stazioni Municipio,Toledo,Università e Duomo. Essi risalgono all’insediamento di Partenope, fondata dai cumani verso la metà del VII secolo a. C. , e di Neapolis tra la fine del VI e gli inizi del V secolo a. C. (tra questi vasi in vetro e terracotta,anfore funerarie e per alimenti, i modellini di tre galere rinvenute in piazza Municipio, resti di abbigliamento di marinai e calzari,epigrafi). Una mostra che in agosto non ho potuto visitare perchè il corridoio era chiuso, ma che di sicuro non mi lascerò sfuggire.
Stazione Quattro Giornate prende il nome dalle quattro giornate d’insurrezione popolare, che si svolse dal 27 al 30 settembre 1943 ed è nota come la rivolta degli scugnizzi in quanto i bambini di strada contribuirono alla vittoria. L’uccisione di un ragazzino di tredici anni, Filippo Illuminato, mentre lanciava una bomba contro un blindato tedesco, accese molto gli animi e indusse tanti a reagire contro gli occupanti nazisti e a liberare la città, colpita da pesanti bombardamenti e rastrellamenti, tant’è che le truppe alleate entrarono in una Napoli già liberata.
Quest’insurrezione del 1943 conferì alla città di Napoli la Medaglia d’oro al Valor Militare ed è ricordata nel Monumento allo Scugnizzo in piazza della Repubblica.
Sin dall’ingresso la stazione sembra un museo d’arte moderna, ricco di pannelli di materiali diversi che ricordano le Quattro Giornate di Napoli. Le opere sono di Umberto Manzo, Anna Sargenti, Baldo Diodato, Maurizio Cannavacciuolo, Betty Bee e si trovano sia nel percorso di discesa che di salita.
La stazione di Salvator Rosa , nella zona del Vomero, è stata disegnata dall’Atelier Mendini che ha realizzato uno splendido abbinamento di arte, urbanistica e storia . Artisti napoletani contemporanei della transavanguardia , quali Ernesto Tatafiore e Mimmo Paladino, hanno decorato anche gli alti palazzi adiacenti la stazione , valorizzando tutta l’area. La stazione sembra una chiesa con colorate vetrate ad arco e marmi policromi, circondata da giardini ove spiccano giochi per bambini , installazioni artistiche, aiuole maiolicate, i resti romani della via Antiniana che collegava Neapolis e Miseno e di una chiesetta. Molto suggestiva l’opera d’arte moderna delle Fiat Cinquecento nei pressi dell’ascensore.
La Stazione Vanvitelli è una delle più frequentate in quanto conduce al popoloso quartiere del Vomero e a mete turistiche obbligate quali la Certosa di San Martino e Villa Floridiana, ed inoltre vi confluiscono le tre funicolari che collegano il Vomero con la parte bassa della città.
Scendendo verso i binari si può vedere la spirale con la sequenza numerica di Fibonacci, realizzata da Merz. Poi una carovana di animali preistorici , realizzati da Vettor Pisani, i grandi mosaici di Isabelle Ducroite, il masso che rompe il vetro di Giulio Paolini. . Nei corridoi di uscita le foto di Gabriele Basilico e di Olivio Barbieri che riprendono particolari architetture della città .
Questo è stato uno degli itinerari turistici più sorprendenti che completerò non appena ritornerò a Napoli.
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Quinta edizione di “Terre , acqua e fuoco” (borgo Maiano di sant’Agnello)
È giunta alla quinta edizione la manifestazione “Terre,acqua e fuoco” che dal 18 al 21 agosto si svolge nell’antico Borgo Maiano di Sant’Agnello (Na), in occasione dei festeggiamenti patronali di San Rocco. Il Comitato per la promozione turistica, culturale ed artigianale e gli abitanti del Borgo Maiano, i maestri ceramisti e gli artisti accolgono i visitatori con esposizioni di ceramiche e prodotti dell’artigianato locale, laboratori dal vivo con maestri d’arte campani e marchigiani, musica e giochi popolari, balli, mostre fotografiche, letture delle poesie di Viviani, degustazione di piatti locali e marchigiani ( crostolo e bostrengo) e la prima edizione del concorso “Polpetta d’oro”.
Anche quest’anno nei cortili delle case e negli agrumeti di Maiano si articola un percorso espositivo finalizzato alla valorizzazione dell’artigianato e della cultura locale e marchigiana, alla scoperta di antichi sapori, allo scambio culturale tra i ceramisti e gli artisti della Campania, di Urbania e delle città ospiti nelle precedenti edizioni (Caltagirone, Deruta, Grottaglie Gualdo Tadino).
Durante questi anni il Comitato promotore ha fatto tesoro delle esperienze maturate con il gemellaggio artistico con città ricche di arte e storia, e proprio in questa quinta edizione consegue il meritato traguardo della pubblica presentazione del progetto di riqualificazione del borgo. Scambi non solo culturali e commerciali, ma collaborazioni tra gente che ama le proprie radici e vuole salvaguardare usi e costumi, antichi mestieri, attività artigianali d’eccellenza recuperate, arricchite, rinnovate anche in nuove forme espressive .
Il rione Maiano comprende molti vicoli caratteristici , sui quali si affacciano le tipiche case di tufo, alcune rimaste come erano in origine, coi grossi portoni di piperno che s’aprono su cortili interni . A tutt’oggi in questo borgo sopravvive la lavorazione dei mattoni, risalente all’epoca romana ed esportati in ogni parte d’Italia per la costruzione di camini e forni, l’antica devozione a san Rocco che liberò Sant’Agnello dal colera nel 1836 e 1837 e dalla tremenda peste del 1656 , e la tradizionale sagra gastronomica della polpetta che consta di circa 20 ingredienti ( sulla storia e sulla polpetta di Maiano vedi qui).
Situata nel nord delle Marche, nell’alta valle del fiume Metauro, nel 1636 Casteldurante, dominata dai duchi di Urbino, diventò Urbania in onore del papa Urbano VIII e fu elevata a città e diocesi “per la civiltà degli abitanti e la bellezza del luogo”.
In effetti Urbania cambiò nome più volte: Urbinum Metaurense, forse municipio romano, poi nel medioevo fino al XIII secolo Castel delle Ripe, quindi Casteldurante dal 1284 ed infine Urbania .
Castel delle Ripe, fedele al partito guelfo, si trovò in conflitto con la vicina Urbino e fu distrutta da Galasso da Montefeltro nel 1277. Per volere del papa Martino IV, Guglielmo Durante, Uditore delle Romagne e vescovo di Mende, la fece ricostruire sulle rive del Metauro dal 1280. Pian piano Casteldurante acquistò autonomia e potere e fece parte del Ducato di Urbino sotto la signoria dei Montefeltro nel Quattrocento e dei Della Rovere nel Cinquecento.
Proprio nel Cinquecento Casteldurante fu caratterizzata da una raffinata produzione di maioliche del Rinascimento, richieste da committenti italiani ed europei. Qui sorgevano ben 40 forni ove 150 maiolicari, tra cui abili incisori e pittori, producevano fini ceramiche e splendide maioliche istoriate che hanno reso grande l’arte dei maestri durantini fino ad oggi. Questi, oltre a creare decorazioni proprie, si cimentavano nell’illustrazione delle historie, cioè dei racconti mitologici e biblici, con un gusto raffinato ed innovativo che diede il nome allo stile istoriato che ben presto fu conosciuto in tutta Europa.
Piatti,ciotole,bacili,anfore,boccali erano decorati con fiori, stemmi, festoni, historie, cerquate (decorazioni con rami e foglie di quercia in omaggio dei duchi di Urbino), e dipinti con una gamma di colori che spaziava dal verde al giallo, dall’arancione al blu fino al bianco su bianco. L’arte della ceramica visse un periodo d’oro ancora nel Seicento ma a fine Settecento si ridusse ad una produzione di oggetti di uso comune, mentre nell’Ottocento e nel Novecento molte ceramiche furono esportate e appartengono ormai a collezioni pubbliche e private. Nel secondo dopoguerra Federico Melis ripropose la tradizione della maiolica nella scuola artigiana Arte Ceramica Metauro e alla fine degli anni’60 don Corrado Leonardi fondò il Centro Piccolpasso che ha formato una nuova generazione di ceramisti.
Dal 1994 Urbania è uno dei 36 comuni riconosciuti “Città di Antica Tradizione Ceramica”, rinomata per il Museo Diocesano che custodisce una preziosa raccolta di ceramiche del passato, e per la recente produzione di ceramiche che vede la sperimentazione di nuovi materiali e tecniche .
La sempre più consolidata manifestazione “Terre, acqua e fuoco” è un incontro tra realtà e culture diverse che rendono più significativo il presente.
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L’incostante bellezza del Rione Sanità: Palazzo Sanfelice e Palazzo dello Spagnolo
Già al tempo degli Angioini le scale erano un elemento importante dei palazzi napoletani ma dall’inizio del XVII secolo il barocco straripò in forme incredibilmente originali anche nelle scale. A dir poco spettacolari sono quelle progettate da Ferdinando Sanfelice (1675- 1748), figura straordinaria dell’architettura civile. Se la doppia scala a rampa della chiesa di san Giovanni a Carbonara sembra abbracciare il visitatore per accompagnarlo verso i portali, altra cosa sono le scale di palazzo Sanfelice e del palazzo dello Spagnuolo. Qui la scala diviene un elemento architettonico portante, quasi scenografico, più importante della facciata dei palazzi, che nel gioco di di trasparenza, di pieni e vuoti resi dall’intreccio di archi, rampe e volte a vista, come una trina cattura lo sguardo del visitatore.
Tra il 1724 e il 1726 l’architetto Sanfelice costruì un palazzo per la propria famiglia nel rione della Sanità, famoso per l’aria salubre. In effetti l’edificio consta di due corpi distinti, uniti dalla facciata principale sulla quale due ingressi si aprono in via Arena alla Sanità, n. 2 e n. 6. Tra le due coppie di sirene che sorreggono i balconi del primo piano ci sono iscrizioni di Matteo Egizio che decantano l’opera del Sanfelice. I palazzi sono molto diversi all’interno. Uno ha un cortile a pianta ottagonale dal quale parte una scalinata a doppia rampa. Purtroppo questo corpo ha subito antiestetici rimaneggiamenti che fanno piangere il cuore. L’altro cortile è molto più ampio, e da qui parte una grande scala ad ali di falco con cinque arcate per piano che ricorda un po’ lo splendido palazzo dello Spagnuolo, che fa tutto un altro effetto. La scala prende luce anche dal giardino retrostante. Si sa che all’interno del palazzo c’erano affreschi di Francesco Solimena e nella cappella privata le quattro statue delle stagioni,andate perdute, attribuite alla scuola di Giuseppe Sanmartino.
Nello scoprire questi due palazzi ho provato stupore ma allo stesso tempo impotenza di fronte allo sfregio dell’incuria per questo patrimonio architettonico ancora imponente, nonostante tutto, che ho associato alle pesanti occhiaie di un volto dai lineamenti delicati.
Una sensazione molto diversa si prova in via dei Virgini 19, sempre nel rione della Sanità, accedendo al cortile del palazzo dello Spagnuolo che mi ha strappato un “Quant’è bbbello” in concomitanza ad un grido di meraviglia di una turista, che poi mi ha chiesto di scattarle una foto sulla scalinata.
Il palazzo fu costruito nel 1738 per volere del marchese Nicola Moscati e molte fonti ritengono che sia stato progettato dal Sanfelice. Nel 1759 fu ereditato da Giuseppe Moscati, il medico che non esitò ad investire ricchezze e patrimonio nella cura dei poveri. Ben presto i Moscati persero prestigio economico e così il tribunale decise di vendere alcuni appartamenti ai loro creditori. Tra questi c’era don Tomaso Atienta, detto lo Spagnolo, che nel 1813 lo fece ampliare e lo arricchì di affreschi sulle pareti e sui soffitti e preziosi arredi, andati perduti.
Più tardi il palazzo fu messo all’asta e a metà dell’ottocento era quasi tutto di proprietà della famiglia Costa. Nel 1925 fu dichiarato monumento nazionale in occasione della visita di re Umberto di Savoia. Fu valorizzato da lavori di restauro negli anni sessanta e dopo il terremoto del 1980, finchè dal 1997 lo scultore Perez, proprietario di un appartamento, riuscì a recuperare antiche decorazioni nascoste dai vari e selvaggi rimaneggiamenti. La scala a doppia rampa con le cinque aperture per piano ricorda molto quella del palazzo Sanfelice. Essa separa due cortili, quello più interno è in pessimo stato.
Lunette, stucchi, medaglioni con busti e motivi floreali, tipicamente roccocò, sono attribuiti ad Aniello Prezioso che nel 1742 impreziosì la scala. In passato il palazzo ha ospitato l’Istituto e il Museo delle guarattelle, cioè delle marionette, tradizione di origine spagnola che attecchì facilmente a Napoli. Al secondo e terzo piano si aprirà, chissà quando, un museo dedicato a Totò, nato nel rione Sanità.
Due palazzi rappresentano lo stesso passato ma due diversi aspetti del presente. A questo pensavo mentre li osservavo e mi sono tornate in mente le parole del tassista che mi aveva rassicurato dicendo: ” Signò, cà nun ve succede niente” . Altri diversi aspetti dell’incostante bellezza del Rione Sanità.
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Chiesa di San Giovanni a Carbonara, Napoli
Via San Giovanni a Carbonara, in origine aperta fuori dalle mura della città, fino alla fine del medioevo fu destinata alla raccolta e combustione dei rifiuti (storia vecchia!). Su un terreno donato dal nobiluomo Gualtiero Galeota gli Agostiniani iniziarono a costruire nel 1343 una chiesa ed un convento che furono ultimati all’inizio del XV secolo durante il regno di re Ladislao d’Angiò- Durazzo. Questo è uno dei complessi religiosi più particolari e belli della Napoli del Quattro e del Cinquecento, realizzato in molteplici periodi.
Vi si accede da una scala ellittica a doppia rampa del 1707 , frutto dell’ingegno di Ferdinando Sanfelice, un grande architetto che trasformò le scale in un elemento architettonico scenografico. La scalinata conduce alla cappella di Santa Monica (XIV secolo) ove si trova il sepolcro di Ruggero Sanseverino realizzato da Andrea da Firenze. La chiesa fu nascosta dalla costruzione della cappella Somma del XVI secolo e pertanto vi si accede dal portale laterale ornato da testine di animali e foglie, da stemmi angioini e dal sole splendente dei Caracciolo.
L’edificio consta di un’unica navata a croce latina con cappelle aggiunte e, soprattutto nel presbiterio, conserva l’originaria struttura gotica. In fondo spicca il monumento funebre del re di Napoli Ladislao (1428), espressione artistica del primo Rinascimento, caratterizzato da logge, nicchie, sculture, figure allegoriche come le quattro Virtù poste alla base. È ornato dalle statue di Ladislao e di sua sorella Giovanna II, che gli successe e gli dedicò l’imponente monumento funebre, alto 18 metri e sormontato da un re a cavallo che, cosa piuttosto rara da vedersi in
una chiesa, brandisce una spada. La parete laterale all’altare ospita la Crocefissione del Vasari.
Oltrepassando il sepolcro del re, si accede all’abside che ospita la splendida cappella Caracciolo del Sole (1427) a pianta ottagonale. Qui si trova un altro sepolcro, attribuito ad Andrea da Firenze (1443), eretto per l’amante della regina Giovanna II, Ser Gianni Caracciolo, assassinato nel 1432.
Incantevole nelle tante sfumature del blu è il pavimento maiolicato di stile toscano , interessanti sono gli affreschi murali di Leonardo da Besozzo e Perinetto da Benevento raffiguranti le storie della Vergine e scene di vita eremitica. A lato del presbiterio si apre la cappella Caracciolo di Vico in puro stile rinascimentale (ultimata nel 1516). È a pianta circolare e ricca di arcate, colonne, nicchie, sarcofagi, statue raffiguranti gli esponenti del casato Caracciolo. Di fronte all’entrata della chiesa si trova l’altare di Miroballo di scuola lombarda ,iniziato nel XVI
secolo da Jacopo della Pila e terminato da Tommaso Malvito. Racchiude un imponente gruppo di statue ed è decorato con scene della vita di san Nicola da Tolentino, dipinte nel Quattrocento, una Vergine con Bambino di Michelangelo Naccherino (1601) e le statue di sant’Agostino e san Giovanni Battista di Annibale Caccavello.
La cappella di Somma a sinistra dell’ingresso fu eretta tra il 1557 e il 1566 su disegno del D’Auria e dal Caccavello, che realizzarono rispettivamente la parte inferiore dell’altare (Assunta) e il sepolcro di Scipione di Somma di fronte alla porta di accesso.
Scendendo a piedi dal rione Sanità, mi ha attratto la scala monumentale della Chiesa di San Giovanni a Carbonara che ho poi visitato. Ogni volta che vado a Napoli, da turista fai da te, scopro sempre qualche raffinata bellezza nascosta, perciò mi affascina questa città che si concede un po’ alla volta nei suoi quartieri più popolosi e nelle oltre cinquecento chiese, nonostante altri clamori sviino l’attenzione su altri fronti. Napoli si ama o si odia, senza mezze misure. Napoli meraviglia nel bene e nel male, è un sorriso compiaciuto e un pugno allo stomaco, una metropoli dalle emozioni contrastanti e contraddittorie che ti scaraventano dal buio alla luce quando meno te l’aspetti. Una città che ti fa abbassare lo sguardo per la vergogna e ti solleva lo spirito di fronte a capolavori dimenticati o repressi nel suo ventre, che meriterebbero altra memoria, e ti commuovono come quando riconosci un talento o un cuore gentile in una persona che a prima vista appare insignificante.
Quando arrivi a Napoli percepisci la confusione del rumore e del movimento, quando te ne vai porti dentro il fascino intrigante delle razze miste, il languore di una gloria passata che la mala sorte non riesce a rovinare del tutto, come la sensazione di un bacio rubato.
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