Quando si gioca a tombola

 Un detto raccomanda “Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi” perciò da sempre trascorro in famiglia la sera della  Vigilia e il Natale, tranne due volte che raggiunsi il consorte con prole e bagagli  al seguito. Non importa con quale ramo della famiglia si stia , anche se la tradizione vorrebbe con quello affettuosamente infestante dei parenti più prossimi. Sì perché le cose si complicano quando subentra la famiglia del/della  coniuge per cui spesso si adotta la soluzione dell’ half and half trascorrendo a turno la sera della  Vigilia e il Natale a casa dai tuoi genitori e poi dai suoi ( suoceri),  a meno che non si ricorra alla clonazione o si preferisca riunirsi tutti insieme appassionatamente.  Posso solo immaginare le diplomatiche acrobazie in cui si cimentano coloro che hanno più famiglie.

 Quando ero bambina trascorrevo la vigilia a casa delle sorelle di papà e il Natale in quella  dei nonni materni. Dopo gli esibiti e largamente apprezzati  virtuosismi gastronomici che folleggiavano in un turbinio di portate , noi bambini, più veloci della luce, aiutavamo a sparecchiare perché aspettavamo la pausa del dopo cena o pranzo per giocare a tombola. Ci mobilitavamo per svuotare la tavola e invaderla di più serie di cartelle della tombola , mentre mamma e zie già lavavano le stoviglie e preparavano il caffè da servire con struffoli e zeppole. I cugini più grandi verificavano che tutti i numeri fossero nel  panariello, per evitare un contenzioso  senza fine qualora a termine della giocata si fosse scoperto che mancava il fatidico numero che avrebbe annullato le sofferte vincite.  Io e gli altri cugini  iniziavamo a esaminare  le cartelle. Sì perché è un rituale  giocare a tombola. Ognuno ha un criterio personale di scelta di cartelle. Alcuni preferiscono pagare un’intera serie, così almeno trovano  sempre il numero estratto, altri cercano cartelle contenenti uno o più numeri porta fortuna, i più devoti  giocano solo con cartelle  marchiate dal loro  inconfondibile segno di riconoscimento. Mio fratello ne aveva una colorata di nero, che noi consideravamo nefasta perché portava fortuna solo a lui. Poi ci procuravamo i tapparielli, fagioli, monetine, pezzetti di carta per coprire i numeri, finchè non furono brevettate le cartelle con le finestrelle di plastica incorporate. Mentre gli uomini continuavano ad aiutare o a chiacchierare , noi già eravamo in fibrillazione a contare gli spiccioli, racimolati durante l’anno per le giocate di Natale. Iniziava allora la parata dei borsellini delle amministratrici delegate di famiglia, cioè delle mamme, che finanziavano i consorti. I grandi ci chiedevano di cambiare le banconote di 500 e 1000 lire e noi non aspettavamo altro per farci un po’ di cresta, giustificata dal servigio reso. Poi si concordava il costo di una cartella che solitamente era di 10 o 20 lire, che con l’inflazione aumentò a 50 , 100  e 200 lire e con l’euro a 20-30 centesimi (in tal caso melius deficere quam abundare e  non cadere nella tentazione del gioco d’azzardo). Allora le monetine fluttuavano su e giù per il tavolo, distribuite nei premi, restituite come resto o allineate in buon ordine, davanti alle cartelle, come buon auspicio di vincita. Quando finalmente la zia, padrona di casa, usciva trionfalmente dalla cucina levandosi il grembiule, eravamo tutti pronti in assetto di partenza, ben seduti e concentrati. Dopo un’animata contesa su chi doveva avere il cartellone e quindi governare il gioco, iniziava l’estrazione di numeri. Chi estrae i numeri deve essere rapido e veloce e sapere tenere banco, creare suspense  e animare la serata. Sì perché ogni numero della tombola napoletana ha un significato, a volte scurrile o allusivo, ma può divertire la combinazione che se ne fa. Per le anime innocenti presenti i numeri “sporchi” venivano taciuti , finchè furono messe in commercio le  cartelle della tombola napoletana e quindi ci istruimmo più o meno anche in questo. Bè ammetto che  ci ho impiegato circa  20 anni, facendo una memorabile gaffe pubblica, per capire che  “quella che guarda in terra” del numero 6  non era una timida pulzella, e nemmeno una che cercava quadrifogli o lenti a contatto smarrite, ma niente meno quella cosa che nel connubio col padre delle creature  contribuisce alla riproduzione dell’umana specie ( qui la spiegazione dell’arcano) .

All’estrazione del primo numero, un immancabile  spiritoso smorzava la quiete dell’attesa gridando AMBO…e solitamente la zia un po’ dura d’orecchi replicava:

“Cosa è uscito… il canto?”

“ No, no niente!”

“ Allora che ha detto?”

“Ha detto ambo, ma non è possibile farlo con un solo numero. Sta’pazziando (scherzando)”

 E via si procedeva guardando fissamente il numero che si desiderava fosse chiamato per fare ambo, poi terno, quaterna, cinquina sforzandosi di  comunicare telepaticamene con lui, che capitombolava nel panariello, affinchè si facesse catturare  e si decidesse ad uscire. Spesso capitava che due o più giocatori vincessero lo stesso premio, che veniva ripartito in ugual misura. Se ciò non era possibile, qualche spicciolo andava a rimpinguare il tombolino, democraticamente deliberato per offrire  la chance della seconda tombola. A volte si prevedeva anche una terza tombola, premiata  col tombolicchio, per  consentire quindi a più persone di vincere qualcosa.

 La tombola napoletana diverte se ad ogni numero viene associato il significato  attribuitogli dalla smorfia napoletana. I napoletani sono soliti dare i numeri, nel senso che matematizzano molto la realtà, e pure i sogni, e talvolta si accaniscono a rincorrere i numeri al lotto chiedendo devotamente aiuto a qualche santo protettore con la speranza che interceda presso la Fortuna. Ahimè non hanno ancora capito che la dea non ci vede e non ci sente.

  Intanto il numero 1 è l’Italia, forse a ricordo dell’art 1 della Costituzione che la riconosce una ed indivisibile. Olè! 2 è a’ figliola e, per prassi consolidata di casa mia, con la discrezione del mangia polpette, si chiede “ Quanti anni ha?”  Può essere che sia giovincella e ne abbia solo  23…”ma allora è pure scema” oppure 22 “ma è pazza” . Se per caso ne ha  33 , “ha  l’età di Cristo”, se supera la quarantina nasce una diatriba sul considerarla giovane o matura, se ne ha 77 è  sicuramente ‘na nennella della terza età , però dalle gambe scattanti di pin-up.  Una reazione a catena. Altro numero atteso dai bambini è il 4 ( il maiale) e il numero successivo ne conferma il peso. Il 31  prevede l’altisonante Pillicciò, che segnava la fine della conta prima di giocare a nascondino. All’11 dei suricilli ( topolini) segue la domanda “ Quanti sono?”

 

“ 65”

 “Maronna!”

 “ Sempre sia lodata”.  E mi rivedo mentre seguivo gli occhi della zia, rivolti in alto,  credendo di vedere un raggio celeste farsi strada nel soffitto.

“Che ha detto? E’ uscita A’ Maronna?”  

“No mammà. Era un’esclamazione.”

“ Ahhhhhh. E allora che è uscito?”

“65 ( il pianto)” 

“E ci credo che  tutti ‘sti surici  fanno piangere”

“ Mo’ ci vò ‘na jatta ( una gatta) .”

“ E’ uscita la gatta?…”

“No, no, sarebbe ora che uscisse  il cane ( quello vero per fare la pipì).”

“Ma o’ cane che numero è?”

 

Ad un certo punto la tiritera veniva interrotta da una telefonata. C’era sempre qualcuno lontano o in mezzo al mare che, a conoscenza della riunione di famiglia, telefonava per fare gli auguri a tutto il parentado. Seguiva un andirivieni dal tavolo al telefono, tra lacrime di commozione e abbracci a distanza che veniva poi addolcito da un giro di mustaccioli, roccocò e susamielli (dolci di Natale).

 

  Chi s’assumeva l’incombenza di estrarre i numeri scuoteva a lungo il panariello per fare crescere la suspense della tombola, il cui premio  poteva ammortizzare la spesa sostenuta dall’intera famiglia per l’acquisto delle cartelle. E allora per essere sicuri di non averne dimenticato qualcuno, a turno tutti davano i numeri chiedendo:  

“È uscito 54?” “ No”

“E 63?” “Neppure”

“ 7 ?” “Neanche.”

“E 89?” “Nemmeno.”

“Ma’ ( mamma),  dilli tutti  così ci leviamo il pensiero.”

 Nel frattempo, a mo’ di scimpanzé, sgranocchiavo noci, nocciole ed arachidi  infornate, fichi mandorlati o al cioccolato, follarielli ( involtini di uva sultanina infornata e avvolta in foglie di agrumi) mentre bicchierini di limoncello e nocino per i grandi, acqua e bibite per i piccoli, volteggiavano sulla tavola.

  Quanti ricordi, risate e voci legati alle tombolate. Di zii che abbiamo rimpiazzato agli occhi dei nostri figli e nipoti. Noi siamo il presente per le nuove generazioni , come loro lo sono stati a lungo per noi. Ogni anno rivive un po’ l’atmosfera di quella “casa senza orologi dove il  tempo era  scandito dai fiori di stagione e tralci d’edera raccolti in giardino, dai racconti, dai quadri, dai mobili, dagli affetti.

Un mondo di radici mai strappate, che mi appartiene, ancor più nei profumi, nei sapori e nelle luci che ridanno colore a scene un po’ sbiadite dal tempo e rendono  nostalgicamente caldo ogni  Natale.