La Venere degli stracci a Ventimiglia

METADATA-START

Venere degli stracci a Ventimiglia

Nel cortile della chiesa delle Gianchette di Ventimiglia è arrivato l’esemplare extralarge della Venere degli stracci, opera del grande artista contemporaneo Michelangelo Pistoletto, simbolo dell’Arte povera e icona della cultura del consumismo contemporaneo. È stata già accolta in contesti di frontiera e in luoghi di emergenza sociale come l’isola di Lampedusa e il MAAM Museo dell’Altro e dell’Altrove di Roma e partirà poi a giugno per Bolzano. Già nell’aprile 2017 su un’aiuola al confine italofrancese di ponte San Ludovico Pistoletto collocò  il  Terzo Paradiso, una sequenza di massi a forma di otto rovesciato, dove  l’anno scorso ricordammo coloro che persero la vita nel tentativo di varcare quel confine.

“Gli stracci non sono solo stoffe, ma quel che resta degli abiti. Dentro ogni straccio è passato almeno una persona. Quindi c’è l’umanità, tutto quello che l’umanità ha vissuto e che rimane come residuo. E la Venere, con  la sua bellezza rivolta verso quegli scarti, rigenera la fine.”

dati accoglienza

dati accoglienza

Una rigenerazione che a Ventimiglia si fa attiva e partecipativa nel donare nuove appartenenze a chi, in viaggio verso l’ignoto, è troppo spesso reso invisibile dalla perdita della propria identità. Da quest’opera d’arte contemporanea parte un messaggio importante di sensibilizzazione per l’attuale e drammatica situazione delle migrazioni in Europa e nel Mediterraneo. Arte che si fonde con la vita per promuovere responsabilità sociale, dialogo, relazione, un ponte culturale e umanitario  in una città che ha trovato in Don Rito  una figura di grande spessore per l’impegno nell’accoglienza, nel rispetto e nella cura dei migranti. Grazie a lui persone della società civile, di ogni nazionalità, età ed estrazione socioculturale, si sono attivate come potevano mettendo in pratica quei valori che sono alla base di ogni democrazia.

testimonianza volontari delle Gianchette

È bello vedere come  a Ventimiglia, che ha una realtà complessa, confluiscano  volontari da ogni parte d’Italia e d’Europa. Sì, d’Europa. Voglio ricordare i ragazzi britannici  che hanno operato per i piccoli ospiti delle Gianchette, regalandoci poi  tutto il materiale rimasto, o i volontari di un’associazione tedesca che si sono adoprati perché le donne nascoste nel fiume potessero lavarsi, e tutti quei ragazzi e volontari francesi che ogni sera distribuiscono pasti e vestiti ai migranti di passaggio. Ricordo anche  una giovane insegnante universitaria venuta appositamente dall’America per capire cosa stesse succedendo a Ventimiglia e  in Italia con il fenomeno della migrazione. Aveva pianificato le sue ferie per parlare con rappresentanti istituzionali e volontari che operano per e con i migranti in varie parti d’Italia e raccogliere interviste e foto che le servivano per una pubblicazione.

testimonianza 2testimonianza 4testimonianza 1

 

Ventimiglia nel suo piccolo di fatto  rappresenta la cultura in trasformazione, cosa che non può dirsi per altre città liguri, ma non dimentichiamo che  in fondo arte e cultura sono motori di  sviluppo territoriale.

 planisfero2planisfero 120180519_142908

Oltre alla Venere nel cortile della chiesa delle Gianchette  ci sono altri stracci intrecciati in una rete da cantiere, anch’essa di scarto che diventa risorsa. L’intreccio consente la visione di un grande planisfero, un  mondo a colori per tessere relazioni e veicolare metafore, raccontare un nuovo tessuto sociale in una complementarietà di pieni e vuoti, collegati da un filo alla vela che consente di navigare alla Venere degli stracci. Al centro la riproduzione in carta d’alluminio del Terzo Paradiso, realizzata dai bambini delle scuole: due cerchi piccoli possono unirsi e trasformarsi in uno più grande, perché l’unione è sempre una risorsa e una forza.

Tempo fa scrissi, ricordando un giovane migrante:“Dicono che chi viaggia ha più strade, chi stende le ali e molla tutto si lancia in un’ avventura per allontanarsi dalla propria vita, con un senso di libertà e un brivido di paura. Per allontanarsi sì, ma anche arrivare prima a se stesso, cimentandosi in prove che solo lo sradicamento rende possibili. Forse di fronte alla libertà del mare hai sognato un porto in cui arrivare che valesse tutta quell’acqua da attraversare. Il mare ridimensiona e  cambia prospettiva, separa e unisce popoli e terre. Quel viaggio vi ha dato nuovi occhi, per sperare. “Sembra esserci nell’uomo, come negli uccelli, un bisogno di migrazione, una vitale necessità di sentirsi altrove” (Marguerite Yourcenar) e c’è anche tanta bellezza in tutto questo.”

20180519_143810

20180519_144256Oggi riconosco che quest’esperienza è stata straordinaria; chiunque di noi riconosce che ci ha cambiati e arricchiti. Penso alla stazione di piazza Garibaldi della metropolitana di Napoli dove Pistoletto ha collocato le  immagini fisse di viaggiatori di ogni età su specchi  nei quali si riflettono quelli veri che salgono verso la città sulle scale mobili. Gente che va e viene in una quotidianità che si ripete, in un flusso vario e denso di energia e vissuti. Così ora alle Gianchette nella mostra di foto, video, diapositive, disegni, lettere, articoli di giornale, pietre colorate e nel librone di 13000 nomi di uomini donne e bambini di 50 diverse nazionalità c’è scritta un’importante pagina di storia, ci sono i passi, le testimonianze di un’umanità così umile da renderci partecipi delle loro vite e dei loro fiduciosi sorrisi. Questo è stato il piccolo grande miracolo di Ventimiglia, in un contesto socio culturale non facile, spesso indifferente, a volte chiuso e ostile, ma un miracolo che rigenera, dà speranza e commuove chi l’ha capito. Grazie a quanti lo hanno reso possibile, a tutte quelle 13000 persone in cammino, grazie per averci spronato a trovare nell’emergenza le risorse interiori per uscire da noi stessi, per incontrarvi, sostenervi come potevamo, e conoscervi  facendoci sperimentare che la diversità arricchisce davvero nel profondo e che ogni essere umano, con il suo vissuto e le sue speranze, merita rispetto in quanto tale.

20180519_14431320180519_14441620180519_144056

L’evento è stato promosso dalla Caritas diocesana di Ventimiglia-Sanremo, Ventimiglia CONfine Solidale , con la collaborazione di Cittadellarte- Fondazione Pistoletto, del Dipartimento Educazione Castello di Rivoli Museo d’Arte contemporanea, dell’Associazione Pigna Mon Amour di Sanremo e di spazio5 di Bolzano.

La mostra è aperta dal 18 maggio fino al 20 giugno presso la chiesa delle Gianchette ( venerdì- sabato – domenica dalle 10.00 alle 20.00)

 Articoli correlati:

“Ciò che non hai mai visto lo trovi dove non sei mai stato” (proverbio africano).

Buona fortuna, ragazzi!

Libertà di emigrare e diritto a non emigrare

In cammino…

Giornata Mondiale del Rifugiato

 

METADATA-START

Oggi ho partecipato a una pacifica manifestazione al confine italo francese, organizzata da Amnesty International, proprio presso “Il Terzo Paradiso” di Michelangelo Pistoletto. In nome dei diritti internazionali dei Rifugiati e Migranti si sono ricordati  quanti hanno perso la vita lungo il confine nel tentativo di raggiungere destinazioni che garantissero loro una vita al riparo da guerre, persecuzioni e povertà. A Ventimiglia da anni c’è un costante flusso di migranti che cercano di andare in  Francia  e proseguire il viaggio verso i paesi scandinavi, la Germania, l’Inghilterra, spesso  per raggiungere parenti o amici.

20170620_19004120170620_185719

Solo nel mese di maggio  sono passate per Ventimiglia 2500 persone diverse, provenienti in gran parte dalla Siria, Costa d’Avorio, Eritrea, Etiopia, Guinea, Nigeria, Sudan, Ciad , Mali  di cui 711 ragazzi dagli 11 ai 18 anni e 1054 dai 19 ai 25 anni.

Sempre a maggio 502 persone sono stati registrate  presso la chiesa di sant’Antonio alle Gianchette, di cui 155 femmine, 347 maschi. Tra questi 30 bambini da 0 a 4 anni, 21 bambini  da 5 a 9 anni, 18 da 10 a 14, 271 dai 15 ai 18 anni, 55 dai 19 ai 24 anni,73 dai 25 ai 34 anni, 22 dai 35 ai 44 anni, 7 dai 45 ai 54 anni, 4 dai 55 ai 64 anni, 1 dai 65 ai 74 anni.

20161105_115808

Da oltre un anno dedico parte del mio tempo a  loro, ai giovani che sperano gli venga riconosciuto lo  status di rifugiato. Tanti se ne sono andati, altri sono rimasti. Svolgono attività di volontariato civile, stanno seguendo sperimentazioni botaniche e laboratori didattici, alcuni lavoricchiano nei  bar e  ristoranti, suonano, cantano, hanno recitato in circa venti scuole  della zona dove siamo riusciti a portare una fiaba africana, inventata da uno dei più giovani e creativi del gruppo, per fare conoscere usi e costumi africani misti agli elementi caratteristici della fiaba,  compreso il finale “e vissero tutti felici e contenti”.  

20170620_190620

L’integrazione non è facile, ma possibile, lavorando  soprattutto con le giovani generazioni; qui un esempio di quanto svolto nella scuola di Dolceacqua. https://www.youtube.com/watch?v=BRapnZ1reN4

20170610_17101920170527_160730IMG-20170616-WA001420170620_07205120170620_072218IMG-20170616-WA0015

IMG-20170614-WA0004

 

 

È possibile vivere insieme, confrontarsi, maturare e imparare dalla diversità. La maggior parte dei ragazzi che arrivano sperano che un giorno possano tornare a vivere liberi e in pace nella loro terra, come noi.

 

 

 

Articoli correlati:

“Ciò che non hai mai visto lo trovi dove non sei mai stato” (proverbio africano).

Buona fortuna, ragazzi!

Libertà di emigrare e diritto a non emigrare

Libertà di emigrare e diritto a non emigrare

Alcuni giorni fa  ho partecipato all’evento “Libertà di migrare” che prevedeva la mostra di semplici disegni fatti dai migranti alla frontiera di Ventimiglia, la lettura di alcune testimonianze raccolte da Monica e un’amica, che li hanno seguiti durante le attività, e un dibattito finale.

20151014_170140A Ventimiglia ci sono state centinaia e centinaia  di migranti in attesa di varcare i confini francesi, ma sempre respinti, infatti molti si sono poi diretti verso il Brennero sperando di riuscire a raggiungere  l’Inghilterra, la Norvegia, la Germania. Sono stati aiutati da enti, da associazioni, da volontari e dai ragazzi No Borders, che sono stati presenti al confine fino allo smantellamento del presidio, e hanno anche partecipato all’evento in un confronto – spero- chiarificatore e costruttivo.  

Il progetto di arte terapia,  curato da Monica Di Rocco, ha coinvolto volontariamente tanti giovani  africani, e prevedeva la rappresentazione grafico-pittorica di tre temi: 1.la libertà- 2. l’isola (tante isole vicine per formare un unico continente ove sia possibile convivere)  3.sogni, desideri, speranze. Il disegno più emblematico, realizzato da un giovane laureato del Sudan, è stato scelto come locandina dell’evento.

Negli altri emergono capanne colorate, ricordate o sognate con gli occhi dell’affetto, oppure violate e distrutte. Affiorano spesso barconi dove i migranti si intravedono a stento, mentre domina la scritta “Non si fa nulla per prevenire le migrazioni”. Tra capanne, cuori e ponti spicca “Vogliamo essere liberi in Sudan, vogliamo un nuovo Sudan!” Emergono catene spezzate, mappe e  mete ambìte: Parigi o Londra? Il mito dell’Europa dà speranza a chi ormai può solo guardare avanti per sopravvivere.

Ci sono state e ci sono polemiche a riguardo dei migranti. Resta il fatto che i conflitti, le persecuzioni, la fame e di conseguenza il fenomeno delle migrazioni,  sono stati a lungo ignorati dalla Comunità Internazionale. L’Unione Europea si è mossa solo quando ormai sulle spiagge del Mediterraneo sono sempre più approdati cadaveri e forse le manifestazioni spontanee della gente nelle piazze alla vista di tante immagini drammaticamente vere, compresa  quella del  piccolo Aylan, sono servite. Si è dovuto arrivare a questo per sensibilizzare i Governi europei ? Alcuni Stati sono ancora restii all’accoglienza, forse hanno già dimenticato i loro profughi, polacchi e ungheresi, che appena arrivati in Italia chiedevano asilo politico.

Per troppo tempo abbiamo  sentito slogan populistici, vorrei quindi condividere con voi alcune delle testimonianze che abbiamo letto al pubblico presente perché è  doveroso riportare altre voci, comprendere che le aspirazioni di questi giovani sono le stesse dei nostri figli, ricordare che l’istinto alla sopravvivenza è il motore della vita. Gli occhi spaesati dei tanti ragazzi nei pressi della stazione di Ventimiglia, mi hanno ricordato mio padre che nel dopoguerra, a 21 anni, partì per Genova in cerca di lavoro col fratello di qualche anno più grande, portando con sé una valigia di cartone  semivuota, ma piena di solitudine, affetti lontani e bisogno di trovare una strada, un qualsiasi lavoro. Alla fine della lettura, l’amica Monica  ci ha invitati a disegnare o scrivere qualcosa su un grande foglio di carta. Sono riuscita a scrivere soltanto  “ RESTIAMO UMANI !”

“Vengo dalla città. Ero un giornalista. Ho 40 anni. È dal  ‘94 che le cose sono peggiorate in Sudan, se sei nero. Gli arabi sono al potere. Gli arabi islamici sono al potere. Se scrivi una cosa che non gli piace, sei finito. Sono stato in carcere oltre cento volte. Sono stato aiutato più volte da Amnesty International: sono stato rifugiato in Kenia e in Ghana. Ma perché ritornavi a casa? Perché c’è la mia famiglia. Ecco la foto della mia terza figlia, ha 6 anni. Sono stato aiutato a scappare varie volte, ma non potevo rimanere troppo lontano da mia moglie e dai miei figli. Ho anche lavorato per un campo dell’UNHCUR nel Darfour. Quando sono stato via per più tempo, è stato in Ghana per otto mesi, ma mi è piaciuto molto più stare in Kenya. Quanto tempo sei stato in carcere nel tuo paese? Dipende, da dieci giorni ad alcuni mesi. Ti faccio vedere” (l’uomo si alza la maglietta e mostra una pancia che converge verso l’ombelico come se avesse subito un’operazione che ha lasciato un buco).

 

“Il mio viaggio fin qui è durato sei mesi. Sono partito dal Darfour nel marzo 2015. Ho preso una Toyota e ho viaggiato per tre giorni fino in Ciad Eravamo in 25. Si è sempre tra le 20 e le 27 persone su una Toyota. Quanto hai speso? 700 dollari. Poi mi sono fermato in un campo profughi e ho fatto dei lavoretti in giro. Anche lì la situazione è molto difficile. Dopo due mesi me ne sono andato. Con un’altra Toyota, di nuovo affollata, per attraversare il deserto. Cinque giorni molto difficili . Non vi siete fermati mai? Praticamente mai. La vedi questa bottiglia? Ecco questa serviva per tre giorni. La sete è dura. E poi l’autista, ma non solo quello che ho trovato io, era sempre ubriaco. Molto pericoloso. Ma sono arrivato in Libia. Qui ho lavorato per quattro mesi in un bar. Dieci  giorni fa sono partito con una barca. Ho speso 2000 dollari per la traversata del Mediterraneo, sono arrivato in Sicilia una settimana fa . Qual è stata per te l’esperienza più dura? I morti a casa, i morti nel deserto. Alla fine hai speso molto di più per arrivare in Europa in questo modo che se avessi preso un aereo? (risata contenuta) Dal Sudan partono in aereo solo il Presidente e la sua famiglia. Solo loro possono andare dove vogliono.”

“Io ci ho messo 13 giorni per attraversare il deserto di cui tre a piedi senza bere. Ci hanno lasciati in mezzo al nulla dopo 10 giorni…con chi è arrivato, non so come abbiamo fatto.  È stata molto dura, molto più dura del mare”.

“Per me il mare è stato molto più duro, non si respirava, ci si vomitava addosso l’un con l’altro, non ho visto la luce per una settimana. Quanto hai speso? 1800 dollari.”

“Ho 25 anni, vengo dal Sudan, dal Darfour. Sono della tribù degli Zakhoy, molti qui al campo sono Zakhoy. Non siamo partiti insieme, ma ci siamo incontrati qui in Italia, ci siamo riconosciuti perché parliamo la stessa lingua. Sono scappato dal Darfour perché là la situazione è molto difficile. Cosa intendi per difficile? Difficile. Ero arrivato al quarto anno di ingegneria, ma ho dovuto lasciarla. Il governo Al-Bashir arma la gente contro i cristiani e contro i Neri. Ci sono molte armi in giro ,anche i bambini possono essere armati. Così chi non è islamico…Ma tu lo sei? Sono musulmano, non islamico; se sei musulmano e non islamico, se sei nero e non arabo, sei sempre a rischio. Sei a rischio della vita, ma anche a rischio in ogni aspetto della tua vita. Io ero al pensionato universitario a Khartoun e perché non ero dei loro, venivo taglieggiato di continuo: “Vuoi  sempre la stanza? Devi pagare tot.” Magari dopo un po’ ti chiedono altri soldi. Non ero mai tranquillo.

Anch’io vengo dal Darfour. Ti faccio vedere questa foto. Lo vedi? Tutte le case sono state bombardate, anche sui raccolti cadevano le bombe. C’è una bellissima donna anziana qui!  Sì, solo donne anziane e bambini. Vedi queste cicatrici?  Sono state fatte da forbicine…fanno così su tutto il corpo. Chi? Gli Islamici.

“Veniamo dall’Etiopia. Abbiamo 20 e 22 anni. Abbiamo studiato ad Addis Abeba. Nostro papà è un politico ed è dovuto scappare alcuni anni fa . Si trova in Norvegia e dobbiamo raggiungerlo. Mio fratello è partito due anni fa, poi è finito in un carcere libico, nel caos che c’è là in Libia. Come famiglia non riuscivamo ad aiutarlo a distanza, così sono partito io e con l’aiuto di tutta la famiglia l’abbiamo tirato fuori. Quanto hai pagato? 1000 dollari. Che farete? Io e mio fratello vogliamo arrivare in Norvegia .Dobbiamo trovare nostro padre. Da quanto non avete sue notizie? Da tempo, ma lo vogliamo cercare.

Quali sentimenti provi adesso che dopo tutte queste fatiche, dopo questo sforzo trovi ancora le porte chiuse? È un sentimento contraddittorio. È un sentimento contenuto. Non so spiegarlo bene. Sono ancora in viaggio. Qui a Ventimiglia ci starò il tempo sufficiente per ripartire, non so, magari ancora una settimana.

 

Come hai saputo del presidio No Borders? Me lo hanno detto altri alla stazione di Ventimiglia. Perché non sei rimasto in stazione? Va bene qui. Il tempo per riprendersi e ripartire.

Il mio obiettivo è arrivare in Inghilterra. Voglio continuare i miei studi. Sono uno studente. Anche se l’Inghilterra è lo stato con le porte più chiuse? Proverò a passare. Non hai parenti in Europa? No, non ho nessuno, sono solo.

Io voglio arrivare tra la Germania e il Belgio. Ho parenti là.

Io voglio andare a Newcastle. In Darfour ho conosciuto una ONG di Newcastle, devo raggiungere quella città, ci sono amici là.

Articoli correlati:

Ho perso la parola, il suono – Mohamed Akalay