25 aprile: Fragola Doria e Spartaco

Oggi riporto una storia  di Resistenza partigiana  raccontata nel libro “Con la resistenza nel cuore” di Vittorio Mazzone.

È la storia di un giovane napoletano, Armando Izzo, nato ad Afragola (Na) il 12 giugno 1916. Fece studi classici per poi laurearsi  in Giurisprudenza in un clima di esaltazione acritica del regime fin quando fu chiamato alle armi il 6 giugno 1941 e ben presto iniziò a rendersi conto  delle chiacchiere di Mussolini  “Chiedemmo che significava 1891 e ci spiegarono che era il suo anno di nascita. Incredibile! Eravamo scesi in guerra con un fucile vecchio di cinquant’anni mentre tutti gli altri eserciti già avevano moderni fucili a raffica o a ripetizione”. Capì che la disciplina, il linguaggio e il comportamento degli ufficiali e sottoufficiali si ispiravano al più bieco autoritarismo : “Allora capimmo che c’era un filo ideale che congiungeva il fascismo con l’insegnamento militare: non pensare, eseguire solo gli ordini e fu la rivolta delle coscienze!…. Il fascismo si preoccupò che questa massa di giovani diplomati e laureati lasciata a casa potesse prendere coscienza della situazione del paese per la politica del regime non condividendola. Per cui preferì ingabbiarli nei predetti battaglioni”.  I giovani arruolati furono presto impegnati al fronte.

Izzo nel luglio 1941 divenne Caporale, dopo due mesi Sergente e poi entrò nella  scuola degli Allievi Ufficiali di Salerno ove studiò con impegno la Topografia  che gli servì in seguito come Comandante partigiano. Partecipò  alla II Guerra mondiale nella zona di Mentone.  Rischiò di essere mandato davanti a un plotone d’esecuzione perché il suo comportamento nei confronti dei  soldati era considerato troppo aperto. A Gorbio ricevette l’incarico di Difensore d’ufficio presso il Tribunale militare di guerra della IV Armata che operava a Breil. Sebbene non avesse esperienza, s’impegnò a difendere i suoi assistiti e si rese conto che quei processi erano perlopiù farse per condannare a morte soldati italiani che rivendicavano la loro dignità di uomini e si ribellavano all’ottuso militarismo di tanti Ufficiali e Sottufficiali “Purtroppo capii che i soldati non avevano molti diritti  da far valere. Il termine “insubordinazione” trovava largo spazio e commento nel codice penale militare Era un macigno che pesava sempre sullo stomaco dell’inferiore e che il superiore era sempre pronto a infierire sull’inferiore” . Quei soldati non erano affatto delinquenti o nemici della Patria, ma solo dei poveri cristi che per qualche banale errore erano caduti ingenuamente nelle grinfie di qualche superiore invasato, alla ricerca di qualcuno sul quale sfogare proprie frustrazioni; inoltre bastava poco per fare parte dei soggetti ritenuti pericolosi.

Quando fu annunciato l’Armistizio l’8 settembre 1943 il Sottotenente Izzo decise che doveva combattere contro i nazifascisti per liberare l’Italia , e tramite due esponenti della Resistenza francese, partì per l’Italia per raggiungere Cima Marta a 2200 mt di altitudine. Poi con un compaesano e altri ufficiali raggiunse Triora e si unì ai partigiani con  il nome  “Fragola ( da Afragola) Doria” . Divenne Comandante partigiano della V brigata d’Assalto Luigi Nuvoloni  della I Zona Liguria, partecipò a numerose azioni contro i nazifascisti che operarono rastrellamenti, eccidi e devastazioni nell’entroterra ligure cui si opposero interi paesi grazie a donne di ogni età, agli uomini rimasti e a tanti giovani. Partecipò all’occupazione di Pigna a fine agosto 1944 e alla sua difesa nell’ottobre successivo. A dicembre prese il comando della V Brigata che tenne fino alla Liberazione, sostituendo  il famoso Vittò, che passò  a dirigere la II Divisione “Felice Cascione”. Armando Izzo ottenne  la Medaglia d’Argento al Valor Militare. Il 1° maggio 1996 il Comune di Castelvittorio gli ha conferito la cittadinanza onoraria e la sua città natale, Afragola, con solenne cerimonia, il 26 giungo delle stesso anno gli ha consegnato la Medaglia d’Oro al merito della Resistenza.

 

Il  libro con la Resistenza nel cuore” riporta  pagine del memoriale di Fragola Doria  che ricordano alcune delle pagine più tristi della storia  dell’entroterra ligure, come l’eccidio di Gordale, e “Spartaco”, un diciottenne  di Isolabona, che come altri giovanissimi aveva combattuto per la Liberazione dai nazifascisti.

“I Tedeschi paventavano uno sbarco alleato in Provenza, nella Francia meridionale, con ripercussioni lungo tutta la riviera fino a noi e quindi la decisione di sbaragliare per sentirsi sicuri nelle zone interessate. Essi intensificarono la difesa costiera. Tre forti colonne tedesche investirono la nostra zona: una, risalendo la Valle Argentina dopo avere distrutto Badalucco, salì fino a distruggere Molini di Triora. Altra colonna risalì la Valle Nervia, danneggiò Castelvittorio e per il passo di Carmo Langan scese per Molini e si congiunse con la prima colonna.

Una terza colonna (tedesca) scende dalla sinistra della valle per Coorte Andagna e da Molini sale a Triora. Tutto è distrutto. I Tedeschi battono il territorio del retroterra di Triora; nulla si salva. I vecchi castagni vengono battuti con il calcio del fucile, temendo che qualche partigiano potesse essere nascosto  lì dentro. Ci furono due avvenimenti incredibili, di cui uno rasenta la pazzia. Stavamo sotto una roccia in quattro con Spartaco e altri due Garibaldini. Eravamo nella zona di Loreto; avanti a noi un  sentiero sul quale passavano i Tedeschi alla nostra ricerca. Ci rendevamo conto della nostra situazione disperata. Spartaco mi dice: “Non voglio cadere vivo in mano ai tedeschi, non so gli altri due cosa pensano, tu sei un ufficiale, uccidimi con un colpo di pistola!” Era crollato! Gli dissi che se i Tedeschi ci scovavano, dovevamo cercarne  di ucciderne ancora qualcuno prima che ci uccidessero. Gli altri due assentirono. Poi il diluvio. I Tedeschi si ritirarono  di fronte all’infuriare della tempesta. Uscimmo dal nascondiglio con l’acqua a ruscelli che scendeva per i sentieri e la mulattiera.Il torrente Argentina era gonfio. Trascorse un minuto ed era come se fossimo in un mare in tempesta. Riparai in un casolare a Cetta. C’era una donna anziana, sola con una ragazza. Ci disse che stava sola e che la nipote aveva famiglia in Francia, con la quale  non aveva più potuto comunicare. Appena qualche minuto e poi delle grida: “Arrivano i Tedeschi”. Afferro la giacca ed esco di corsa, ma non ritorno più in quel casolare.  La storia è raccontata in “Storia della Resistenza di Imperia” . Spartaco fu bruciato vivo dai Tedeschi sopra Isolabona.” (da “Con la Resistenza nel cuore” di Vittorio Mazzone).

Buon 25 Aprile!

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“Ho semplicemente lottato per una causa che ho ritenuta santa: quelli che rimarranno si ricordino di me che ho combattuto per preparare la via ad una Italia libera e nuova.” (Lorenzo Viale, anni 27) 

La libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare. (Piero Calamandrei)  

25 aprile: Oltre il ponte.

Le donne della Resistenza nel Ponente ligure.

È doveroso  ricordare le tante donne della Resistenza, protagoniste dell’interessante   ricerca e raccolta di testimonianze di  Gabriella Badano, affidate sia alla storiografia locale e a documenti reperiti presso l’ANPI , l’Istituto Storico della Resistenza  e i Comuni  oltre che alla narrazione di alcuni partigiani e delle donne della zona  (“Ribelli per la libertà- Storie di donne della Resistenza nell’estremo Ponente ligure” e “In montagna libere come l’aria…le partigiane combattenti dell’estremo Ponente ligure”). Eccole:

Irene Anselmi , Nenè, nata nel 1908 a  Vallecrosia (patriota).

Maria Laura, Marì , nata nel 1903 a  Baiardo (partigiana combattente).

Andreina Rondelli, Brigida , nata nel 1907 a Camporosso (partigiana).

Adelina Pilastri, Sascia , nata nel 1923 a Bordighera (partigiana combattente ).

Emma Borgogno, nata nel 1924 a Perinaldo (patriota).

Giorgina Ascheri, nata nel 1920 a Dolcedo.

Rosa Fornari, Penelope, nata nel 1901 a Neviano degli Ard (patriota).

Lanteri Maria .Teresa, nata nel 1919 a Triora (partigiana combattente).

Isabella Morraglia, nata nel 1920 a Bajardo (antifascista).

Giuseppina Peverello, nata nel 1914 a Castelvittorio.

Caterina Orengo, Grisgiuna, nata nel 1908 a Castelvittorio (agente di informazioni militari).

Caterina Orengo, Leda,  nata nel 1915 a Castelvittorio.

Elvina Guglielmi, nata nel 1923 a Perinaldo (antifascista).

Maria Scotti, Signurì , nata nel 1907 in Piemonte (antifascista , infermiera).

Pierina Boeri, Candacca, nata nel 1923 a Badalucco (partigiana combattente).

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Nell’estremo Ponente ligure (provincia di Imperia), in particolare nella val Nervia e in alcune zone della Val Roja e Argentina, molte donne parteciparono alla Resistenza, dando il loro contributo alla Liberazione che in quest’area vide la formazione spontanea  di bande partigiane grazie a giovani del luogo, ai soldati sbandati dopo l’armistizio, a ufficiali e sottufficiali. Le donne, perlopiù anziane e contadine, nascosero  i ribelli e i militari nelle loro case, li sfamarono, li vestirono, li curarono. Le altre si attivarono  creando collegamenti, procurarono e nascosero  armi, viveri e  documenti falsi, fornirono informazioni ai partigiani e sviarono i tedeschi e i fascisti.  Parteciparono  alla Resistenza non solo per sostenere un familiare o un amico già in montagna, ma anche per un senso di giustizia, ribellione alle violenze, alle intimidazioni, ai soprusi, alle ruberie, alle fucilazioni, agli incendi cui avevano assistito, con la speranza in un futuro di pace e libertà, anche dalla famiglia.

Spesso la loro scelta di vita  non era approvata né sostenuta.

“Sono sempre stata un tipo un po’ ribelle, mio padre è morto quando avevo sei anni, quindi non ho potuto avere un’eredità politica da lui, che pure era socialista, ma l’ho saputo dopo il 25 aprile. I miei genitori, soprattutto mia madre, erano severissimi, sono stata allevata in un ambiente ottocentesco. Ho frequentato l’Istituto Magistrale da Maria Ausiliatrice…cosa non abbiamo fatto passare alle suore! Nel mio ambiente c’erano molti tabù. Io ero abituata in una casa in cui non si poteva parlare di niente, ma certe cose mi venivano spontanee. Sentivo di dovermi ribellare.” (Sascia)

“Prima della guerra lavoravo alla Fassi; poi la fabbrica ha chiuso e ho iniziato a fare la commessa in una panetteria, lì sul ponte. Lì era il luogo dove incominciavano a radunarsi i partigiani. Avevano bisogno di una persona, per fare la staffetta, che non desse tanto nell’occhio, una persona un po’ giovane, con un po’ di energia, che portasse questi biglietti. Dove vo andare da lì a Sanremo, a piedi. L’ultimo anno c’erano i bombardamenti…quante volte me la sono vista brutta…Io , finché vivrò, odierò i tedeschi! A parte cosa hanno fatto a me, è terribile quello che ho visto fare…” (Irene Anselmi)

“Il mio è l’unico paese che si è ribellato al completo ai fascisti: abbiamo proprio impugnato le armi, magari abbiamo fatto poco, ma abbiamo cercato di non farli venire, nel luglio del 1944. Io, allora, assieme a mia mamma e a un’altra signora, di cui non ricordo il nome, sono andata a prendere le armi: sapevo dov’erano e le abbiamo portate fino al ponte di lago Pigo, che divide Castelvittorio da Pigna, dove c’erano quelli che avevano affrontato le camicie nere…(Ilda Peverello)

“Noi siamo cristiani, cattolici, osservanti, non potevamo essere fascisti! Lo facevo anche per l’italianità. Ho rifugiato tante persone…dall’8 settembre ho avuto sempre gente…Quando i tedeschi mi hanno portato via, avevo ancora gente in casa. La spia me l’ha fatta un irresponsabile: nove uomini e una donna, portati al tribunale Speciale a Sanremo, poi a Villa Magnolia, all’ultimo piano, unica donna…mi hanno interrogato prima i tedeschi poi gli italiani, poi mi hanno liberato, per poco. Quando ho saputo di essere di nuovo ricercata ho chiesto alle Suore dell’Istituto Marsaglia se mi prendevano e sono andata lì con mio marito” (Penelope)

“Siamo gente di fede, io sono democristiana, per non essere iscritta al fascio ne ho passate di tutti i colori: non mi hanno iscritta all’albo, ho perso la condotta, poi dal’43 ho combattuto veramente il fascismo, aiutato i partigiani, ero con loro. I fascisti mi volevano male e dire che io li ho sempre curati tutti! Quando hanno fatto il rastrellamento a Castelvittorio, il 19 giugno 1944, mi hanno arrestata, per arrestare 40 chili avevo intorno venti fascisti! In prigione ho sopportato il bombardamento a tappeto di trecento apparecchi, chiusa in una cella!” (Signurì)

“Sono maestra e la tessera del fascio l’ho presa per potere sostenere, come privatista, l’esame di abilitazione magistrale, se no, non potevo partecipare…Molti dei miei scolari e anche scolari di mio marito hanno fatto poi i partigiani ed è con loro che sono entrata in contatto subito. Ho fatto la scuola dal ’33, per cui avevo i ragazzi del ’21 e ’22. Tra persone intellettuali certe cose si capiscono subito, poi forse ero più spericolata delle altre, ero giovane ed allora mi sbilanciavo di più..” (Ilda Peverello)

Nella primavera del 1944 molte donne, colpevoli di avere curato feriti o aiutato i partigiani, oppure  denunciate per antifascismo, raggiunsero i partigiani sui monti.

“Uscita di galera, in quei momenti in cui ognuno cercava di fare la forca all’altro per non rimetterci la pelle, trovarsi lì con loro, libera come l’aria, dopo che si è stati chiusi è una cosa bellissima.” (Sascia)

Dalla documentazione degli istituti storici risulta  che migliaia di  donne furono arrestate e  torturate, centinaia furono fucilate o morirono in combattimento. In montagna  furono accettate  sia per i rischi corsi, sia perché respingerle significava condannarle a morte.

“Erano i primi di maggio del ’44. Appena salita in montagna ho incontrato Simon, che subito si gira a Curto (comandante prima zona della Liguria) e gli dice: ”Ma una donna in banda chissà come sarà trattata, eh… che non le facciano del male..” “Ci sono già gli avvertimenti!” gli ha risposto Curto. Se uno metteva le mani sopra una donna e questa non voleva, c’era la fucilazione. Questo fatto tutti o sapevano, le voci corrono…” (Candacca)

Donne che non si risparmiarono.  

“Ho fatto tutto quello che hanno fatto gli altri; ho fatto l’infermiera, la staffetta, le marce come gli altri; delle volte, anche alle due di notte, montavo la guardia come tutti gli altri”. (Marì)

“In banda facevo tutto come gli altri, anche le guardie di notte. A fare da mangiare erano gli uomini: c’erano dei marmittoni che una donna non poteva nemmeno sollevare…Andavo con loro in azione, ero armata anch’io e ho partecipato a tutte le azioni. Sparare non mi faceva impressione: se tu non sparavi a loro, loro sparavano a te. Non potevi avere paura: vedevi gli altri che erano coraggiosi e non potevi avere paura! Io ero come loro, mi sentivo maschio e con me si comportavano come se fossi stata un altro uomo…” (Candacca)

“In montagna avevo una fifa da matti, così scappavo sempre quando sapevo che arrivavano…l’ultima volta ero già di sei mesi. Ero lì all’ospedaletto da campo, i tedeschi hanno tirato con il lanciafiamme e hanno dato fuoco…allora tutti stesi in terra.  Poi tutti alzati in fila  indiana, andiamo su, uno attaccato all’altro. Io non ne potevo più, insomma siamo arrivati in un posto indescrivibile, poi siamo scesi in una valle dove un tronco d’albero collegava una sponda all’altra. Mi sono levata le scarpe e appesa a ‘sto tronco, sono arrivata dall’altra parte. Arrivati laggiù ci siamo messi tutti sotto una roccia. Io dicevo “Non ne posso più dalla fame, dai calci che mi tirava il bambino, lasciatemi dormire.” (Teresa, partigiana combattente di Triora)

“Nella banda c’erano quattro cinque donne, non sempre le stesse, andavano e venivano. Non c’era tanta confidenza tra di noi, forse perché non ero più una bambina e sembrava fossi più evoluta. Loro, molte, erano dei paesi e avevano 20, 22,18, 25 anni. Io ne avevo 38. Ricordo qualche nome, Lara, Jeanette…ma non le ho più riviste! Gli uomini avevano un comportamento correttissimo” (Brigida)

“L’ho conosciuta (Marì) in montagna e per un periodo siamo rimaste insieme. Anche se eravamo le uniche due donne, non parlavamo solo noi due, ci vedevamo e parlavamo tutti insieme…” (Candacca)

“La nostra vita era fatta di paura e di tragedia, ma avevamo anche momenti di scherzi…anche perché eravamo tutti ragazzi…Mi trattavano un po’ come la loro mascotte. Ho sempre dormito vicino ai ragazzi e non ho mai trovato nessuno che mi desse fastidio, mai sinceramente…” (Sascia)

Le partigiane combattenti rimasero nelle bande fino alla Liberazione. Alcune scesero nelle città per partecipare ai cortei e alle manifestazioni.

“Il giorno della Liberazione siamo scesi giù a Sanremo e abbiamo fatto la sfilata: mi hanno messa proprio in testa alla colonna..” (Marì)

Altre ne furono escluse: nell’estate del ’44 ci furono dissidi interpersonali tra i partigiani, le donne furono radunate nell’ospedale di Valcona e vi rimasero fino alla Liberazione. Da documenti e da un’intervista alla sorella del Cion pare che nessuna fosse rimasta nella banda: i partigiani avevano vietato alle donne di sfilare per le strade ritenendo la loro presenza lesiva della reputazione del movimento di liberazione, oltre che  rischiosa per loro stesse. Alcune però non rinunciarono.

 “Per scendere a Sanremo mi metto in un distaccamento, in mezzo ai ragazzi. È stata una discesa molto allegra; oltre alla gioia di scendere, era divertente anche perché la gente, vedendomi in mezzo a loro, diceva: ”Ma è una donna!” “Ma no, non vedi che è un maschio che ha i capelli lunghi?” Allora i ragazzi facevano apposta e chiedevano: “Cosa dite…questa è una donna o un uomo?” Lì c’ero solo io, quella donna di Bregalla (Teresa) era scesa prima, con Vittò, col comando…” (Sascia)

Dopo la liberazione molte partigiane non ritirarono premi o riconoscimenti, spesso rimasero deluse dal ritorno alla “normalità”. Tante non parlarono del proprio contributo alla Resistenza, a volte perché ritenuto di scarsa importanza, a volte perché tacciato dalla gente come esperienza  vergognosa.

 “Per molti è stato il disonore della mia vita” (Nenè)

“Poi sono tornata a Bajardo e subito l’atteggiamento della gente mi ha costretta ad andare via…” (Marì)

“Per molto tempo è stato triste per noi, soprattutto donne, dire di avere fatto la Resistenza, era visto come un disonore, una vergogna..”

 “Dopo la guerra ho pensato che le cose andassero un po’ meglio…Molti mi hanno detto che avevo fatto una cosa diffamante per una donna, che era meglio mi fossi occupata di pentole… C’è ancora ignoranza nella gente. Per molti la donna deve occuparsi dei lavori che ha sempre fatto…ma se ci hanno dato il voto, bisogna che sappiamo darlo con giudizio, dobbiamo aprirci la mente…La mia vita è stata una vita di lavoro, di sacrifici, di silenzio. Spesso chi non ha fatto niente, ha avuto più onore di chi ha fatto qualcosa. Io ho la soddisfazione morale di avere contribuito a battere qualcosa di orrendo. Spesso però, in sogno sento ancora il rumore degli stivali tedeschi sulla scala…” (Nenè)

Altre compresero  la necessità di impegnarsi su altri fronti.

“Dopo la liberazione, comunque io ho continuato la mia lotta, anzi ne ho cominciato un’altra. Ho iniziato a seguire tutti i comizi per farmi un’idea politica…Nella scuola di partito, tutta di donne, abbiamo fatto economia politica…il materialismo storico…Ho fatto tutta la campagna elettorale del ’48: mi rendevo conto che non rendevo. Rendevo solo perché ero una donna, una giovane ed era una cosa nuova.” (Emma Borgogno)

“Io posti importanti non ne ho; fare la Resistenza mi è servito come donna, per capire che nella vita ci vuole un’idea, che mi è rimasta poi…” (Candacca)

Buon 25 Aprile!

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25 aprile: Oltre il ponte.

25 Aprile: Oltre il ponte

CalvinoQuest’anno per la festa della Liberazione condivido il testo della canzone “Oltre il ponte”, scritto da Italo Calvino per ricordare la militanza nella Resistenza sua e di quei giovani che “vedevan oltre il ponte l’altra riva in mano nemica, ma vedevano anche la vita, tutto il male vedevano di fronte, ma tutto il bene avevano nel cuore”. Qui filmati storici e una bella interpretazione cantata da Modena City Ramblers con Moni Ovadia.

 

 

Oltre il ponte

O ragazza dalle guance di pesca,
O ragazza dalle guance d’aurora,
Io spero che a narrarti riesca
La mia vita all’età che tu hai ora.
Coprifuoco: la truppa tedesca
La città dominava. Siam pronti.
Chi non vuole chinare la testa
Con noi prenda la strada dei monti.

Silenziosi sugli aghi di pino,
Su spinosi ricci di castagna,
Una squadra nel buio mattino
Discendeva l’oscura montagna.
La speranza era nostra compagna
Ad assaltar caposaldi nemici
Conquistandoci l’armi in battaglia
Scalzi e laceri eppure felici.

Avevamo vent’anni e oltre il ponte
Oltre il ponte che è in mano nemica
Vedevam l’altra riva, la vita,
Tutto il bene del mondo oltre il ponte.
Tutto il male avevamo di fronte,
Tutto il bene avevamo nel cuore,
A vent’anni la vita è oltre il ponte,
Oltre il fuoco comincia l’amore.

Non è detto che fossimo santi, 
L’eroismo non è sovrumano,
Corri, abbassati, dài, balza avanti,
Ogni passo che fai non è vano.
Vedevamo a portata di mano,
Dietro il tronco, il cespuglio, il canneto,
L’avvenire d’un mondo più umano
E più giusto, più libero e lieto.

Avevamo vent’anni e oltre il ponte
Oltre il ponte che è in mano nemica
Vedevam l’altra riva, la vita,
Tutto il bene del mondo oltre il ponte.
Tutto il male avevamo di fronte,
Tutto il bene avevamo nel cuore,
A vent’anni la vita è oltre il ponte,
Oltre il fuoco comincia l’amore.

Ormai tutti han famiglia, hanno figli,
Che non sanno la storia di ieri.
lo son solo e passeggio tra i tigli
Con te, cara, che allora non c’eri.
E vorrei che quei nostri pensieri,
Quelle nostre speranze d’allora,
Rivivessero in quel che tu speri,
O ragazza color dell’aurora.

Avevamo vent’anni e oltre il ponte
Oltre il ponte che è in mano nemica
Vedevam l’altra riva, la vita,
Tutto il bene del mondo oltre il ponte.
Tutto il male avevamo di fronte,
Tutto il bene avevamo nel cuore,
A vent’anni la vita è oltre il ponte,
Oltre il fuoco comincia l’amore. 

Gloria Chilanti: la Resistenza di un’adolescente.

bandiera rossa e borsa neraLa Resistenza fu “ un volontario accorrere di gente umile, fino a quel giorno inerme e pacifica, che in un’improvvisa illuminazione sentì che era giunto il momento” di combattere contro il terrore , e coinvolse uomini e donne di varia estrazione socioculturale , ma anche tanti giovani, a volte giovanissimi. Tra questi è da  ricordare Gloria Chilanti che nel suo diario “Bandiera rossa e borsa nera”, scritto tra il gennaio e il settembre del 1944, racconta la sua vita di adolescente  in una Roma in cui ebbe inizio la guerra di Liberazione dal nazifascismo con i suoi martiri ed eroi, spesso poco conosciuti.  

Gloria è figlia  di Felice Chilanti, scrittore e giornalista antifascista, confinato per due anni a Lipari, poi  dirigente del Movimento Comunista  “Bandiera Rossa” , e della coraggiosa Viviana Carraresi in Chilanti, una  delle tante donne della “Resistenza taciuta”  il cui nome di battaglia era Marisa. Con la madre Gloria vive in clandestinità, fa  propaganda e consegne, si adopera per resistere alla fame e alla miseria, aiuta e nasconde partigiani e dissidenti, cuce coccarde e bandiere, pur non potendo andare a scuola impara  “tante cose che nessun bambino sa” , vive e ha in mano tante ricchezze  grazie alla condivisione di ideali, storie e segreti tra  paure, stenti ed entusiasmi.

Questo diario, dalla narrazione asciutta e autentica,  è stato pubblicato circa 50 anni dopo su insistenza di Carla Capponi, medaglia d’oro della Resistenza italiana, perché tutti potessero leggere “questo misterioso e miracoloso  moto di popolo” (Piero Calamandrei) con lo sguardo di una bambina cresciuta  senza bambole e impegnata nella lotta partigiana, vissuta con l’incoscienza e l’impeto dei suoi tredici anni quasi come un gioco intrigante e rischioso . Gloria era convinta di non avere fatto nulla di straordinario, in base agli ideali libertari trasmessi dai genitori per lei era naturale   credere nella libertà come diritto e bene comune e quindi resistere, perciò non ha pubblicato prima la sua testimonianza.

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Dopo la liberazione  però inizia una nuova forma di resistenza, questa volta delle donne e diretta contro l’arroganza e i conflitti interni ai movimenti antifascisti. Gloria ben delinea la figura della madre Viviana che  prima aveva aiutato i perseguitati, i disertori, i partigiani, aveva favorito la diffusione della stampa clandestina e trasportato  armi  rischiando più volte  la  vita e la cattura, e  in seguito si adoperò affinché le donne che avevano avuto familiarità con i fascisti, spesso per  riuscire a sopravvivere, non venissero trucidate come spie, e con determinazione  osò opporsi a quella boria  maschile che non ha partito né  bandiere.  Come racconta Gloria nel diario: “Stamattina sono stata al Congresso a via dei Giubbonari dove hanno parlato Poce e Filiberto e tutti i capi (zona, sezione, gruppi cellula) e c’erano più di cento donne (tutte della nostra sezione e tutte le nostre capo-zona). Ad un certo punto, mentre parlava Sbardella ad un cenno di mamma tutte le compagne sono uscite dall’aula… Sbardella parlava come Mussolini con gli stessi gesti”. 

donne della resistenza

Viviana Carraresi morì a Pechino il 30 maggio del 1980 e riposa nel cimitero degli eroi rivoluzionari Ba Bao Shan. “ È stata la donna che ha costruito le nostre vite, mia e di mio padre, forzando a volte i nostri caratteri timidi e introversi. Senza di lei non avremmo avuto quel coraggio, quella forza d’animo, ottimismo per superare le traversie  che la vita ci ha messo di fronte. Donna di grande temperamento aveva rinunciato a un’agiata vita borghese per seguire mio padre  nella miseria e nella continua  incertezza del futuro: una vera combattente rivoluzionaria.” Forse la più dimenticata della famiglia  cui però il marito Felice Chilanti dedicò il bel romanzo “Lettera a Pechino”, finito di scrivere qualche giorno prima  della sua morte a Roma il 26 febbraio 1982.

 Zhu Zi Ji, grande poeta cinese la ricorda con questi versi:

“ L’ italiana Viviana, il capitano,

nella tiepida terra d’Oriente  dorme in pace.

Ha dato il suo cuore ai compagni d’arme cinesi…

Nel cuore dei compagni d’arme cinesi per sempre vivrà.

Quando i fiori delle nostre idee saranno sbocciati ovunque

ne offrirò una corona alla compagna d’arme.

Che quelli che verranno leggendo il suo nome con affetto

chiamino:  Viviana,Viviana.”

 

Buon 25 Aprile !

 

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