La sfogliatella: un dolce al femminile.

La sfogliatella è un tipico dolce napoletano, oserei dire il dolce più tipico, da secoli regina della pasticceria napoletana che, come spesso accadde nelle più antiche monarchie, ha vissuto l’alternanza di periodi di sommo splendore  e  di decadenza, cui il tempo ha poi riconosciuto il dovuto prestigio.

sfogliatelle

Remote sono le sue origini: in forma primordiale comparve  nei riti orgiastici mediorientali, dai quali derivava il suo simbolismo erotico,  per poi approdare  nei monasteri napoletani diventando un dolce  scrigno di castità. Infatti le  iniziazioni misteriche e i baccanali per il  culto della dea Cibele  dalla Frigia si diffusero  nelle  colonie elleniche per giungere fino cripta-parco-vergiliano alla cripta di Piedigrotta a Napoli, creduta opera del famoso  Virgilio Mago. Proprio lì dentro  illibate vestali offrivano alla Grande  Madre pani di forma triangolare per propiziarsi la fertilità, simboli  di castità idolatrata che poi finiva col cedere agli sfrenati riti orgiastici. La crypta  neapolitana  diventò poi tempio di Priapo per cui il pane di forma triangolare assunse  un significato  ad alta valenza erotica durante i baccanali, perdendo quello casto e originario.Con l’avvento del cristianesimo sull’empia ara di Piedigrotta sorse la  cappella della Vergine dell’Idra o del serpente, con la speranza che la Madonna allontanasse non solo le presenze maligne, forse le stesse che diedero origine alla crypta in una sola notte, ma  soprattutto il ricordo delle indemoniate  baccanti. Rimase però la tradizione della “sfogliatella”, che perse  il richiamo erotico- pagano  per recuperarne uno di purezza catartica  nei monasteri napoletani,  e  continuò ad essere il simbolo della femminilità e della fertilità. Non a caso si hanno notizie che  dalla metà del ‘300 fino all’800 al tempio di Piedigrotta   giovani spose e donne senza figli “si recavano  a pregare la Vergine perché le proteggesse nel nuovo stato e tal rito si compiva alla prima uscita dalla casa dei mariti e cioè non appena iniziate al mistero coniugale della procreazione”(da  “Gazzetta Napolitana” del 1805)  

Sintesi di sacro e profano, come per altre forme di culto e tradizioni napoletane, la sfogliatella sopravvisse nella storia come dolce al femminile che pian piano si è liberato di un millenario passato intrigante e  misterioso conquistando  il primato di indiscussa regina del buon gusto. Lungo e tortuoso è però il suo “processo di liberazione” perché dal  Medioevo alla  metà  dell’800 il segreto della sfogliatella fu gelosamente custodito  nel  monastero  Croce di Lucca finché  trapelò all’esterno approdando poi nelle pasticcerie napoletane. Infatti nel 1624 un’ inaspettata lettera fu consegnata a Nicola Giudice, principe di  Cellammare  e duca di Giovinazzo, per informarlo  che le giovani figlie Aurelia, Maria ed Eleonora, devote novizie da alcuni anni, avevano violato la regola del silenzio della vita claustrale dando adito a una grave e inopportuna fuga di notizie tale da  meritare un richiamo scritto e ufficiale della madre superiora dell’ordine delle Carmelitane.  Di cosa si erano macchiate le tre sorelline Giudice? Nientemeno  della rivelazione della ricetta della sfogliatella,  consentendo  che gli  ingredienti e le articolate fasi di preparazione del dolce varcassero le mura di altri monasteri, che si cimentarono in  una sorta di concorrenza  gastronomica  per conquistare i palati più sopraffini dell’aristocrazia partenopea.

È interessante sapere che  le carmelitane educavano le pulzelle non solo alla preghiera e alla vita monastica  ma anche alla delizia delle “cose da zuccaro” che erano offerte a parenti, alti prelati e notabili  in visita e quest’arte pasticcera dava prestigio e garantiva buone entrate ai monasteri. Se il monastero di Santa Chiara era famoso per le marasche sciroppate, lasagne e zeppole, quello della Maddalena per le paste reali, quello dell’Egiziaca per i biscotti dei carcerati, la Trinità per le bocca di dama, San Marcellino per i casatielli, Donnalbina per le cuccuzzate in barattolo e il monastero della Concezione della Spagnuola per i ruschigli di cioccolata, Donnaregina, Sapienza e Santa Maria di Costantinopoli per i susamielli, le torte di frutta e il pan di Spagna, invece il Croce di Lucca vantava la sua  delicata sfogliatella. Questo fin quando le figlie  di Cellammare, che avevano il privilegio di ricevere visite della madre e di tre amiche a piacere anche perché il loro padre aveva finanziato i lavori di ristrutturazione del monastero, non passarono alla storia delle sfogliatella come poco abili spie culinarie. Ricetta che circolò non solo a  Napoli ma  anche a Salerno, infatti  proprio tra Furore e Conca dei Marini nel monastero di Santa Rosa fu inventata la variante ripiena di crema e guarnita con amarene, detta appunto  sfogliatella “Santa Rosa”, che parve restituire al dolce  una sensuale femminilità.

Ormai la strada  dello  spionaggio dolciario era segnata dall’illustre precedente del Croce di Lucca tant’è che un’altra, ma ignota, monachella, questa volta  del monastero amalfitano, svelò la ricetta della sfogliatella  che a metà ‘700 giunse alle orecchie di  un pasticciere  napoletano giungendo agevolmente sulle raffinate tavole dei nobili, ma in una veste più semplice, ridotta, casta.Solo nell’800 il famoso pasticciere Pasquale  Pintauro, dopo l’apertura di una famosa trattoria e poi di un caffè, pensò di battere la concorrenza dello svizzero Caflish e dei caffè alla moda francese  inaugurando  una pasticceria  in via sfogliatella_frolla-620x465Toledo  che produceva non solo pastiere, susamielli,  torroni, struffoli, raffioli e sanguinaccio ma soprattutto  sfogliatelle che fino ad allora erano state il  privato privilegio gastronomico dell’elite aristocratica. Così il cavalier Pintauro  consentì il debutto mondano e commerciale della sfogliatella.  Un successone che favorì poi, grazie alla sua inventiva, il lancio della cosiddetta  “frolla”,  variante morbida di quella riccia.

A metà ‘800 però la sfogliatella cadde in bassa fortuna: dopo anni e anni allietati da siffatta pasta, i nobili borbonici reclamarono nuovi dolci e Pintauro “inventò” la zeppola di san Giuseppe guarnita  con crema pasticciera e amarene, variante della zeppola tradizionale. A quanto pare un’altra monachella, stavolta del monastero di santa Chiara, aveva svelato la segreta ricetta delle  zeppole fritte, che così poterono uscire dalle cucine conventuali. Inoltre i sempre più emergenti pasticcieri stranieri snobbavano il dolce locale, come Caflish che proponeva torte di ogni tipo.A un tratto la svolta popolare della pasta, finalmente  accessibile a un’ampia clientela  grazie a Carraturo  che a Porta Capuana e nei laboratori di piazza Garibaldi e dintorni produsse sfogliatelle che ben presto si diffusero  nei vicoli, nella zona della stazione e nel popolare quartiere di Forcella. Agli inizi del ‘900 nel quartiere della Pignasecca del centro storico si aprì la pasticceria dei calabresi Scaturchio, rinomata e lunga dinastia di pasticcieri a Napoli, ancora operanti in piazza San Domenico Maggiore ove si fa tappa obbligata per un buon caffè e  la loro sfogliatella. Per tutto il secolo e fino a oggi i più noti pasticcieri napoletani, Bellavia al Vomero, gli eredi di Pietro Carraturo, Attanasio al vico Ferrovia hanno gareggiato per produrre la migliore sfogliatella. Proprio Mario Scaturchio ha rivendicato e sostenuto l’arte manuale della preparazione di questa pasta che implica la capacità di realizzare una sfoglia molto sottile, piegata più volte, lavorata per ore con la sugna che regala una fragranza inconfondibile, sebbene alcune aziende abbiano meccanizzato la produzione del guscio croccante per garantirne la fornitura ai piccoli laboratori che non riescono ad assicurare una produzione giornaliera.

sfogliatella-conoLa sfogliatella si è anche rinnovata  nel tempo: più recente è la cosiddetta coda di aragosta, dalla forma allungata che viene poi farcita con panna e amarene, o crema al cioccolato o al caffè.  Da poco sono decollate la sfogliatella Vesuvio, avente un cuore di babà con dentro una crema di  panna e cioccolato, e  la sfogliatella cono farcita di gelato.

La sfogliatella rappresenta un po’ la complessa napoletanità, viene spesso citata ma di fatto  è poco conosciuta la sua lunga e movimentata storia, un po’ come capita con la leggendaria bellezza  di una nobildonna del passato, spesso ricordata da tanti ma che forse pochi  hanno avuto occasione di  vedere perché restia a mostrarsi.  Forse non  è un caso che questa pasta abbia attraversato indenne secoli e secoli  di storia  regalando sempre  la stessa fragranza, simile a quella della ridarella di noi bambini che riecheggia nella memoria, regalandoci con il profumo di vaniglia  l’atmosfera di altri tempi.

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E chiudendo gli occhi, mi pare di sentire  quel buon odore che inondava fin troppo casa mia di buon mattino, quando per un anno ho abitato su un laboratorio di pasticceria e le  immagino  allineate “Nella guantiera di candido cartone…dodici ricce ricce, dodici damine in fila per tre , con le loro gonne ondulate e gonfie, dodici bambine ordinate con le vestine  che si aprivano tutte plissettate spruzzate di bianco bellelle bellelle!”  (Maria Orsini Natale).

 

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Virgilio Mago e poeta

Storia  e leggenda avvolge la vita di Publio Virgilio Marone a Napoli, il poeta latino che tra sacro e profano fu  amato come Virgilio Mago  dal popolo e dai notabili, da Posillipo fino al centro della città partenopea. Al Medioevo  si fa risalire la credenza popolare di  Virgilio stregone buono, più comunemente ritenuto uomo saggio, in grado di proteggere e aiutare la città con talismani, sortilegi e incantesimi avendo  ereditato poteri dagli dei, per cui si pensa  che nel XII secolo a  Napoli fossero ancora vive credenze pagane.

SAM_2404Egli frequentò a Napoli la scuola di Sirone, aderì poi al neopitagorismo, studiò quindi la  natura  e  si avvicinò al culto di Cerere e Proserpina. Pare che poi  fosse riuscito ad appropriarsi di un libro di negromanzia  dalla tomba del filosofo Chironte , in una città sotterranea all’interno del monte Barbaro situata tra Baia e il lago d’Averno,  addentrandosi nei  misteri di vita e morte, riuscendo ad apprendere le scienze occulte, i rituali magici per effettuare guarigioni ed  esorcizzare gli spiriti malvagi, difendere la città e provvedere ai suoi bisogni . Addirittura fece i primi esperimenti di magia a Roma  per cui fu imprigionato per ordine dell’imperatore Augusto, ma con i compagni di ventura  magicamente  volò via su una barca che aveva disegnato sul muro esterno della prigione, giungendo in Puglia e proseguendo poi per Napoli. Da allora divenne un personaggio leggendario, caro all’ immaginario popolare che lo rese quasi  immortale perché  di fatto  il ritrovamento o la traslazione dei suoi resti sono ancora incerti.

La storia di Virgilio Mago per certi aspetti s’ incrocia con il mito della sirena Parthenope, entrambi protagonisti delle “Leggende napoletane” di Matilde Serao. Napoli, o meglio, l’antica Neapolis  fu voluta da Parthenope e nacque proprio dal suo amore  per Cimone. Il corpo esanime della sirena  si arenò a Megaride, una piccola isola a sé fino al IX sec. a. C.  che poi  fu collegata alla terraferma e divenne sede del  Castel dell’ Ovo durante la dominazione normanna del XII secolo.  Nei sotterranei del castello ci sono i ruderi della sfarzosa villa del patrizio romano  Lucullo (Castrum Lucullarum) , ove soggiornò Virgilio dal 45 al 29 a.C. che in quella quieta bellezza trovò l’ispirazione per scrivere le Bucoliche e quattro libri delle Georgiche e sperimentare le sue arti magiche. “Dopo la poesia di Parthenope, semidia, creatrice, sorge la poesia di Virgilio, creatore, semidio. Noi conosciamo Virgilio, il grande maestro di Dante, ma conosciamo poco di Virgilio Mago….Noi siamo ingrati verso colui che esclama:  Illo Virgilium me tempore dulcis alebat Parthenope…Egli era  giovane, bello, alto della persona, eretto nel busto, ma camminava con la testa curva e mormorando certe sue frasi, in un linguaggio strano che niuno poteva comprendere. Egli abitava sulla sponda del mare dove s’incurva il colle di Posillipo, ma errava ogni giorno nelle campagne che menano a Baia ed a Cuma ; egli errava per le colline che circondano Parthenope, fissando, nella notte, le lucide stelle e parlando loro il suo singolare linguaggio; egli errava sulle sponde del  mare, per la via Platamonia, tendendo l’orecchio all’armonia delle onde, quasi  che elle dicessero a lui solo parole misteriose. Onde fu detto Mago e molti furono i miracoli della sua magia”.

Probabilmente egli entrò in contatto con gli eremiti e i monaci alchimisti, che vivevano a Megaride,  e tra scienza e leggenda a lui  si riconduce la storia medioevale  dell’uovo che,  deposto in una caraffa di vetro racchiusa a sua volta in una gabbietta,  fu murato nelle fondamenta del castello che  appunto  prese il nome di “  castello  dell’ Ovo” e dal quale dipendevano le sorti dell’isola e dell’intera città, che  sarebbero andate in rovina se si fosse rotto. L’uovo era un simbolo noto agli alchimisti, ai filosofi, e soprattutto agli studiosi di esoterismo in quanto comprensivo di due forme perfette cioè del triangolo che rappresenta il divino e la vita, e del cerchio che la protegge.  L’uovo cosmico crea, dà origine alla vita e non a caso ricorre anche  nel mito di Parthenope e nella nascita di Pulcinella. Quando nel  1370 una violenta  tormenta  inondò le prigioni del castello ove era rinchiuso il condottiero  Ambrogio Visconti che in quell’ occasione pensò di evadere rompendo  la caraffa  dell’uovo durante la sua precipitosa fuga nei sotterranei,  franò  proprio l’ala  del castello ove era nascosto l’uovo e i generali timori dei napoletani si placarono solo quando  la regina Giovanna ne fece ricollocare un altro onde evitare nuove sciagure alla città. 

SAM_2418Tanti altri furono i prodigi e le magie di Virgilio: la mosca d’oro , cui insufflò la vita  per distruggere quelle che invasero la città, la guarigione dei cavalli di Augusto da un morbo sconosciuto, la scoperta  di un’acqua miracolosa, la pietra magica che rese pescoso il mare di Napoli, la  sanguisuga  d’oro per bonificare i pozzi  malsani, il  cambio di direzione di un vento troppo caldo, l’invenzione di  un alfabeto magico, la coltivazione di  un giardino di piante medicinali ai piedi di Montevergine e sulla collina di Posillipo, l’uccisione del serpente che aveva divorato tanti bambini del Pendino, la costruzione dei bagni termali a Baia e della lunga  galleria  della Crypta Neapolitana, opera di leggendari demoni notturni che collegava Neapolis con i porti flegrei e divenne sede di rituali orgiastici.

 

Virgilio  morì a Brindisi il 19 a. C e da sempre si crede che le sue spoglie siano nel colombario di età romana del parco Vergiliano, vicino alla Crypta neapolitana. Forse più probabilmente l’imperatore Augusto, protettore del poeta, gli fece erigere un monumento presso la villa di Vedio Pollione che poi fu  distrutto dal mare. Per altre fonti  i resti del poeta andarono persi  nel Medioevo, secondo altre il re Roberto d’Angiò nel 1326 li fece traslare o murare  nel castel dell’Ovo. Per il  grammatico Elio  Donato la tomba si trovava lungo la via Puteolana, che portava a Pozzuoli, a due miglia dalla città, per  lo storico Julius Beloch invece sarebbe nel tempio dedicato al poeta nel boschetto della villa nella  Riviera di Chiaia, per  altri ancora le due miglia porterebbero verso il Vesuvio, esattamente a san Giovanni a Teduccio.

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 Il culto di Virgilio nel mausoleo del Parco Vergiliano nell’area archeologica di Piedigrotta risale al Trecento. Visitata da personaggi illustri, letterati e potenti signori di ogni epoca storica,  citata da  Alessandro Dumas , che nel 1835 era a Napoli e  dal suo albergo SAM_2425vedeva il sepolcro, e dal marchese De Sade che la visitò nel 1776, di fronte all’entrata  pare ci fosse una lapide, posta dai padri lateranensi della vicina badia di Santa Maria di Piedi grotta nel 1554, con l’iscrizione che fuga ogni perplessità : “QUAE CINERIS TUMULO HOC VESTIGIA CONDITUR. OLIM ILLE HOC QUI.CECINIT PASCUA RURA DUCES… (Quali ceneri? Queste sono le vestigia del tumulo. Fu sepolto qui colui che cantò i pascoli, i campi, i condottieri”) e ne seguì un’altra “Che importa che il tumulo è crollato, che l’urna è rotta? Il nome stesso del poeta basterà a fare celebrare il luogo”. All’ interno del tempietto una stele di marmo posta da Eischoff, il bibliotecario della regina di Francia,  recita l’epitaffio che Virgilio scrisse prima di morire perché fosse inciso sulla sua tomba:

“MANTUA ME GENUIT, CALABRI  RAPUERE,TENET NUNC  PARTHENOPE: CECINI PASCUA RURA DUCES  (Mantova mi generò, la Calabria mi rapì, ora mi tiene Napoli: cantai i pascoli, le campagne gli eroi).

In effetti questo antico colombario romano è per tutti la tomba del poeta Virgilio, anche se si dubita della presenza delle sue ceneri; dubbio mai realmente accertato né fugato. Il mausoleo fu visitato dai grandi della letteratura quali  Dante, Petrarca, Boccaccio e infine da  Leopardi, ignaro che avrebbe riposato vicino a Virgilio.  

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SAM_2405Dapprima affascinato dalla bellezza mozzafiato dei luoghi e del mare, Leopardi  divenne insofferente di quella città che suscitava contrastanti emozioni con le sue innumerevoli contraddizioni, da amare nella sua vitalità, da odiare nelle sue insidie e nell’ invadente e fastidiosa confusione. Nel 1934 fu eretto un imponente monumento al poeta di Recanati proprio nel parco di Piedigrotta, vicino alla galleria di Fuorigrotta e alla stazione di Mergellina, in un angolo  nascosto e immerso  nel verde che rivedo ancora in un’atmosfera quasi surreale  di una calda e silenziosa mattina di agosto  provando  nuovamente  una sorta di muto timore, rispetto reverenziale per quei due grandi della poesia, commossa soggezione   di fronte ai loro mausolei e nel ricordo di alcuni versi, patrimonio universale e immortale. Che importa che il tumulo è crollato, che l’urna è rotta?

“Non vi è che un solo Virgilio: quello che la favolosa cronaca delinea nelle ombre della magia, è proprio il poeta. Invero egli non ha avuto che una magia sola: la grandiosa poesia del suo spirito. Nella cronaca è il poeta….È il poeta  che cerca ed interroga ogni angolo oscuro della natura, è lui che parla alle stelle tremolanti di raggi nelle notti estive, è lui che ascolta il ritmo del mare, quasi fosse il metro per cui il suo verso scandisce… Virgilio mago è Virgilio poeta. E nulla si sa della sua morte. Come Parthenope, la donna, egli scompare. Il poeta non muore.” Del resto anche “ Parthenope non ha tomba, Parthenope non è morta. Ella vive, splendida, giovane e bella, da cinquemila anni. Ella corre ancora sui poggi, ella erra sulla spiaggia, ella si affaccia al vulcano, ella si smarrisce nelle vallate. È lei che rende la nostra città ebbra di luce e folle di colori: è lei che fa brillare le stelle nelle notti serene; è lei che rende irresistibile il profumo dell’arancio; è lei che fa fosforeggiare il mare… È lei che fa impazzire la città: è lei che la fa languire ed impallidire di amore: è lei la fa contorcere di passione nelle giornate violente dell’agosto. Parthenope, la vergine, la donna, non muore, non ha tomba, è immortale, è l’amore. Napoli è la città dell’amore.” (da “Leggende napoletane” di Matilde Serao)

Una città dall’ apparenza ora oziosa e  solenne, ora sfacciata e volgare, da scoprire  con diverse e contrastanti letture delle  sue storie appassionate, vere e mitiche, dolci e  tormentate, ironiche e drammatiche, vissute e interpretate, custodite nella memoria di altre generazioni, dimenticate da quelle più recenti. Storie sull’ origine e sulla fine, esorcizzate dalle credenze popolari, da una  devozione superstiziosa, da rituali tramandati pigramente, come alibi poco convincenti ai quali poi si finisce col credere quasi per inerzia. Storie troppo straordinarie per essere credibili, unicamente napoletane.

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La campana di Punta Campanella

La Penisola sorrentina comprende la fascia montuosa di terra e di costa nella parte sud orientale del Golfo di Napoli, ma nella  toponomastica locale si considerano  esclusivamente il versante costiero che va da Castellamare di Stabia a Punta Campanella, limitato a est dal Monte Faito e a sud dai Monti Lattari. Le tante  baie ed insenature, i borghi marinari a ridosso degli scogli, i pendii ricoperti da uliveti argentati e  agrumeti contribuiscono a rendere spettacolare il paesaggio costiero, soprattutto se visto dal mare.

  In questo ambito territoriale convenzionalmente è inclusa anche Capri, un tempo estremità della penisola che in seguito a movimenti tellurici si è separata dalla terraferma. Nel corso dei secoli la penisola, grazie alla sua natura calcarea, è stata interessata da un intenso fenomeno di carsismo delle acque che ha creato un paesaggio costiero e sottomarino ricco di grotte e  insenature  di particolare valenza ambientale e naturalistica.Dal 1997 in quest’area ci sono due zone protette: la riserva marina di Punta Campanella e la baia di Ieranto, luoghi incantevoli compresi in alcuni itinerari di pesca turismo e tutelati da un Consorzio di gestione comprendente i Comuni di Massa Lubrense, Positano, Piano di Sorrento, Sant’Agnello, Sorrento e Vico Equense.

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 Sulla Punta Campanella  sorgeva un tempio, la cui fondazione mitica è attribuita ad Ulisse, e in età classica prese il nome Athenaion in onore della dea Atena. In seguito i romani  vi costruirono la strada che qui giungeva da Sorrento, e in alcuni tratti è ancora visibile il lastricato in pietra. La torre – faro eretta nel 1335 e rifatta nel 1556, segnalava l’arrivo dei pirati col suono di una campana, da cui è derivato il nome della punta. Oggi sono visibili resti di una villa romana del I- II sec d. C e la Torre Minerva di epoca vicereale (1567).

 

 Una nota leggenda popolare riguarda la campana di Punta Campanella tant’è che il  14 febbraio, in cui si festeggia Sant’Antonino patrono di Sorrento, i devoti  di Massa Lubrense e dintorni  erano  solita recarsi lì in processione  perché pare  che in quel giorno si udissero i rintocchi di una campana provenienti dalle profondità del mare, e quanto più erano forti, tanto più il mare era agitato. Credenza legata all’ invasione dei turchi nel 1558, memorabile nella storia sorrentina per atti di pirateria, devastazioni e uccisioni. SAM_2325Non a caso lungo la  costa di Napoli si ergono tante  torri di avvistamento. Sta di fatto che nel 1558 il viceré di Napoli, per Filippo II re di Spagna e delle Indie Don Giovanni Marquinez de Lara della Cueva , informato dell’arrivo di   una flotta turca di centoventi galere, mandò a Sorrento duecento soldati spagnoli. I cavalieri sorrentini però rifiutarono la truppa, temendo oltre alle molestie e ai saccheggi  anche danni ai frutti maturi, per cui fu detto  al viceré che  la vigilanza e la forza dei cittadini sarebbero state sufficienti a difendere la città. Questo fu un grave errore di valutazione del pericolo che costò molto caro ai sorrentini. Nella notte del 12 giugno la flotta ottomana approdò sulla spiaggia di Crapolla e alla marina del Cantone a Massa Lubrense, priva di difesa, mentre venti galere si schierarono di fronte a Marina Grande di Sorrento. I turchi videro la città fortificata,  protetta da solide mura e dall’ alta costa che  impedivano un facile sbarco per cui esitarono ad approdare. Intanto a Sorrento il cavaliere Onofrio Correale e sua moglie Ippolita de Rossi avevano accolto in casa per atto di pietà un servo turco che, istruito alla fede cattolica, prese il nome Ferdinando e ben presto si conquistò la  piena fiducia di tutta la famiglia. I Correale custodivano le chiavi delle quattro porte che consentivano l’accesso alla città di Sorrento, due di terra (Parsano e Marano), e due di mare (capo Cervo e Marina Grande). Proprio quella notte il Correale mandò Ferdinando a Marina Grande ad attendere un parente che arrivava via mare ma quello, vedendo i turchi, li chiamò e  li guidò in città.  Fu una notte di sangue e barbarie. “  Non furono ostacoli pel  truce ottomano né l’età, né il sesso, né la condizione, né la dimora privata, né i sacri templi, imperocchè furono uccisi vegliardi gravi di anni e bambini lattanti nelle fidate braccia delle proprie madri, spesso un sol colpo spegnendo due vite…” (da Leggende popolari sorrentine di Gaetano Canzano Avarna). La strage durò un giorno intero, e al tramonto fu dato il segnale di condurre  alle navi non solo i superstiti sorrentini, destinati al mercato degli schiavi, ma anche la campana della chiesa di sant’Antonino. Le galere turche sparirono per alcuni giorni, poi approdarono a Procida per contrattare il prezzo dei prigionieri che i sorrentini, avendo perso tutto, non poterono riscattare. I turchi quindi presero il largo per tornare alle terre natie. All’altezza di punta Campanella la barca che trasportava la campana non riuscì ad avanzare, come se ci fosse un ostacolo sotto il mare o una forza soprannaturale. Dopo tante e inutili manovre, vedendo  ormai lontana il resto della flotta, la ciurma pensò bene di alleggerire la barca gettando in mare la campana. Solo così la galera riprese la navigazione. Da allora la campana di punta Campanella suona  a distesa dal fondo del mare il 14 febbraio, giorno del patrono di Sorrento.

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25 Aprile: Oltre il ponte

CalvinoQuest’anno per la festa della Liberazione condivido il testo della canzone “Oltre il ponte”, scritto da Italo Calvino per ricordare la militanza nella Resistenza sua e di quei giovani che “vedevan oltre il ponte l’altra riva in mano nemica, ma vedevano anche la vita, tutto il male vedevano di fronte, ma tutto il bene avevano nel cuore”. Qui filmati storici e una bella interpretazione cantata da Modena City Ramblers con Moni Ovadia.

 

 

Oltre il ponte

O ragazza dalle guance di pesca,
O ragazza dalle guance d’aurora,
Io spero che a narrarti riesca
La mia vita all’età che tu hai ora.
Coprifuoco: la truppa tedesca
La città dominava. Siam pronti.
Chi non vuole chinare la testa
Con noi prenda la strada dei monti.

Silenziosi sugli aghi di pino,
Su spinosi ricci di castagna,
Una squadra nel buio mattino
Discendeva l’oscura montagna.
La speranza era nostra compagna
Ad assaltar caposaldi nemici
Conquistandoci l’armi in battaglia
Scalzi e laceri eppure felici.

Avevamo vent’anni e oltre il ponte
Oltre il ponte che è in mano nemica
Vedevam l’altra riva, la vita,
Tutto il bene del mondo oltre il ponte.
Tutto il male avevamo di fronte,
Tutto il bene avevamo nel cuore,
A vent’anni la vita è oltre il ponte,
Oltre il fuoco comincia l’amore.

Non è detto che fossimo santi, 
L’eroismo non è sovrumano,
Corri, abbassati, dài, balza avanti,
Ogni passo che fai non è vano.
Vedevamo a portata di mano,
Dietro il tronco, il cespuglio, il canneto,
L’avvenire d’un mondo più umano
E più giusto, più libero e lieto.

Avevamo vent’anni e oltre il ponte
Oltre il ponte che è in mano nemica
Vedevam l’altra riva, la vita,
Tutto il bene del mondo oltre il ponte.
Tutto il male avevamo di fronte,
Tutto il bene avevamo nel cuore,
A vent’anni la vita è oltre il ponte,
Oltre il fuoco comincia l’amore.

Ormai tutti han famiglia, hanno figli,
Che non sanno la storia di ieri.
lo son solo e passeggio tra i tigli
Con te, cara, che allora non c’eri.
E vorrei che quei nostri pensieri,
Quelle nostre speranze d’allora,
Rivivessero in quel che tu speri,
O ragazza color dell’aurora.

Avevamo vent’anni e oltre il ponte
Oltre il ponte che è in mano nemica
Vedevam l’altra riva, la vita,
Tutto il bene del mondo oltre il ponte.
Tutto il male avevamo di fronte,
Tutto il bene avevamo nel cuore,
A vent’anni la vita è oltre il ponte,
Oltre il fuoco comincia l’amore. 

Gloria Chilanti: la Resistenza di un’adolescente.

bandiera rossa e borsa neraLa Resistenza fu “ un volontario accorrere di gente umile, fino a quel giorno inerme e pacifica, che in un’improvvisa illuminazione sentì che era giunto il momento” di combattere contro il terrore , e coinvolse uomini e donne di varia estrazione socioculturale , ma anche tanti giovani, a volte giovanissimi. Tra questi è da  ricordare Gloria Chilanti che nel suo diario “Bandiera rossa e borsa nera”, scritto tra il gennaio e il settembre del 1944, racconta la sua vita di adolescente  in una Roma in cui ebbe inizio la guerra di Liberazione dal nazifascismo con i suoi martiri ed eroi, spesso poco conosciuti.  

Gloria è figlia  di Felice Chilanti, scrittore e giornalista antifascista, confinato per due anni a Lipari, poi  dirigente del Movimento Comunista  “Bandiera Rossa” , e della coraggiosa Viviana Carraresi in Chilanti, una  delle tante donne della “Resistenza taciuta”  il cui nome di battaglia era Marisa. Con la madre Gloria vive in clandestinità, fa  propaganda e consegne, si adopera per resistere alla fame e alla miseria, aiuta e nasconde partigiani e dissidenti, cuce coccarde e bandiere, pur non potendo andare a scuola impara  “tante cose che nessun bambino sa” , vive e ha in mano tante ricchezze  grazie alla condivisione di ideali, storie e segreti tra  paure, stenti ed entusiasmi.

Questo diario, dalla narrazione asciutta e autentica,  è stato pubblicato circa 50 anni dopo su insistenza di Carla Capponi, medaglia d’oro della Resistenza italiana, perché tutti potessero leggere “questo misterioso e miracoloso  moto di popolo” (Piero Calamandrei) con lo sguardo di una bambina cresciuta  senza bambole e impegnata nella lotta partigiana, vissuta con l’incoscienza e l’impeto dei suoi tredici anni quasi come un gioco intrigante e rischioso . Gloria era convinta di non avere fatto nulla di straordinario, in base agli ideali libertari trasmessi dai genitori per lei era naturale   credere nella libertà come diritto e bene comune e quindi resistere, perciò non ha pubblicato prima la sua testimonianza.

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Dopo la liberazione  però inizia una nuova forma di resistenza, questa volta delle donne e diretta contro l’arroganza e i conflitti interni ai movimenti antifascisti. Gloria ben delinea la figura della madre Viviana che  prima aveva aiutato i perseguitati, i disertori, i partigiani, aveva favorito la diffusione della stampa clandestina e trasportato  armi  rischiando più volte  la  vita e la cattura, e  in seguito si adoperò affinché le donne che avevano avuto familiarità con i fascisti, spesso per  riuscire a sopravvivere, non venissero trucidate come spie, e con determinazione  osò opporsi a quella boria  maschile che non ha partito né  bandiere.  Come racconta Gloria nel diario: “Stamattina sono stata al Congresso a via dei Giubbonari dove hanno parlato Poce e Filiberto e tutti i capi (zona, sezione, gruppi cellula) e c’erano più di cento donne (tutte della nostra sezione e tutte le nostre capo-zona). Ad un certo punto, mentre parlava Sbardella ad un cenno di mamma tutte le compagne sono uscite dall’aula… Sbardella parlava come Mussolini con gli stessi gesti”. 

donne della resistenza

Viviana Carraresi morì a Pechino il 30 maggio del 1980 e riposa nel cimitero degli eroi rivoluzionari Ba Bao Shan. “ È stata la donna che ha costruito le nostre vite, mia e di mio padre, forzando a volte i nostri caratteri timidi e introversi. Senza di lei non avremmo avuto quel coraggio, quella forza d’animo, ottimismo per superare le traversie  che la vita ci ha messo di fronte. Donna di grande temperamento aveva rinunciato a un’agiata vita borghese per seguire mio padre  nella miseria e nella continua  incertezza del futuro: una vera combattente rivoluzionaria.” Forse la più dimenticata della famiglia  cui però il marito Felice Chilanti dedicò il bel romanzo “Lettera a Pechino”, finito di scrivere qualche giorno prima  della sua morte a Roma il 26 febbraio 1982.

 Zhu Zi Ji, grande poeta cinese la ricorda con questi versi:

“ L’ italiana Viviana, il capitano,

nella tiepida terra d’Oriente  dorme in pace.

Ha dato il suo cuore ai compagni d’arme cinesi…

Nel cuore dei compagni d’arme cinesi per sempre vivrà.

Quando i fiori delle nostre idee saranno sbocciati ovunque

ne offrirò una corona alla compagna d’arme.

Che quelli che verranno leggendo il suo nome con affetto

chiamino:  Viviana,Viviana.”

 

Buon 25 Aprile !

 

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“Ho semplicemente lottato per una causa che ho ritenuta santa: quelli che rimarranno si ricordino di me che ho combattuto per preparare la via ad una Italia libera e nuova.” (Lorenzo Viale, anni 27)

 La libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare. (Piero Calamandrei)

Le bellezze nascoste di Napoli: la chiesa di sant’Anna dei Lombardi a Monteoliveto e la sagrestia del Vasari

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Nella piazza Monteoliveto  di  Napoli si trova la chiesa di sant’ Anna dei Lombardi, interessante per la sua storia ma soprattutto perché  custodisce all’ interno un gioiello architettonico e artistico, a mio parere poco noto,  che è la sagrestia del Vasari .

In origine nel 1400 in quel sito esisteva  la  chiesetta  di santa Maria de Scutellis, confinante con i giardini “Carogioiello” o “Biancomangiare” e l’ “Ampuro” che si estendevano fin sulla collina di Sant’Elmo. Nel 1411 il nobile Gurrello Orilia al posto ella chiesetta  ne fece costruire  una più grande per la Purificazione di Maria affidandola poi  ai padri olivetani  di  Firenze.  I d’ Avalos , i Piccolomini, il re Alfonso Alcune e altre nobili famiglie  napoletane contribuirono alle spese  e fecero donazioni per la costruzione di un monastero che aveva quattro chiostri, giardini con fontane, una biblioteca  e una dependance , divenuta famosa non solo per gli affreschi  del  Vasari , ma anche per il soggiorno di  Torquato Tasso durante la stesura  del suo poema.

Verso la metà del ‘700 parte del monastero  fu destinato  prima al tribunale  misto che, in base a un trattato tra il papa e il re,  consentiva ai religiosi e ai laici di essere giudici e presidenti, poi  nel 1848 divenne sede del parlamento napoletano. Alla fine  del ‘500 i lombardi presenti a  Napoli si costruirono un’altra chiesa, crollata col terremoto del 1805 che provocò anche la distruzione di tre opere del Caravaggio, per cui ne  vendettero il suolo. Quando gli Olivetani furono allontanati, la chiesa di Monteoliveto fu data ai lombardi, perciò  prese il nome di sant’Anna dei Lombardi,  e vi nacque un’ arciconfraternita  che esiste ancor oggi ma  appartiene ai napoletani. Questa chiesa  è una testimonianza del rinascimento toscano, soprattutto dal punto di vista architettonico  per le grandi cappelle a pianta centrale che ricordano quelle fiorentine. Nel  XVII l’originario stile gotico venne meno e lo si nota soprattutto in quella che sarà la sagrestia del Vasari. La chiesa chiusa per tanti anni, poi è stata  riaperta in seguito a graduali   lavori di ristrutturazione dal 1976 al 1990, in particolare dopo i danni del terremoto del 1980 : per esempio  sono stati ristrutturati  il soffitto a cassettoni, distrutto durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale,  la splendida cappella del Vasari (lavori dal 1983 al 1985) e le  opere pittoriche  e marmoree delle cappelle rinascimentali Piccolomini, Mastrogiudice e Tolosa che ben rappresentano l’influenza  toscana nell’architettura del ‘500 a Napoli.

monumento funebre Domenico Fontana

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Alla chiesa si accede da piazza  Monteoliveto, ubicata nel centro storico tra la piazza  del Gesù nuovo e piazza Carità presso via Toledo.  Nell’atrio  spicca il monumento funebre dell’architetto Domenico Fontana del 1627, proveniente  dalla distrutta Sant’Anna dei Lombardi e pertanto ricomposto nel secondo dopoguerra.

Imponente è l’organo quattrocentesco che subì modifiche e fu decorato nel ‘700 dal napoletano Alessandro Fabbro. santa-anna-lombardi

Tra le dieci cappelle che perlopiù fiancheggiano la navata principale della chiesa  merita quella del “Compianto sul Cristo morto”  che prende il nome  da un gruppo  di sette figure di terracotta policroma  a grandezza naturale in una Deposizione del 1492, realizzata da Guido  Mazzoni, restaurate nel 1882 e di recente da Salvator Gatto.  È un gruppo di pregiata fattura  per  le espressioni realistiche dei personaggi , tra i  quali  sono ritratti Ferdinando I e  del figlio Alfonso d’Aragona  committenti dell’opera, oltre che il Sannazzaro e il Pontano.

cappella Piccolomini

 

Bella anche la cappella Piccolomini con il pavimento a mosaico e l’altare con  la Natività, due profeti e i santi Giacomo e Giovanni Evangelista (1475 circa) di Antonio Rossellino.

 

Dalla cappella del Compianto si procede per un corridoio e si giunge all’Oratorio o sagrestia,  che in origine era un refettorio degli Olivetani, affrescato poi dal Vasari nel 1545 con l’assistenza del toscano Raffaellino del Colle. Le originarie volte ogivali  gotiche furono adattate dal  Vasari, che le abbassò e ne smussò gli spigoli creando con gli affreschi effetti ottici molto particolari oltre a coprire  di stucco le volte per renderle  più luminose. Essi consistono perlopiù in iconografie allegoriche delle  Virtù.

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Nella  parete   di fondo c’è  un altare  dietro il quale  al centro  spicca un affresco di S. Carlo Borromeo di un ignoto pittore napoletano ,portato qui  dopo la soppressione dei monasteri  e fiancheggiato  da due dipinti ritraenti  l’Annunciazione, di autori ignoti anch’essi .

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Agli inizi del  ‘400 i numerosi pannelli lignei, intarsiati dall’olivetano fra Giovanni  da Verona (1506), dalle cappelle della chiesa furono poi spostate  nel refettorio che  nel 1688 l’abate Chiocca  trasformò in una sagrestia , facendo  realizzare anche statuette lignee intervallate  alle tarsie e raffiguranti i santi dell’ordine. Le tarsie lignee del frate  Giovanni da Verona ritraggono vedute di paesaggi, strumenti musicali, libri, monumenti rinascimentali di Napoli  e rendono quest’ambiente uno scrigno di raffinata e insolita  bellezza.

 

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Il limone tra storia, leggenda e limoncello .

Frederic_Leighton_-_The_Garden_of_the_HesperidesAi limoni, raggi di luce divenuti  frutti, fa capo una delle dodici fatiche di  Ercole  che uccise il drago Ladone incaricato  con  le Esperidi  di vigilare su un giardino, per custodire i pomi d’oro che Gea aveva donato a Era in occasione delle sue  nozze con Zeus. Con l’aiuto delle ninfe,  Ercole si procurò i frutti e li portò ad Euristeo. Nella cultura medio orientale, soprattutto ebraica, si  parlava perlopiù dei cedri che  crescevano in Israele quando gli  ebrei rientrarono da Babilonia nel VI sec. a. C. ;  cedri denominati meli di Persia da Teofrasto di Ereso, filosofo greco ed esperto id botanica,  nel 300 a. C .

La presenza dei limoni nel mondo romano fu confermata non solo  da Plinio il Vecchio  che lasciò notizie  sul trasporto del cedro in tante regioni ma anche  dalle piante da frutto, tra cui due limoni,  particolare albero da fruttodipinte sulle pareti della casa del frutteto di Pompei  e dalle trentotto piante di limone in vaso, trovate nella villa Oplonti di Torre Annunziata .Nel 1952 l’archeologo Maiuri concluse che il limone citrino ovale si era già acclimatato in Italia sin dal I  sec. d. C. In epoca romana  però non si distinse ancora  la differenza tra limone e cedro, cui si giunse verso il X secolo. Sicuramente gli arabi portarono i limoni durante le invasioni della Spagna e dell’Italia meridionale  tra il X e il XII secolo ma anche  i crociati, di ritorno dalle guerre sante,  importarono   le piante di limoni, ben presto coltivate nelle zone a clima caldo-temperato. In verità nella costiera sorrentina –amalfitana il limone era già presente nell’Alto  Medio Evo (V I sec. d. C.), come documentano le testimonianze dei medici salernitani che lo usavano a scopo terapeutico. Certamente  il “citrus limon massese” o “ femminiello massese” di Massa Lubrense, nota per i suoi limoni,  fu importato dall’oriente dai monaci gesuiti nel lontano XVII secolo e proprio il gesuita massese padre Vincenzo Maggio promosse la coltivazione dei limoni. A fine ‘500 Napoli e dintorni  erano ormai  “un gioioso loco” ricco di aranci, limoni  e cedri, tanto da fare esclamare più tardi a Goethe  “Conosci tu il paese dove fioriscono i limoni? Nel verde fogliame splendono arance d’oro. Un vento lieve spira dal cielo azzurro, tranquillo è il mirto, sereno è l’alloro. Lo conosci tu bene? …”

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Gran parte dell’economia sorrentina ruotò intorno all’agrumicoltura, che dall’ 800 sostituì colture non più redditizie come quella dei gelsi , anche per la sempre più massiccia importazione dall’oriente dei bozzoli destinati all’industria serica. Proprio per l’esportazione pagliarelledi arance e limoni verso il nord Europa e l’America agli inizi dell’800  si sviluppò la  cantieristica navale  e  di conseguenza  sempre più la tradizione marinara della penisola sorrentina, ancor oggi radicata.  Nel 1917 in penisola circolavano circa ottocento tra cavali, asini e muli per il trasporto di agrumi e  la commercializzazione dei limoni all’ estero  fu garantita tutto l’anno perché d’inverno erano conservati nelle grotte e le  piante venivano  protette  con le “pagliarelle”. Queste, ancora in uso,  sono stuoie di paglia appoggiate su pergolati   per formare una sorta di tetto sul limoneto ed  evitare che i limoni siano danneggiati dalle gelate.

Solo con il limone della costiera amalfitana e sorrentina aventi il marchio IGP, cioè lo sfusato di Amalfi e l’ovale di Sorrento, si produce il limoncello, liquore digestivo di fama internazionale.

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L’origine del limoncello è piuttosto controversa e contesa tra Capri, Sorrento e Amalfi.  Se per i capresi l’imprenditore  Massimo Canale fu il primo a registrare il marchio “Limoncello” negli anni ’80, per   gli amalfitani  le origini del limoncello si fanno risalire a epoche remote,  addirittura  al tempo delle invasioni saracene quando i pescatori lo bevevano per combattere il freddo. Probabilmente invece fu  prodotto in un monastero, come tanti dolci e prelibatezza campane, anche se i sorrentini sostengono  che sin dall’inizio del ‘900 le nobili famiglie del luogo lo offrivano agli ospiti illustri, secondo una ricetta tradizionale.

Per Achille Bonito Oliva  il limoncello è il liquore bambino.

“Liquore di antica famiglia, il limoncino, casa e chiesa, silenzioso e senza malizia di sapore, è per gli adulti senza essere vietato ai bambini. Ha il colore paziente del convitto, senza oggetto o decisione di fondo, ma con sapore continuo alla gola. Fatto per lo sguardo e malinconica distrazione, non permette e non trattiene ricordi. Liquore di passaggio, il limoncino. Un giallo che rimanda all’azzurro. Non ama essere versato ma preservato in ampolle sicure e personali. Il diminutivo limoncino dichiara un liquore infantile anzi bambino, che nasce limone e desidera diventare limoncino, sicuramente in vitro, così trasparente e guarda dalla bottiglia in girotondo…”

 

Esistono molte varianti della ricetta sia per le diverse percentuali di zucchero e alcool, sia  per il procedimento.

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Ricetta del limoncello

Ingredienti:

10 limoni non verdi

1 lt di alcool per liquori

750g di zucchero

 

Procedimento:

Sbucciare i limoni senza intaccare il mesocarpo o albèdo (la parte interna  bianca del limone), mettere le bucce in infusione nell’ alcool in un recipiente di vetro chiuso e  in un luogo fresco e buio per 9 giorni. Quando è concluso il periodo di macerazione, preparare il giulebbe versando  750 g di zucchero in un litro d’acqua, mescolando e lasciando bollire per 5 minuti circa finché lo zucchero non si sia sciolto. Quando lo sciroppo si è raffreddato, aggiungervi l’alcool con le bucce, girare e infine  filtrare con una garza e imbottigliare. Il limoncello è un ottimo digestivo da servire preferibilmente in bicchierini gelati, oppure lo si può conservare  nel congelatore  in quanto zucchero e alcool gli impediscono di congelare.

 

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Il museo civico Gaetano Filangieri

Napoli non smette mai di stupire: in luoghi nascosti e poco attraenti  custodisce angoli di rara bellezza artistica, come il Museo civico Gaetano Filangieri che si trova nella centrale e trafficata via Duomo ed è stato riaperto nel 2012.

gaetano filangieri seniorIl Principe Gaetano Filangieri, nipote di Gaetano Filangieri senior, l’eminente illuminista napoletano autore della Scienza della Legislazione,  fu  luogotenente in Sicilia e Presidente del Consiglio dei Ministri. Come suo padre e suo nonno fu un mecenate, oltre che cultore del bello, ma soprattutto si interessò dell’educazione  e della formazione delle masse popolari curando  luoghi atti a conservare  un patrimonio destinato all’educazione stessa. In particolare Gaetano Filangieri senior ebbe a cuore il miglioramento delle organizzazioni scolastiche, da lui considerate necessarie per il rinnovamento della società. Già allora intuì il legame che può esserci  tra museo e  scuola. Egli concorse  all’ istruzione  di artisti e artigiani, promosse l’operosità delle arti e delle industrie  cercando di rendere migliore, più raffinata e preziosa la produzione industriale artistica, sviluppando tradizioni di lavoro e l’educazione al bello.20151206_124142

Non avendo eredi maschi decise di donare alla Città di Napoli, non allo Stato, le sue collezioni di armi, ceramiche, porcellane, maioliche, quadri, libri e documenti storici, creando una fondazione autonoma e privata. Il Museo fu fondato nel 1882  da Gaetano Filangieri Principe di Satriano e fu aperto nel 1888.  Il principe si occupò della costruzione del museo  rispettando le facciate quattrocentesche del palazzo  Como, espressione dell’architettura rinascimentale a Napoli, inconfondibile  per il bugnato esterno e il bel portale  ad arco a tutto sesto e per l’ aspetto austero che ricorda il palazzo Strozzi e Medici. Fu ristrutturato a spese del Principe che volle farne omaggio alla città natale.  Alla fine del ‘500 passò ai padri predicatori della congregazione di santa Caterina da Siena fino al 1806 quando fu abolito il convento e diventò alloggio per le vedove di militari. Diventò nuovamente  monastero, seppure  in pessime condizioni, finché nel 1866 con la soppressione degli ordini religiosi  fu  occupato dal  Municipio. Prese il nome  di “ palazzo che cammina” perché  la facciata fu spostata di circa venti metri per la realizzazione di via Duomo. Il Museo Civico fu diretto prima dallo stesso principe, poi dal Principe Don Giuseppe Giudice Caracciolo, dal principe Don Stefano Colonna, dal conte Riccardo Filangieri de Candida Gonzaga, dal Barone Don Francesco Acton di Leporano, mentre oggi il suo consiglio direttivo è presieduto dal sindaco di Napoli, dal sovrintendente alle Gallerie di Napoli e da un discendente del fondatore.

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Durante un incendio appiccato dai tedeschi in ritirata parte delle collezioni fu distrutta  in san Paolo Besito, dove furono  portate al riparo delle incursioni aeree che distrussero buona parte del centro storico di Napoli. Nonostante le perdite subite, il museo fu riaperto grazie alla tenacia del sovrintendente Bruno Molajoli e via via si arricchì grazie a donatori  di opere pregiate   che ci tenevano a contribuire al patrimonio artistico di Napoli. Nel 1960 il Museo civico G. Filangieri è stato classificato come uno dei grandi musei italiani rinomato anche per una preziosa collezione numismatica . Qui sono esposte tremila opere tra dipinti, porcellane, maioliche, mobili.sala agataDalla sala Carlo Filangieri, con volte a mosaico dorato sulle quali tra volute floreali spiccano gli stemmi e i nomi degli esponenti della famiglia, procedendo verso la scalinata si può ammirare la collezione di armi cinesi, armature giapponesi, elmi e balestre. La scala ecoidale porta a una sala ricca  di oggetti raffinati e dedicata ad  Agata Moncada di Paternò, madre del fondatore. Si apre su un meraviglioso pavimento maiolicato, realizzato su disegno di Filippo Palizzi dagli allievi dell’Officina ceramica del Museo Artistico- Industriale.

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La sala Agata ospita opere  databili dal XVI al XIX secolo collezionate dal Principe e da altri donatori, quadri di Jusepe de Ribera, Luca Giordano, Battistello Caracciolo, Mattia Preti e Andrea Vaccaro. È completamente rivestita di legno, anche le colonne e il passaggio pensile sono lignei. La parte superiore è impreziosita da ventiquattro vetrine che raccolgono collezioni di maioliche, ceramiche, porcellane di Capodimonte  e le  statuine di bisquit della Real fabbrica ferdinandea, modellate  da Tagliolini.  

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 In fondo alla sala spiccano le spade disposte  a raggiera e convergenti verso lo scudo centrale, in acciaio dorato, decorato con una testa di Medusa. Tra le spade di manifattura spagnola e di varie epoche, si segnalano la spada d’acciaio di casa Filangieri, del XVII secolo, con lo stemma crociato retto da delfini e lo spadino ottocentesco di impiegato civile del tempo di Ferdinando I, in acciaio e osso.

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Particolarmente bella è la biblioteca , rivestita di legno, arricchita da busti marmorei, argenti e  più di 8000 volumi  di varie tematiche tra i quali quelli sulla storia  dell’arte napoletana, raccolti  dal principe Filangieri, ma anche libretti teatrali che documentano la storia culturale, musicale e teatrale dal XVII al XIX secolo.

Museo Civico Gaetano Filangieri

Via Duomo 288 – Napoli

Aperto da martedì a sabato 10/16, domenica 10/14.

Mirabilia coralii

05Qualche anno fa vidi una mostra  particolarmente raffinata di cose incredibilmente belle che i cesellatori del corallo sono riusciti a creare.

Dalle relazioni commerciali tra Genova, Livorno e Napoli dalla fine dell’epoca barocca all’inizio del ‘900 si sviluppò la  diffusione, l’evoluzione artistica  e il declino  della lavorazione del corallo, che non si ridusse a mera produzione artigianale ma fu espressione di una civiltà artistica e mercantile in cui si identifica ancora oggi Torre del Greco. Interessante è  la storia della lavorazione del corallo. In seguito al bando degli ebrei del 1492, alcune comunità ebraiche migrarono dalla Sicilia verso Genova, che era in concorrenza con Trapani e le  città catalane nell’egemonia sui traffici del corallo verso l’Oriente. Altre comunità, espulse  dalla Spagna, furono accolte a Livorno dalla fine del 1500 con le Leggi Livornine con le quali i Granduchi di Toscana garantivano libertà di commercio. Con l’editto del 1740 anche re Carlo di Borbone  richiamò gli ebrei nel Regno delle due Sicilie, sperando di potenziare i traffici marittimi come Livorno. Questi regnanti innovarono e diedero impulso all’artigianato locale della lavorazione del corallo che assunse sempre più  carattere industriale.

mirabilia-coralii-2Dopo la  gloriosa stagione barocca, le opere di incisione e scultura di grande valenza artistica vennero meno, salvo rare eccezioni, e si diffuse la produzione di sfere, grani, bottoni per rosari o per piccoli e semplici ornamenti, finché all’ inizio del XIX secolo si riaffermò una lavorazione del corallo estremamente originale, raffinata e ricca con l’assoluto primato di Torre del Greco. Ciò fu possibile in quanto cambiò la considerazione del corallo e pure il gusto estetico. Se in passato fu utilizzato per creazioni di alta oreficeria barocca, anche perché,  secondo il pensiero cattolico della Controriforma, era il simbolo sacro dell’ altissimo sacrificio, nell’ 800 la nascente borghesia lo apprezzò come elemento decorativo di  oggetti personali e  di uso comune, come pettini, fermagli, tagliacarte, specchi, manici di ombrellini, pomi di bastoni da passeggio. Si diffuse quindi una nuova tipologia di  produzione, non più di opere uniche per principi o oggetti sacri, ma  di opere  realizzate in più esemplari da distribuire in un mercato più ampio che ne faceva sempre più richiesta.

 Il materiale corallino veniva pescato nel mare antistante Livorno, nei mari di Sardegna e di Africa e nel ‘600  era  lavorato a Genova, Pisa e Livorno, soprattutto come tondi, olivette e botticelle per paternostri  e collane da esportare in India, Asia minore, paesi europei, Africa occidentale. Agli inizi del 1800 Livorno divenne la piazza più importante per il commercio del corallo grezzo ( circa 40 tonnellate annue e nel 1810 da 500 si passò a circa 1000 lavoranti nell’industria corallina), ma alla fine del secolo si verificò una parziale recessione delle ditte livornesi in quanto un’enorme quantità di corallo rosa arancio, scoperto a Sciacca, invase il mercato. In seguito molte fabbriche e laboratori artigianali livornesi  chiusero a causa dell’emergenza dei due conflitti mondiali e delle  crisi dei dopoguerra .

La lavorazione del corallo si diffuse nel napoletano soltanto nel 1800. In effetti sin dalla metà del  XV secolo si praticava la pesca corallina lungo le coste della penisola sorrentina, di Capri, oltre che della Corsica, Sardegna e Africa  settentrionale e molto probabilmente  i manufatti artistici, apprezzati dai nobili napoletani sin dal 1600,  venivano prodotti in opifici trapanesi. Con l’editto cattolico della fine del ‘400 prima, e poi con la seconda diaspora dei corallari siciliani nella seconda metà del ‘600, maestri trapanesi  giunsero a Napoli portando la loro “arte”. Fino alla fine del ‘700  però gli artigiani erano dediti alla lavorazione del liscio, mentre gran parte del corallo grezzo, pescato dai torresi, confluiva a Livorno. Nella seconda metà del ‘700  Ferdinando IV di Borbone pensò di fare lavorare il grezzo a Torre del Greco per promuovere lo sviluppo dell’artigianato locale, ridusse quindi l’imposta sul grezzo importato, favorì la vendita del corallo a Napoli e nel 1790  emanò il Codice Corallino e lo Statuto della Compagnia per disciplinare l’attività di pesca, la custodia e la vendita  del corallo. Il re però non riuscì ad avviare una fabbrica a Torre del Greco  sia per la situazione internazionale (rivoluzione francese), sia per l’antagonismo tra francesi ed inglesi nel controllo dei traffici marittimi e l’eruzione del Vesuvio del 1794.

09Subentrò però un intraprendente francese, Paul Barthèlemy Martin che,  sulla scia  della moda del corallo molto apprezzato da Carolina Bonaparte, agli inizi dell’800 col consenso di Ferdinando IV aprì la prima fabbrica di lavorazione del corallo a Torre del Greco, esente da dazi per l’esportazione di quello lavorato e per il commercio interno al Regno, a condizione che formasse giovani apprendisti in quest’arte.  Il successo fu immediato: nel primo anno la fabbrica del Martin, che impiegava un centinaio di lavoranti, ottenne da Napoleone I il diritto di produrre e vendere in tutto il regno e il divieto per chiunque di contraffarne la produzione. La produzione  di sculturine e cammei di gusto neoclassico era molto apprezzata da  Carolina Bonaparte che al fratello Napoleone regalò una spada di gala, dalla splendida elsa con cammei in corallo, esposta per la prima volta in Italia nella mostra “Mirabilia coralii”, in cui qualche anno fa furono esposti 150 preziosi manufatti di  corallo provenienti da  musei  e da collezioni private.  

 I Bonaparte e la  nascente borghesia  fecero la fortuna del corallo, lavorato in oggetti di uso personale secondo la  moda in stile impero che si ispirava alla classicità romana. Nella prima metà dell’800 a Torre del Greco operavano otto fabbriche e a Napoli  una cinquantina di botteghe di corallari.  Dalla metà dell’800 si realizzarono  creazioni ispirate a modelli rinascimentali e naturalistici ( bouquets di fiori, foglie,  frutti) e lavorazioni scolpite a tutto tondo realizzabili, giocando sulle irregolarità del corallo, con  tutto il materiale corallino, compreso  quello di scarto non adatto per pallini. L’arte del corallo fu reclamizzata in esposizioni nazionali ed estere ( Londra, Parigi, Vienna), conquistando il riconoscimento di attività tipica di Torre del Greco.

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La scoperta di enormi banchi di corallo a Sciacca provocò un collasso del mercato. Le ottanta fabbriche che  nel 1880 impiegavano 4000 lavoranti si ridussero a circa sei, di grandi dimensioni, solo dieci anni più tardi,  e il prezzo del grezzo scese dell’80 %. A Torre del Greco continuò la lavorazione del tondo soprattutto a domicilio e ad opera di donne. Alla fine dell’800 si diffuse la lavorazione di cammei su modelli classici, la produzione di oggetti che si rifacevano all’arte pompeiana e altri ancora  in stile liberty  che ricercavano ed utilizzavano materiali diversi, quali conchiglie e madreperla. Le opere più pregiate  furono realizzate col corallo giapponese, sempre più importato, e perlopiù destinate a un mercato straniero. Una parte della produzione fu realizzata su richiesta dei mercati orientali e africani, mentre in Italia furono largamente richiesti il gioiello popolare di corallo e l’amuleto porta fortuna.

Bianca

bianca di ceriolo annamaria“Bianca – donna  e monaca tra cinque e seicento” è il libro di Anna Maria Ceriolo Verrando che documenta  e racconta con garbo la storia  vera  di una probabile monacazione subita  e risalente all’Italia del ‘600. Una microstoria dell’estremo Ponente ligure che è una finestra su un mondo scomparso  e poco conosciuto, ma soprattutto  è una vicenda della condizione femminile e di un’epoca di fermento, quella della Controriforma, attraverso eventi che incisero nella storia. Non poteva passare inosservata la dedica del libro  “Alle donne che ancora aspettano di poter realizzare la loro personale scelta di vita e il loro diritto all’ istruzione” perché Bianca è innanzitutto una donna, forse una delle tante bambine costrette o persuase dalle famiglie a entrare in educandato, finendo poi per  restarvi come novizie e infine monache, subendo un destino simile a quello di molte altre, in quanto la loro dote corrispondeva da un terzo a un ottavo circa di quella riservata alle fanciulle destinate al matrimonio. In quei conventi  spesso le bambine rimanevano perché  incoraggiate dalla presenza di zie o cugine che prima di loro erano state indotte a  intraprendere la stessa vita. Non c’era in effetti  alcuna libertà di scelta per le donne dell’epoca. Bianca però a modo suo si rivela audace e coraggiosa e ci parla della sua storia attraverso una lettera che Anna Maria Ceriolo trova  per caso  nella sezione di Ventimiglia dell’Archivio di Stato mentre esamina una filza del notaio Simone Lamberti senior, capofila di una schiatta di notai di Vallecrosia, e rintraccia una serie di dati ricavabili da compravendite di immobili e terreni, da locazioni, transazioni commerciali, quietanze varie, liti e testimonianze, ingaggi commerciali, testamenti, strumenti dotali e corredi di spose. Nota infatti che tra i fogli di filza, generalmente piegati a metà  e in verticale come un foglio protocollo, ce n’era uno più piccolo degli altri e piegato in tre parti. Da una parte il notaio aveva vergato regolari quietanze e pagamenti mentre dall’altra, sia l’intestazione che la parte finale rivelano una lettera privata. Anna Maria scopre così una segreta  lettera d’amore, proveniente da un convento, arrivata allo studio notarile e lì nascosta, scritta in risposta ad una precedente lettera del notaio Simone Lamberti senior. La voce di questa donna, discretamente colta, trapela dalla scrittura curata e  con  una determinazione  audace e insolita per quei tempi dichiara i suoi sentimenti . “Io facio come fa li arberi che alla primavera fioriscono, così mè intrevenuto adeso a me… Io vi amava come senper ò fatto”. La storica, incuriosita ed emozionata, trova anche la bozza di una risposta del notaio, risale al casato di Bianca, ricostruisce  una storia amorosa, tormentata  da lunghe e logoranti attese, l’ insofferenza per  una condizione di vita non voluta che spesso induceva le giovani monache a lasciarsi morire, la volontà di vivere i propri sentimenti.  Mi fermo per lasciare un po’ nel mistero la vicenda di Bianca, prima donna e poi monaca.

Presento la mia amica Anna Maria Ceriolo Verrando, insegnante di lettere e autrice della  tesi “Bordighera nella storia”  che fu pubblicata e inserita dal prof. Nino Lamboglia nella Collana Storico –archeologica della Liguria Occidentale. L’incontro con il Lamboglia fu per Anna Maria determinante  per rafforzare l’amore per la storia e le sue metodiche al punto tale da farla divenire un’appassionata ricercatrice d’archivio, che ha sempre diviso il suo tempo tra la famiglia, il lavoro, la ricerca delle fonti e la poesia. Affermata storica loco-regionale, ha ricevuto a Bordighera nel 2011 il prestigioso Parmurelu d’oro, premio annuale assegnato per meriti storico-letterari-artistici- scientifici  o impegno civile a chi ha reso lustro alla città di Bordighera.