Lo spaghetto tradito

“I napoletani non comprano più pasta napoletana. La ignorano. Non credono più al suo mito. Si vantano di mangiare maccheroni provenienti da remoti paesi appenninici e alpini, da pianure sconosciute  dove, per tempo, furono chiamati mugnai e pastai di Torre Annunziata, Gragnano, Nocera, Pagani, San Severino, Cava dei Tirreni, Pontecagnano, Eboli e Battipaglia, le patrie della “vera Napoli”, fabbricata con grano duro proveniente dalla Crimea e in ogni caso dalle Russie e messa e tesa ad asciugare come panni lini in grotte piene di ombra e frescura con venti continui della mitezza di zeffiri. Paste e farine se ne fabbricano ancora in questa zona, che sembrava ne serbasse il destino e il segreto, e di buone e solide, ma hanno uno spazio indigeno, smerciate da pochi negozi come rarità; come cibi caduti in disuso e richiesti solo da clienti stravaganti. Qualche lustro fa, tra Pucciano e Pareti di Nocera, sopravviveva una fabbrichetta tenuta da due vecchi coniugi che producevano due- tre quintali di pasta la settimana, senza coloranti e però tutta punteggiata come il costume di Arlecchino. Prima a comparire e ultima a scomparire insieme con altri sei stabilimenti di cui due giganteschi. Trent’anni fa Nocera, come Gragnano, Torre, Pagani odoravano di pasta cruda. Le strade di basoli, battute da carriaggi carichi di sacchi o di casse di maccheroni, a destra e a sinistra avevano due profondi solchi scavati dalle ruote, come le strade di Pompei.

Bei tempi! Dal sud partivano migliaia di carri merci pieni di spaghetti, spaghettini, vermicelli, vermicelloni, bucatini, linguine, mafaldine, tripolini, candele, ziti, zitoni, mezzani, mezzanelli, perciatelli, rigatoni, fasce, occhi di lupo, cannolicchi, ditali e ditalini, crestine, gemelli e tortiglioni, diretti in tutti i villaggi, i paesi e le città d’Italia e d’Europa, divorati dall’Esercito, dalla Marina e dall’Aviazione, dalle Provvide e dalle prime mense aziendali. Se non era vera Napoli,  la schifavano. Le paste di altra origine muffivano nei palchi dei pizzicagnoli. Forse erano altrettanto buone e persino migliori, ma per i mangiatori di pasta o si trattava di vera Napoli o meglio buttarsi nel ruminamento di qualsiasi altra poltiglia. Secondo scienza e storia la fabbricazione della pasta è antichissima. Etruschi, greci e romani magnarono pasta autentica, sia pure sotto forma di stiacciate cotte sulla pietra infocata. A sentire alcuni astrologhi, i cinesi addirittura sarebbero stati i padri e gli inventori della pasta. I padri sì, gli inventori no perché, ove mai si andasse per il sottile, con metodo e scrupolo, e coscienza, la pasta, vale a dire i “maccaruni” sono e non possono essere altro che una scoperta napolitana alla stessa stregua e col medesimo diritto e legge della pizza.

Esaminate la pizza, gente al di là del Garigliano, sia pure una volta, come coscritti, per avventura o errore, da soli o in leggiadra compagnia siete stati a Napoli. Essa, la pizza, con tecnica surrealistica, è la riproduzione del Golfo con la Riviera e il Panorama. Le bucce di pomodoro rosso sono le barche, gli schizzi di mozzarella, le vele, il verde del basilico e dell’origano, il Vesuvio, le bruciacchiature della pasta, gli scogli e il leggendario cornicione- delizia dei buongustai – la linea magica dei panorami alti un centimetro di Ercolano, Torre del Greco e Annunziata, Castellammare, Vico, Seiano e della stessa Napoli, dal Capo di Sorrento a San Giovanni e girovagabondando, fino a Capri, Ischia e Procida. Ridanciane, ilari, palpitanti come polle emergenti di solfatare (quella di Pozzuoli, d’Agnano o san Montano), le bolle enfiate dai fiati del forno.

La pizza è una riproduzione mimetica dell’habitat in cui esplose.

Morti di fame per generazioni a spirali i napoletani, non potendo fondere oro e argento, né cibarsi di carne o coprirsi di buone lane, ma amanti di un universo sfavillante, da ciò sollecitati ed eccitati, inventarono la pizza, servendosi dei materiali poveri a disposizione: acqua, farina, sale, pomodoro colombiano e basilico greco, il tutto condito con un filo d’olio e una corolla di estro. Per via di questo estro-capriccio-umore, avversa o buona disposizione nell’attimo fuggente, la pizza può riuscire buona o cattiva, gustosa o pessima, ricca o meschina, gonfia o mencia, nel segno di un trionfante barocco o  di una lisca rosicchiata.

Lo stesso vale per gli spaghetti. Si buttano nella pentola, che sembrano atleti,  si possono tirare o duttili e frenetici come anguille o debosciati e sfiancati come braccianti che riedono al povero ostello. Dietro la pizza e gli spaghetti c’è insomma l’uomo napoletano, variabilissimo, incertissimo, di poca fede e interminate speranze.

Comunque sia, i maccaruni nati in Troade o in Etruria o nel Cipango, come inoltre si è sostenuto, in Galizia- truce terra pastorale e , quindi, farinacea- il copyright se l’è aggiudicato Napoli. I Napoletani ereditarono una greve massa di pasta, una pallottola di farina bigio-giallognola. I furbastri s’istudiarono  immantinente come metterla incinta e la riposero negli oscuri fondi di una delle numerosissime grotte urbane e, indi, strofinandosi le mani per estro e isteria, andarono a  vedere, come facevano gli orchi, che ponevano i ragazzini rapiti nelle botti all’ingrasso, se l’impasto fosse diventato formoso, roseo, simpatico, amabile, malleabile, appetibile, estraendone con un pizzicotto una mollichella e cominciando a lavorarla tra pollice  e indice.

Con questo giuoco di dita e carezze, pensando certamente a tutt’altre cose, ai sempiterni guaj del malgoverno, si trovarono in fine di fronte a forme, gentili, aeree, serpentelli, anguille, ciocche, nastri, farfalle, matasse, millepiedi, lettere misteriose, fusilli lunghi, primiera francese, anelloni d’Affrica, nocchette, semi di mellone, anelli e danellini- il bazar d’Istabul  e della Vuccirìa al completo- stelle, occhi di pernice, pepe bucato- l’antico porto di mare capitale di sbarco delle spezie- tofe, scorze, parigine e margherite rigate, quanti sono all’infinito i vari tipi di pasta di qualsiasi  fabbrica e fabbrichetta del napoletano e del salernitano i cui mugnai e pastai di una volta, fabbricando pasta, favorivano l’immaginazione e il sogno. Solo un popolo speciale come il nostro, che aggiunge o toglie sempre qualcosa alla realtà, poteva ricavare da una palla di farina monotona, gommosa, grigia, atona, azzeccosa, appiccicaticcia e sudaticcia, una interminabile sfilza di forme e parole: cardellini, lingue di passero, gramigna, stivalettini e giù per il dirupo senza fondo, intorto e cupo di un’arte sfuggente, costretta a rendere multipla un cibo che, dai, dai, era sempre lo stesso.

Sazi alla fine ( per non dire altro; per non smarrirsi nei disastri del Mezzogiorno) i maccheroni a Napoli sono diventati anonimi come in qualsiasi altro luogo.Generazioni magre,dai ventri snelli, ignorano che i loro progenitori, infischiandosi di averci pance complete di grancasse, il giorno e la notte insieme con Pulcinella sognavano, come alternativa alla fame, di farsi una bella mangiata di maccaroni in piena strada, senza pomodoro e un pizzico di formaggio. Dopo, poteva accadere il finimondo: si poteva restare comodi a digerire o prendere parte all’eventuale pugna, in ogni caso la terra, sbilanciata, ritornava in orbita.” (Domenico Rea)

 

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Il Rione Terra

 

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20170813_124025Quando si arriva a Pozzuoli è tutto uno sbrilluccichio sul mare, costellato dai profili evanescenti delle isole, abbracciate dallo sguardo fiero del castello di Baia che domina il golfo. Nel porto barche a vela, pescherecci, lance, yacht; ovunque ristoranti con  specialità a base di pesce e mitili ai piedi delle  antiche case del borgo marinaro, talvolta abbrutite all’interno da verande  e antenne paraboliche. Incamminandosi per le  stradine si giunge  in un’ampia  piazza assolata e alzando lo sguardo si scorge  il rione Terra, ora in fase di ristrutturazione, che con le sue case seicentesche  rosse e ocra sembra  un marinaio addormentato sulla prua di un gozzo arenato sulla riva. 

Qui, su un’alta  rocca di tufo, sorse l’antica Puteoli  (Pozzuoli)  ad opera di alcuni esuli di Samo che, in fuga dal tiranno Policrate, fondarono verso il 530.a.C la città detta Dicerchia. Più tardi, nel 194 a.C., divenne colonia romana e pian piano un grande centro di scambi commerciali fino alla fine dell’Impero Romano di Occidente del 476 d.C . grazie al suo porto, il primo di Roma fin quando fu costruito quello di Ostia.  Ancor oggi negli scavi archeologici di Pozzuoli  i templi, le ville, le tabernae, la necropoli, le cisterne, i cardini e i decumani, il teatro e l’anfiteatro della capienza di 40000 persone, testimoniano  lo splendore dei tempi antichi.

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Gli edifici romani rimasero fino al ‘500, quando il viceré di Napoli  Pedro Alvarez de Toledo, diede agevolazioni fiscali ai nobili e al clero se avessero costruito i propri palazzi sull’acropoli del Rione Terra. Così l’antica città romana, distrutta nelle parti alte, formò una sorta di piattaforma sulla quale sorsero i palazzi seicenteschi,  che sono stati abitati fino al marzo del 1970 quando la popolazione fu costretta a evacuare a causa di uno sciame bradisismico, oltre che per le pessime condizioni igieniche del rione.

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Il  terremoto del 1980 provocò ulteriori danni  trasformando  per anni il rione in  una città fantasma che dall’alto dominava Pozzuoli, disabitata in seguito ai trasferimenti della popolazione nel quartiere di Monteruscello e in altre località della provincia di Napoli e Caserta. Pozzuoli perse quindi un po’ le proprie radici. L’identità puteolana  ancorata al mare continuò a vivere grazie alle storiche famiglie di pescatori ,pur venendo sempre più soppiantata  dalla “cultura” degli stabilimenti industriali,  che poi sono stati smantellati.

20170813_124600 Da qualche anno è in corso un’intensa opera di riqualificazione del rione: gli edifici del Seicento sono stati per la maggior parte ristrutturati con la speranza  che questa città possa rivivere  come potenziale risorsa turistica  perché Pozzuoli e l’intera e suggestiva area flegrea  possono di fatto attrarre turisti interessati alle bellezze naturalistiche oltre che a quelle storico-archeologiche. Oggi è possibile visitare il rione Terra con le guide turistiche il sabato e la domenica,  perché nei giorni feriali è un cantiere ove fervono i lavori. C’è vita solo nel palazzo vescovile, abitato dal vescovo di Pozzuoli, nella cappella trecentesca di San Giacomo Apostolo e nella basilica.

 

20170813_124017Merita molto la cattedrale di san Procolo Martire, patrono di Pozzuoli, che ingloba un  tempio del II secolo d. C. dedicato a Ottaviano Augusto, costruito su uno precedente in tufo dedicato alla triade Capitolina (Giove, Giunone e Minerva). Questo fu utilizzato come chiesa cristiana senza stravolgimenti fino al 1630 quando il vescovo di Pozzuoli , monsignor Martin de Léon y Càrdenas, decise di costruire un’imponente cattedrale barocca demolendo parte del tempio, e abbellendolo con affreschi degli  artisti dell’epoca tra cui Artemisia Gentileschi e Massimo Stanzione. Dopo 50 anni di chiusura lal pubblico, ha riaperto nel 2014 grazie a  un restauro durato dieci  anni che ha fatto  coesistere il colonnato romano e l’arte rinascimentale-barocca.

 

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Quando si varca  il portale del Palazzo Fraja- Frangipane, il tempo si ferma e inizia un percorso archeologico  suggestivo attraverso la  Puteoli sotterranea del 194 a. C. Con l’ausilio multimediale è possibile rivivere nella città romana, scoprire il fermento del porto in età augustea e gli usi e i costumi del tempo, entrare nelle tabernae e nel  forno, calpestare l’antico decumano per esplorare la città romana nel ventre del Rione Terra del Seicento.

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Un rione che la natura fece evacuare a forza ma rimasto sempre caro ai suoi abitanti come la veduta paradisiaca su Nisida e Capri da una parte e capo Miseno dall’altra, i quali hanno tramandato di padre in figlio le  semplici storie del  mare, le vite degli indimenticabili personaggi del paese, le saghe familiari, le tradizioni, la povertà, la fatica, la devozione, il fatalismo  e il senso di appartenenza. Tanti , tanti puteolani oggi visitano il rione Terra per ritrovare la casa dei nonni e i luoghi dell’infanzia , descritti e narrati a voce con  gli aneddoti  di famiglia e i ricordi di altri tempi.

“Puteolani, siamo tutti puteolani. Anche se oggi viviamo a Roma…Certo che lo ricordo l’odore del rione. Era salmastro, intenso che pungeva le narici. Era odore di mare. Non saprei dirle se quello potesse essere definito proprio del Rione Terra. L’odore salmastro era naturalmente nelle narici di chi abitava qui”…… “Lo sa che abitavo qui al Rione Terra? Inizia a raccontare, guardandomi “ casa mia era a via Arco S. Janni, nei pressi della chiesa di san Liborio, dove la terrazza si ferma incantata a guardare Capo Miseno e la Darsena non si vede ancora….L’odore dei vicoli del Rione? Ricordo che dove abitavo c’era un signore che vendeva il vino, lo chiamavano Angelo ‘o cantiniere. Sotto ai suoi cellai, ci andavamo a riparare durante i bombardamenti della guerra. Ero bambino. C’era un forte odore di vino. Eravamo ubriachi quando tornavamo a casa.”

Aveva ragione Schopenhauer a dire che “il ricordo agisce come la lente convergente nella camera oscura: concentra tutto, e l’immagine che ne risulta è assai più bella dell’originale”.

Di ciò che di bello e brutto è stato, non si deve perdere memoria. Deve divenire impulso al nuovo e radice. Identità” ( da Storie dal Rione Terra  di Gemma Russo)

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Sartù di riso

Sin dal Medioevo gli  Arabi si nutrivano di arruz, riso, e lo fecero conoscere alle popolazioni del Mediterraneo con cui entrarono in contatto durante  i loro  viaggi di conquista. Nel Mille il riso comparve nelle botteghe degli speziali in Sicilia, insieme allo zucchero e alle spezie provenienti dall’Oriente.

Il riso fu quindi inizialmente coltivato in Sicilia, poi nel Napoletano ad opera degli Aragonesi che nel 1450 avevano riunito il regno di Sicilia e quello di Napoli. Si hanno notizie di coltivazioni di riso a Salerno nel Quattrocento e spesso  il cosiddetto “riso di Salerno”  fu citato nei ricettari fino all’’800. Al riso si deve la preparazione degli arancini e del timballo in Sicilia, del sartù in Campania, divenuti ben presto piatti tipici della tradizione gastronomica di queste regioni. Grazie ai vincoli di parentela tra gli Aragonesi di Napoli e i Visconti di Milano e poi con gli Sforza, il riso arrivò nel Nord Italia dove trovò un ambiente favorevole alla sua coltivazione e diffusione sulle tavole sia dei nobili che dei ceti meno agiati.

Nel ‘700 in Italia questo  sformato di riso conquistò un posto d’onore al centro della tavola reale grazie ai monsù (i monsieurs, cuochi  francesi) e, nella sua equilibrata, elaborata  e ricca composizione, il riso era esposto in bella mostra su un pregiato vassoio  “sur tout”,  da cui il nome sartù, sopra tutti gli altri e più sostanziosi ingredienti. In effetti da tempi remoti i napoletani preferiscono la pasta al riso, che per la sua digeribilità fu  considerato un alimento per convalescenti e anziani, per cui lo camuffarono in un piatto ipercalorico e gustoso.

“Sia perdonato ai napoletani se non amano il riso, come lo amano i cinesi e i lombardi. E sia loro anche perdonato se lo mangiano volentieri solo se sistemato a timballo dopo averlo lessato nel brodo di pollo in un bel tegame rotondo, riempito di polpettine di carne, di salsiccine sminuzzate di mozzarella e di fegatini di pollo con qualche dolce pisellino e cosparso di buonissimo sugo, di pan grattato e cotto in forno. Solo così i napoletani mangiano il riso: a sartù, ma nemmeno ci fanno follie, anche se lo preparano con gusto sopraffino, e lo offrono agli ospiti di riguardo, tuttavia scusandosi (Mario Stefanile, Partenope in cucina).

Eccovi una delle tante ricette del sartù di riso.

Ingredienti.

400 g di riso

200 g di cervellatina (piccola salsiccia di maiale)

2 fegatini di pollo

polpettine ( preparate con 200 g di carne trita, 1 uovo, 1 fetta di pancarrè ammorbidita nel latte)

200 g pisellini

una cipollina

50 g di prosciutto crudo

200 g di mozzarella

2 uova

olio d’oliva

ragù

100 g di parmigiano grattugiato

burro

sale

pangrattato

Per la besciamella: 25 g burro, 20 g di farina, 2.5 cl di latte, sale, pepe, noce moscata.

 Per il ragù.

Puntine di maiale, un pezzo di salsiccia, fettine di vitellone o manzo, un gambo di sedano, una cipolla, passata di pomodoro,  mezzo bicchiere di vino bianco, basilico, sale, mezzo  cucchiaio di strutto, olio d’oliva.

Nell’olio e strutto  rosolare i pezzi di carne senza mai distrarsi, aggiungere la cipolla a fettine, il sedano e la carota tritati e mescolare per amalgamarne gli umori;  aggiungere il vino e  lasciarlo evaporare, versarvi  il pomodoro passato e il basilico. Cuocere a fuoco lento lento per un’ora e mezza  mescolando con un cucchiaio di legno.

Preparazione del sartù.

Preparare un ragù di carne, la besciamella, le polpettine piccine picciò fritte in olio d’oliva. In una padella cuocere in poco olio la cipollina, il prosciutto tritato cui si aggiungono i piselli e un po’ d’ acqua, se necessario. Cuocere separatamente in due padelle le cervellatine e i fegatini di pollo con l’olio. Lessare in acqua salata  il riso al dente e lasciarlo raffreddare; condirlo prima col parmigiano poi con la besciamella, con poco ragù e le uova sbattute in modo che risulti un composto rosa. Ungere di burro una teglia e cospargerla di pangrattato, versarvi uno strato di riso, poi uno di mozzarella tagliata a dadini, polpettine, pisellini, un altro strato di riso, versarvi sopra le  cervellatine e i fegatini  spezzettati e ricoprire con un ultimo strato di riso. Cospargere con  qualche fiocco di burro e spolverizzare di pangrattato.

Infornare a 180° per circa un’ora: lasciare riposare prima di sformarlo e  voilà il sartù è pronto!

Le donne della Resistenza nel Ponente ligure.

È doveroso  ricordare le tante donne della Resistenza, protagoniste dell’interessante   ricerca e raccolta di testimonianze di  Gabriella Badano, affidate sia alla storiografia locale e a documenti reperiti presso l’ANPI , l’Istituto Storico della Resistenza  e i Comuni  oltre che alla narrazione di alcuni partigiani e delle donne della zona  (“Ribelli per la libertà- Storie di donne della Resistenza nell’estremo Ponente ligure” e “In montagna libere come l’aria…le partigiane combattenti dell’estremo Ponente ligure”). Eccole:

Irene Anselmi , Nenè, nata nel 1908 a  Vallecrosia (patriota).

Maria Laura, Marì , nata nel 1903 a  Baiardo (partigiana combattente).

Andreina Rondelli, Brigida , nata nel 1907 a Camporosso (partigiana).

Adelina Pilastri, Sascia , nata nel 1923 a Bordighera (partigiana combattente ).

Emma Borgogno, nata nel 1924 a Perinaldo (patriota).

Giorgina Ascheri, nata nel 1920 a Dolcedo.

Rosa Fornari, Penelope, nata nel 1901 a Neviano degli Ard (patriota).

Lanteri Maria .Teresa, nata nel 1919 a Triora (partigiana combattente).

Isabella Morraglia, nata nel 1920 a Bajardo (antifascista).

Giuseppina Peverello, nata nel 1914 a Castelvittorio.

Caterina Orengo, Grisgiuna, nata nel 1908 a Castelvittorio (agente di informazioni militari).

Caterina Orengo, Leda,  nata nel 1915 a Castelvittorio.

Elvina Guglielmi, nata nel 1923 a Perinaldo (antifascista).

Maria Scotti, Signurì , nata nel 1907 in Piemonte (antifascista , infermiera).

Pierina Boeri, Candacca, nata nel 1923 a Badalucco (partigiana combattente).

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Nell’estremo Ponente ligure (provincia di Imperia), in particolare nella val Nervia e in alcune zone della Val Roja e Argentina, molte donne parteciparono alla Resistenza, dando il loro contributo alla Liberazione che in quest’area vide la formazione spontanea  di bande partigiane grazie a giovani del luogo, ai soldati sbandati dopo l’armistizio, a ufficiali e sottufficiali. Le donne, perlopiù anziane e contadine, nascosero  i ribelli e i militari nelle loro case, li sfamarono, li vestirono, li curarono. Le altre si attivarono  creando collegamenti, procurarono e nascosero  armi, viveri e  documenti falsi, fornirono informazioni ai partigiani e sviarono i tedeschi e i fascisti.  Parteciparono  alla Resistenza non solo per sostenere un familiare o un amico già in montagna, ma anche per un senso di giustizia, ribellione alle violenze, alle intimidazioni, ai soprusi, alle ruberie, alle fucilazioni, agli incendi cui avevano assistito, con la speranza in un futuro di pace e libertà, anche dalla famiglia.

Spesso la loro scelta di vita  non era approvata né sostenuta.

“Sono sempre stata un tipo un po’ ribelle, mio padre è morto quando avevo sei anni, quindi non ho potuto avere un’eredità politica da lui, che pure era socialista, ma l’ho saputo dopo il 25 aprile. I miei genitori, soprattutto mia madre, erano severissimi, sono stata allevata in un ambiente ottocentesco. Ho frequentato l’Istituto Magistrale da Maria Ausiliatrice…cosa non abbiamo fatto passare alle suore! Nel mio ambiente c’erano molti tabù. Io ero abituata in una casa in cui non si poteva parlare di niente, ma certe cose mi venivano spontanee. Sentivo di dovermi ribellare.” (Sascia)

“Prima della guerra lavoravo alla Fassi; poi la fabbrica ha chiuso e ho iniziato a fare la commessa in una panetteria, lì sul ponte. Lì era il luogo dove incominciavano a radunarsi i partigiani. Avevano bisogno di una persona, per fare la staffetta, che non desse tanto nell’occhio, una persona un po’ giovane, con un po’ di energia, che portasse questi biglietti. Dove vo andare da lì a Sanremo, a piedi. L’ultimo anno c’erano i bombardamenti…quante volte me la sono vista brutta…Io , finché vivrò, odierò i tedeschi! A parte cosa hanno fatto a me, è terribile quello che ho visto fare…” (Irene Anselmi)

“Il mio è l’unico paese che si è ribellato al completo ai fascisti: abbiamo proprio impugnato le armi, magari abbiamo fatto poco, ma abbiamo cercato di non farli venire, nel luglio del 1944. Io, allora, assieme a mia mamma e a un’altra signora, di cui non ricordo il nome, sono andata a prendere le armi: sapevo dov’erano e le abbiamo portate fino al ponte di lago Pigo, che divide Castelvittorio da Pigna, dove c’erano quelli che avevano affrontato le camicie nere…(Ilda Peverello)

“Noi siamo cristiani, cattolici, osservanti, non potevamo essere fascisti! Lo facevo anche per l’italianità. Ho rifugiato tante persone…dall’8 settembre ho avuto sempre gente…Quando i tedeschi mi hanno portato via, avevo ancora gente in casa. La spia me l’ha fatta un irresponsabile: nove uomini e una donna, portati al tribunale Speciale a Sanremo, poi a Villa Magnolia, all’ultimo piano, unica donna…mi hanno interrogato prima i tedeschi poi gli italiani, poi mi hanno liberato, per poco. Quando ho saputo di essere di nuovo ricercata ho chiesto alle Suore dell’Istituto Marsaglia se mi prendevano e sono andata lì con mio marito” (Penelope)

“Siamo gente di fede, io sono democristiana, per non essere iscritta al fascio ne ho passate di tutti i colori: non mi hanno iscritta all’albo, ho perso la condotta, poi dal’43 ho combattuto veramente il fascismo, aiutato i partigiani, ero con loro. I fascisti mi volevano male e dire che io li ho sempre curati tutti! Quando hanno fatto il rastrellamento a Castelvittorio, il 19 giugno 1944, mi hanno arrestata, per arrestare 40 chili avevo intorno venti fascisti! In prigione ho sopportato il bombardamento a tappeto di trecento apparecchi, chiusa in una cella!” (Signurì)

“Sono maestra e la tessera del fascio l’ho presa per potere sostenere, come privatista, l’esame di abilitazione magistrale, se no, non potevo partecipare…Molti dei miei scolari e anche scolari di mio marito hanno fatto poi i partigiani ed è con loro che sono entrata in contatto subito. Ho fatto la scuola dal ’33, per cui avevo i ragazzi del ’21 e ’22. Tra persone intellettuali certe cose si capiscono subito, poi forse ero più spericolata delle altre, ero giovane ed allora mi sbilanciavo di più..” (Ilda Peverello)

Nella primavera del 1944 molte donne, colpevoli di avere curato feriti o aiutato i partigiani, oppure  denunciate per antifascismo, raggiunsero i partigiani sui monti.

“Uscita di galera, in quei momenti in cui ognuno cercava di fare la forca all’altro per non rimetterci la pelle, trovarsi lì con loro, libera come l’aria, dopo che si è stati chiusi è una cosa bellissima.” (Sascia)

Dalla documentazione degli istituti storici risulta  che migliaia di  donne furono arrestate e  torturate, centinaia furono fucilate o morirono in combattimento. In montagna  furono accettate  sia per i rischi corsi, sia perché respingerle significava condannarle a morte.

“Erano i primi di maggio del ’44. Appena salita in montagna ho incontrato Simon, che subito si gira a Curto (comandante prima zona della Liguria) e gli dice: ”Ma una donna in banda chissà come sarà trattata, eh… che non le facciano del male..” “Ci sono già gli avvertimenti!” gli ha risposto Curto. Se uno metteva le mani sopra una donna e questa non voleva, c’era la fucilazione. Questo fatto tutti o sapevano, le voci corrono…” (Candacca)

Donne che non si risparmiarono.  

“Ho fatto tutto quello che hanno fatto gli altri; ho fatto l’infermiera, la staffetta, le marce come gli altri; delle volte, anche alle due di notte, montavo la guardia come tutti gli altri”. (Marì)

“In banda facevo tutto come gli altri, anche le guardie di notte. A fare da mangiare erano gli uomini: c’erano dei marmittoni che una donna non poteva nemmeno sollevare…Andavo con loro in azione, ero armata anch’io e ho partecipato a tutte le azioni. Sparare non mi faceva impressione: se tu non sparavi a loro, loro sparavano a te. Non potevi avere paura: vedevi gli altri che erano coraggiosi e non potevi avere paura! Io ero come loro, mi sentivo maschio e con me si comportavano come se fossi stata un altro uomo…” (Candacca)

“In montagna avevo una fifa da matti, così scappavo sempre quando sapevo che arrivavano…l’ultima volta ero già di sei mesi. Ero lì all’ospedaletto da campo, i tedeschi hanno tirato con il lanciafiamme e hanno dato fuoco…allora tutti stesi in terra.  Poi tutti alzati in fila  indiana, andiamo su, uno attaccato all’altro. Io non ne potevo più, insomma siamo arrivati in un posto indescrivibile, poi siamo scesi in una valle dove un tronco d’albero collegava una sponda all’altra. Mi sono levata le scarpe e appesa a ‘sto tronco, sono arrivata dall’altra parte. Arrivati laggiù ci siamo messi tutti sotto una roccia. Io dicevo “Non ne posso più dalla fame, dai calci che mi tirava il bambino, lasciatemi dormire.” (Teresa, partigiana combattente di Triora)

“Nella banda c’erano quattro cinque donne, non sempre le stesse, andavano e venivano. Non c’era tanta confidenza tra di noi, forse perché non ero più una bambina e sembrava fossi più evoluta. Loro, molte, erano dei paesi e avevano 20, 22,18, 25 anni. Io ne avevo 38. Ricordo qualche nome, Lara, Jeanette…ma non le ho più riviste! Gli uomini avevano un comportamento correttissimo” (Brigida)

“L’ho conosciuta (Marì) in montagna e per un periodo siamo rimaste insieme. Anche se eravamo le uniche due donne, non parlavamo solo noi due, ci vedevamo e parlavamo tutti insieme…” (Candacca)

“La nostra vita era fatta di paura e di tragedia, ma avevamo anche momenti di scherzi…anche perché eravamo tutti ragazzi…Mi trattavano un po’ come la loro mascotte. Ho sempre dormito vicino ai ragazzi e non ho mai trovato nessuno che mi desse fastidio, mai sinceramente…” (Sascia)

Le partigiane combattenti rimasero nelle bande fino alla Liberazione. Alcune scesero nelle città per partecipare ai cortei e alle manifestazioni.

“Il giorno della Liberazione siamo scesi giù a Sanremo e abbiamo fatto la sfilata: mi hanno messa proprio in testa alla colonna..” (Marì)

Altre ne furono escluse: nell’estate del ’44 ci furono dissidi interpersonali tra i partigiani, le donne furono radunate nell’ospedale di Valcona e vi rimasero fino alla Liberazione. Da documenti e da un’intervista alla sorella del Cion pare che nessuna fosse rimasta nella banda: i partigiani avevano vietato alle donne di sfilare per le strade ritenendo la loro presenza lesiva della reputazione del movimento di liberazione, oltre che  rischiosa per loro stesse. Alcune però non rinunciarono.

 “Per scendere a Sanremo mi metto in un distaccamento, in mezzo ai ragazzi. È stata una discesa molto allegra; oltre alla gioia di scendere, era divertente anche perché la gente, vedendomi in mezzo a loro, diceva: ”Ma è una donna!” “Ma no, non vedi che è un maschio che ha i capelli lunghi?” Allora i ragazzi facevano apposta e chiedevano: “Cosa dite…questa è una donna o un uomo?” Lì c’ero solo io, quella donna di Bregalla (Teresa) era scesa prima, con Vittò, col comando…” (Sascia)

Dopo la liberazione molte partigiane non ritirarono premi o riconoscimenti, spesso rimasero deluse dal ritorno alla “normalità”. Tante non parlarono del proprio contributo alla Resistenza, a volte perché ritenuto di scarsa importanza, a volte perché tacciato dalla gente come esperienza  vergognosa.

 “Per molti è stato il disonore della mia vita” (Nenè)

“Poi sono tornata a Bajardo e subito l’atteggiamento della gente mi ha costretta ad andare via…” (Marì)

“Per molto tempo è stato triste per noi, soprattutto donne, dire di avere fatto la Resistenza, era visto come un disonore, una vergogna..”

 “Dopo la guerra ho pensato che le cose andassero un po’ meglio…Molti mi hanno detto che avevo fatto una cosa diffamante per una donna, che era meglio mi fossi occupata di pentole… C’è ancora ignoranza nella gente. Per molti la donna deve occuparsi dei lavori che ha sempre fatto…ma se ci hanno dato il voto, bisogna che sappiamo darlo con giudizio, dobbiamo aprirci la mente…La mia vita è stata una vita di lavoro, di sacrifici, di silenzio. Spesso chi non ha fatto niente, ha avuto più onore di chi ha fatto qualcosa. Io ho la soddisfazione morale di avere contribuito a battere qualcosa di orrendo. Spesso però, in sogno sento ancora il rumore degli stivali tedeschi sulla scala…” (Nenè)

Altre compresero  la necessità di impegnarsi su altri fronti.

“Dopo la liberazione, comunque io ho continuato la mia lotta, anzi ne ho cominciato un’altra. Ho iniziato a seguire tutti i comizi per farmi un’idea politica…Nella scuola di partito, tutta di donne, abbiamo fatto economia politica…il materialismo storico…Ho fatto tutta la campagna elettorale del ’48: mi rendevo conto che non rendevo. Rendevo solo perché ero una donna, una giovane ed era una cosa nuova.” (Emma Borgogno)

“Io posti importanti non ne ho; fare la Resistenza mi è servito come donna, per capire che nella vita ci vuole un’idea, che mi è rimasta poi…” (Candacca)

Buon 25 Aprile!

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“Ho semplicemente lottato per una causa che ho ritenuta santa: quelli che rimarranno si ricordino di me che ho combattuto per preparare la via ad una Italia libera e nuova.” (Lorenzo Viale, anni 27) 

La libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare. (Piero Calamandrei) 

25 aprile: Oltre il ponte.

La sfogliatella: un dolce al femminile.

La sfogliatella è un tipico dolce napoletano, oserei dire il dolce più tipico, da secoli regina della pasticceria napoletana che, come spesso accadde nelle più antiche monarchie, ha vissuto l’alternanza di periodi di sommo splendore  e  di decadenza, cui il tempo ha poi riconosciuto il dovuto prestigio.

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Remote sono le sue origini: in forma primordiale comparve  nei riti orgiastici mediorientali, dai quali derivava il suo simbolismo erotico,  per poi approdare  nei monasteri napoletani diventando un dolce  scrigno di castità. Infatti le  iniziazioni misteriche e i baccanali per il  culto della dea Cibele  dalla Frigia si diffusero  nelle  colonie elleniche per giungere fino cripta-parco-vergiliano alla cripta di Piedigrotta a Napoli, creduta opera del famoso  Virgilio Mago. Proprio lì dentro  illibate vestali offrivano alla Grande  Madre pani di forma triangolare per propiziarsi la fertilità, simboli  di castità idolatrata che poi finiva col cedere agli sfrenati riti orgiastici. La crypta  neapolitana  diventò poi tempio di Priapo per cui il pane di forma triangolare assunse  un significato  ad alta valenza erotica durante i baccanali, perdendo quello casto e originario.Con l’avvento del cristianesimo sull’empia ara di Piedigrotta sorse la  cappella della Vergine dell’Idra o del serpente, con la speranza che la Madonna allontanasse non solo le presenze maligne, forse le stesse che diedero origine alla crypta in una sola notte, ma  soprattutto il ricordo delle indemoniate  baccanti. Rimase però la tradizione della “sfogliatella”, che perse  il richiamo erotico- pagano  per recuperarne uno di purezza catartica  nei monasteri napoletani,  e  continuò ad essere il simbolo della femminilità e della fertilità. Non a caso si hanno notizie che  dalla metà del ‘300 fino all’800 al tempio di Piedigrotta   giovani spose e donne senza figli “si recavano  a pregare la Vergine perché le proteggesse nel nuovo stato e tal rito si compiva alla prima uscita dalla casa dei mariti e cioè non appena iniziate al mistero coniugale della procreazione”(da  “Gazzetta Napolitana” del 1805)  

Sintesi di sacro e profano, come per altre forme di culto e tradizioni napoletane, la sfogliatella sopravvisse nella storia come dolce al femminile che pian piano si è liberato di un millenario passato intrigante e  misterioso conquistando  il primato di indiscussa regina del buon gusto. Lungo e tortuoso è però il suo “processo di liberazione” perché dal  Medioevo alla  metà  dell’800 il segreto della sfogliatella fu gelosamente custodito  nel  monastero  Croce di Lucca finché  trapelò all’esterno approdando poi nelle pasticcerie napoletane. Infatti nel 1624 un’ inaspettata lettera fu consegnata a Nicola Giudice, principe di  Cellammare  e duca di Giovinazzo, per informarlo  che le giovani figlie Aurelia, Maria ed Eleonora, devote novizie da alcuni anni, avevano violato la regola del silenzio della vita claustrale dando adito a una grave e inopportuna fuga di notizie tale da  meritare un richiamo scritto e ufficiale della madre superiora dell’ordine delle Carmelitane.  Di cosa si erano macchiate le tre sorelline Giudice? Nientemeno  della rivelazione della ricetta della sfogliatella,  consentendo  che gli  ingredienti e le articolate fasi di preparazione del dolce varcassero le mura di altri monasteri, che si cimentarono in  una sorta di concorrenza  gastronomica  per conquistare i palati più sopraffini dell’aristocrazia partenopea.

È interessante sapere che  le carmelitane educavano le pulzelle non solo alla preghiera e alla vita monastica  ma anche alla delizia delle “cose da zuccaro” che erano offerte a parenti, alti prelati e notabili  in visita e quest’arte pasticcera dava prestigio e garantiva buone entrate ai monasteri. Se il monastero di Santa Chiara era famoso per le marasche sciroppate, lasagne e zeppole, quello della Maddalena per le paste reali, quello dell’Egiziaca per i biscotti dei carcerati, la Trinità per le bocca di dama, San Marcellino per i casatielli, Donnalbina per le cuccuzzate in barattolo e il monastero della Concezione della Spagnuola per i ruschigli di cioccolata, Donnaregina, Sapienza e Santa Maria di Costantinopoli per i susamielli, le torte di frutta e il pan di Spagna, invece il Croce di Lucca vantava la sua  delicata sfogliatella. Questo fin quando le figlie  di Cellammare, che avevano il privilegio di ricevere visite della madre e di tre amiche a piacere anche perché il loro padre aveva finanziato i lavori di ristrutturazione del monastero, non passarono alla storia delle sfogliatella come poco abili spie culinarie. Ricetta che circolò non solo a  Napoli ma  anche a Salerno, infatti  proprio tra Furore e Conca dei Marini nel monastero di Santa Rosa fu inventata la variante ripiena di crema e guarnita con amarene, detta appunto  sfogliatella “Santa Rosa”, che parve restituire al dolce  una sensuale femminilità.

Ormai la strada  dello  spionaggio dolciario era segnata dall’illustre precedente del Croce di Lucca tant’è che un’altra, ma ignota, monachella, questa volta  del monastero amalfitano, svelò la ricetta della sfogliatella  che a metà ‘700 giunse alle orecchie di  un pasticciere  napoletano giungendo agevolmente sulle raffinate tavole dei nobili, ma in una veste più semplice, ridotta, casta.Solo nell’800 il famoso pasticciere Pasquale  Pintauro, dopo l’apertura di una famosa trattoria e poi di un caffè, pensò di battere la concorrenza dello svizzero Caflish e dei caffè alla moda francese  inaugurando  una pasticceria  in via sfogliatella_frolla-620x465Toledo  che produceva non solo pastiere, susamielli,  torroni, struffoli, raffioli e sanguinaccio ma soprattutto  sfogliatelle che fino ad allora erano state il  privato privilegio gastronomico dell’elite aristocratica. Così il cavalier Pintauro  consentì il debutto mondano e commerciale della sfogliatella.  Un successone che favorì poi, grazie alla sua inventiva, il lancio della cosiddetta  “frolla”,  variante morbida di quella riccia.

A metà ‘800 però la sfogliatella cadde in bassa fortuna: dopo anni e anni allietati da siffatta pasta, i nobili borbonici reclamarono nuovi dolci e Pintauro “inventò” la zeppola di san Giuseppe guarnita  con crema pasticciera e amarene, variante della zeppola tradizionale. A quanto pare un’altra monachella, stavolta del monastero di santa Chiara, aveva svelato la segreta ricetta delle  zeppole fritte, che così poterono uscire dalle cucine conventuali. Inoltre i sempre più emergenti pasticcieri stranieri snobbavano il dolce locale, come Caflish che proponeva torte di ogni tipo.A un tratto la svolta popolare della pasta, finalmente  accessibile a un’ampia clientela  grazie a Carraturo  che a Porta Capuana e nei laboratori di piazza Garibaldi e dintorni produsse sfogliatelle che ben presto si diffusero  nei vicoli, nella zona della stazione e nel popolare quartiere di Forcella. Agli inizi del ‘900 nel quartiere della Pignasecca del centro storico si aprì la pasticceria dei calabresi Scaturchio, rinomata e lunga dinastia di pasticcieri a Napoli, ancora operanti in piazza San Domenico Maggiore ove si fa tappa obbligata per un buon caffè e  la loro sfogliatella. Per tutto il secolo e fino a oggi i più noti pasticcieri napoletani, Bellavia al Vomero, gli eredi di Pietro Carraturo, Attanasio al vico Ferrovia hanno gareggiato per produrre la migliore sfogliatella. Proprio Mario Scaturchio ha rivendicato e sostenuto l’arte manuale della preparazione di questa pasta che implica la capacità di realizzare una sfoglia molto sottile, piegata più volte, lavorata per ore con la sugna che regala una fragranza inconfondibile, sebbene alcune aziende abbiano meccanizzato la produzione del guscio croccante per garantirne la fornitura ai piccoli laboratori che non riescono ad assicurare una produzione giornaliera.

sfogliatella-conoLa sfogliatella si è anche rinnovata  nel tempo: più recente è la cosiddetta coda di aragosta, dalla forma allungata che viene poi farcita con panna e amarene, o crema al cioccolato o al caffè.  Da poco sono decollate la sfogliatella Vesuvio, avente un cuore di babà con dentro una crema di  panna e cioccolato, e  la sfogliatella cono farcita di gelato.

La sfogliatella rappresenta un po’ la complessa napoletanità, viene spesso citata ma di fatto  è poco conosciuta la sua lunga e movimentata storia, un po’ come capita con la leggendaria bellezza  di una nobildonna del passato, spesso ricordata da tanti ma che forse pochi  hanno avuto occasione di  vedere perché restia a mostrarsi.  Forse non  è un caso che questa pasta abbia attraversato indenne secoli e secoli  di storia  regalando sempre  la stessa fragranza, simile a quella della ridarella di noi bambini che riecheggia nella memoria, regalandoci con il profumo di vaniglia  l’atmosfera di altri tempi.

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E chiudendo gli occhi, mi pare di sentire  quel buon odore che inondava fin troppo casa mia di buon mattino, quando per un anno ho abitato su un laboratorio di pasticceria e le  immagino  allineate “Nella guantiera di candido cartone…dodici ricce ricce, dodici damine in fila per tre , con le loro gonne ondulate e gonfie, dodici bambine ordinate con le vestine  che si aprivano tutte plissettate spruzzate di bianco bellelle bellelle!”  (Maria Orsini Natale).

 

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Virgilio Mago e poeta

Storia  e leggenda avvolge la vita di Publio Virgilio Marone a Napoli, il poeta latino che tra sacro e profano fu  amato come Virgilio Mago  dal popolo e dai notabili, da Posillipo fino al centro della città partenopea. Al Medioevo  si fa risalire la credenza popolare di  Virgilio stregone buono, più comunemente ritenuto uomo saggio, in grado di proteggere e aiutare la città con talismani, sortilegi e incantesimi avendo  ereditato poteri dagli dei, per cui si pensa  che nel XII secolo a  Napoli fossero ancora vive credenze pagane.

SAM_2404Egli frequentò a Napoli la scuola di Sirone, aderì poi al neopitagorismo, studiò quindi la  natura  e  si avvicinò al culto di Cerere e Proserpina. Pare che poi  fosse riuscito ad appropriarsi di un libro di negromanzia  dalla tomba del filosofo Chironte , in una città sotterranea all’interno del monte Barbaro situata tra Baia e il lago d’Averno,  addentrandosi nei  misteri di vita e morte, riuscendo ad apprendere le scienze occulte, i rituali magici per effettuare guarigioni ed  esorcizzare gli spiriti malvagi, difendere la città e provvedere ai suoi bisogni . Addirittura fece i primi esperimenti di magia a Roma  per cui fu imprigionato per ordine dell’imperatore Augusto, ma con i compagni di ventura  magicamente  volò via su una barca che aveva disegnato sul muro esterno della prigione, giungendo in Puglia e proseguendo poi per Napoli. Da allora divenne un personaggio leggendario, caro all’ immaginario popolare che lo rese quasi  immortale perché  di fatto  il ritrovamento o la traslazione dei suoi resti sono ancora incerti.

La storia di Virgilio Mago per certi aspetti s’ incrocia con il mito della sirena Parthenope, entrambi protagonisti delle “Leggende napoletane” di Matilde Serao. Napoli, o meglio, l’antica Neapolis  fu voluta da Parthenope e nacque proprio dal suo amore  per Cimone. Il corpo esanime della sirena  si arenò a Megaride, una piccola isola a sé fino al IX sec. a. C.  che poi  fu collegata alla terraferma e divenne sede del  Castel dell’ Ovo durante la dominazione normanna del XII secolo.  Nei sotterranei del castello ci sono i ruderi della sfarzosa villa del patrizio romano  Lucullo (Castrum Lucullarum) , ove soggiornò Virgilio dal 45 al 29 a.C. che in quella quieta bellezza trovò l’ispirazione per scrivere le Bucoliche e quattro libri delle Georgiche e sperimentare le sue arti magiche. “Dopo la poesia di Parthenope, semidia, creatrice, sorge la poesia di Virgilio, creatore, semidio. Noi conosciamo Virgilio, il grande maestro di Dante, ma conosciamo poco di Virgilio Mago….Noi siamo ingrati verso colui che esclama:  Illo Virgilium me tempore dulcis alebat Parthenope…Egli era  giovane, bello, alto della persona, eretto nel busto, ma camminava con la testa curva e mormorando certe sue frasi, in un linguaggio strano che niuno poteva comprendere. Egli abitava sulla sponda del mare dove s’incurva il colle di Posillipo, ma errava ogni giorno nelle campagne che menano a Baia ed a Cuma ; egli errava per le colline che circondano Parthenope, fissando, nella notte, le lucide stelle e parlando loro il suo singolare linguaggio; egli errava sulle sponde del  mare, per la via Platamonia, tendendo l’orecchio all’armonia delle onde, quasi  che elle dicessero a lui solo parole misteriose. Onde fu detto Mago e molti furono i miracoli della sua magia”.

Probabilmente egli entrò in contatto con gli eremiti e i monaci alchimisti, che vivevano a Megaride,  e tra scienza e leggenda a lui  si riconduce la storia medioevale  dell’uovo che,  deposto in una caraffa di vetro racchiusa a sua volta in una gabbietta,  fu murato nelle fondamenta del castello che  appunto  prese il nome di “  castello  dell’ Ovo” e dal quale dipendevano le sorti dell’isola e dell’intera città, che  sarebbero andate in rovina se si fosse rotto. L’uovo era un simbolo noto agli alchimisti, ai filosofi, e soprattutto agli studiosi di esoterismo in quanto comprensivo di due forme perfette cioè del triangolo che rappresenta il divino e la vita, e del cerchio che la protegge.  L’uovo cosmico crea, dà origine alla vita e non a caso ricorre anche  nel mito di Parthenope e nella nascita di Pulcinella. Quando nel  1370 una violenta  tormenta  inondò le prigioni del castello ove era rinchiuso il condottiero  Ambrogio Visconti che in quell’ occasione pensò di evadere rompendo  la caraffa  dell’uovo durante la sua precipitosa fuga nei sotterranei,  franò  proprio l’ala  del castello ove era nascosto l’uovo e i generali timori dei napoletani si placarono solo quando  la regina Giovanna ne fece ricollocare un altro onde evitare nuove sciagure alla città. 

SAM_2418Tanti altri furono i prodigi e le magie di Virgilio: la mosca d’oro , cui insufflò la vita  per distruggere quelle che invasero la città, la guarigione dei cavalli di Augusto da un morbo sconosciuto, la scoperta  di un’acqua miracolosa, la pietra magica che rese pescoso il mare di Napoli, la  sanguisuga  d’oro per bonificare i pozzi  malsani, il  cambio di direzione di un vento troppo caldo, l’invenzione di  un alfabeto magico, la coltivazione di  un giardino di piante medicinali ai piedi di Montevergine e sulla collina di Posillipo, l’uccisione del serpente che aveva divorato tanti bambini del Pendino, la costruzione dei bagni termali a Baia e della lunga  galleria  della Crypta Neapolitana, opera di leggendari demoni notturni che collegava Neapolis con i porti flegrei e divenne sede di rituali orgiastici.

 

Virgilio  morì a Brindisi il 19 a. C e da sempre si crede che le sue spoglie siano nel colombario di età romana del parco Vergiliano, vicino alla Crypta neapolitana. Forse più probabilmente l’imperatore Augusto, protettore del poeta, gli fece erigere un monumento presso la villa di Vedio Pollione che poi fu  distrutto dal mare. Per altre fonti  i resti del poeta andarono persi  nel Medioevo, secondo altre il re Roberto d’Angiò nel 1326 li fece traslare o murare  nel castel dell’Ovo. Per il  grammatico Elio  Donato la tomba si trovava lungo la via Puteolana, che portava a Pozzuoli, a due miglia dalla città, per  lo storico Julius Beloch invece sarebbe nel tempio dedicato al poeta nel boschetto della villa nella  Riviera di Chiaia, per  altri ancora le due miglia porterebbero verso il Vesuvio, esattamente a san Giovanni a Teduccio.

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 Il culto di Virgilio nel mausoleo del Parco Vergiliano nell’area archeologica di Piedigrotta risale al Trecento. Visitata da personaggi illustri, letterati e potenti signori di ogni epoca storica,  citata da  Alessandro Dumas , che nel 1835 era a Napoli e  dal suo albergo SAM_2425vedeva il sepolcro, e dal marchese De Sade che la visitò nel 1776, di fronte all’entrata  pare ci fosse una lapide, posta dai padri lateranensi della vicina badia di Santa Maria di Piedi grotta nel 1554, con l’iscrizione che fuga ogni perplessità : “QUAE CINERIS TUMULO HOC VESTIGIA CONDITUR. OLIM ILLE HOC QUI.CECINIT PASCUA RURA DUCES… (Quali ceneri? Queste sono le vestigia del tumulo. Fu sepolto qui colui che cantò i pascoli, i campi, i condottieri”) e ne seguì un’altra “Che importa che il tumulo è crollato, che l’urna è rotta? Il nome stesso del poeta basterà a fare celebrare il luogo”. All’ interno del tempietto una stele di marmo posta da Eischoff, il bibliotecario della regina di Francia,  recita l’epitaffio che Virgilio scrisse prima di morire perché fosse inciso sulla sua tomba:

“MANTUA ME GENUIT, CALABRI  RAPUERE,TENET NUNC  PARTHENOPE: CECINI PASCUA RURA DUCES  (Mantova mi generò, la Calabria mi rapì, ora mi tiene Napoli: cantai i pascoli, le campagne gli eroi).

In effetti questo antico colombario romano è per tutti la tomba del poeta Virgilio, anche se si dubita della presenza delle sue ceneri; dubbio mai realmente accertato né fugato. Il mausoleo fu visitato dai grandi della letteratura quali  Dante, Petrarca, Boccaccio e infine da  Leopardi, ignaro che avrebbe riposato vicino a Virgilio.  

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SAM_2405Dapprima affascinato dalla bellezza mozzafiato dei luoghi e del mare, Leopardi  divenne insofferente di quella città che suscitava contrastanti emozioni con le sue innumerevoli contraddizioni, da amare nella sua vitalità, da odiare nelle sue insidie e nell’ invadente e fastidiosa confusione. Nel 1934 fu eretto un imponente monumento al poeta di Recanati proprio nel parco di Piedigrotta, vicino alla galleria di Fuorigrotta e alla stazione di Mergellina, in un angolo  nascosto e immerso  nel verde che rivedo ancora in un’atmosfera quasi surreale  di una calda e silenziosa mattina di agosto  provando  nuovamente  una sorta di muto timore, rispetto reverenziale per quei due grandi della poesia, commossa soggezione   di fronte ai loro mausolei e nel ricordo di alcuni versi, patrimonio universale e immortale. Che importa che il tumulo è crollato, che l’urna è rotta?

“Non vi è che un solo Virgilio: quello che la favolosa cronaca delinea nelle ombre della magia, è proprio il poeta. Invero egli non ha avuto che una magia sola: la grandiosa poesia del suo spirito. Nella cronaca è il poeta….È il poeta  che cerca ed interroga ogni angolo oscuro della natura, è lui che parla alle stelle tremolanti di raggi nelle notti estive, è lui che ascolta il ritmo del mare, quasi fosse il metro per cui il suo verso scandisce… Virgilio mago è Virgilio poeta. E nulla si sa della sua morte. Come Parthenope, la donna, egli scompare. Il poeta non muore.” Del resto anche “ Parthenope non ha tomba, Parthenope non è morta. Ella vive, splendida, giovane e bella, da cinquemila anni. Ella corre ancora sui poggi, ella erra sulla spiaggia, ella si affaccia al vulcano, ella si smarrisce nelle vallate. È lei che rende la nostra città ebbra di luce e folle di colori: è lei che fa brillare le stelle nelle notti serene; è lei che rende irresistibile il profumo dell’arancio; è lei che fa fosforeggiare il mare… È lei che fa impazzire la città: è lei che la fa languire ed impallidire di amore: è lei la fa contorcere di passione nelle giornate violente dell’agosto. Parthenope, la vergine, la donna, non muore, non ha tomba, è immortale, è l’amore. Napoli è la città dell’amore.” (da “Leggende napoletane” di Matilde Serao)

Una città dall’ apparenza ora oziosa e  solenne, ora sfacciata e volgare, da scoprire  con diverse e contrastanti letture delle  sue storie appassionate, vere e mitiche, dolci e  tormentate, ironiche e drammatiche, vissute e interpretate, custodite nella memoria di altre generazioni, dimenticate da quelle più recenti. Storie sull’ origine e sulla fine, esorcizzate dalle credenze popolari, da una  devozione superstiziosa, da rituali tramandati pigramente, come alibi poco convincenti ai quali poi si finisce col credere quasi per inerzia. Storie troppo straordinarie per essere credibili, unicamente napoletane.

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La campana di Punta Campanella

La Penisola sorrentina comprende la fascia montuosa di terra e di costa nella parte sud orientale del Golfo di Napoli, ma nella  toponomastica locale si considerano  esclusivamente il versante costiero che va da Castellamare di Stabia a Punta Campanella, limitato a est dal Monte Faito e a sud dai Monti Lattari. Le tante  baie ed insenature, i borghi marinari a ridosso degli scogli, i pendii ricoperti da uliveti argentati e  agrumeti contribuiscono a rendere spettacolare il paesaggio costiero, soprattutto se visto dal mare.

  In questo ambito territoriale convenzionalmente è inclusa anche Capri, un tempo estremità della penisola che in seguito a movimenti tellurici si è separata dalla terraferma. Nel corso dei secoli la penisola, grazie alla sua natura calcarea, è stata interessata da un intenso fenomeno di carsismo delle acque che ha creato un paesaggio costiero e sottomarino ricco di grotte e  insenature  di particolare valenza ambientale e naturalistica.Dal 1997 in quest’area ci sono due zone protette: la riserva marina di Punta Campanella e la baia di Ieranto, luoghi incantevoli compresi in alcuni itinerari di pesca turismo e tutelati da un Consorzio di gestione comprendente i Comuni di Massa Lubrense, Positano, Piano di Sorrento, Sant’Agnello, Sorrento e Vico Equense.

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 Sulla Punta Campanella  sorgeva un tempio, la cui fondazione mitica è attribuita ad Ulisse, e in età classica prese il nome Athenaion in onore della dea Atena. In seguito i romani  vi costruirono la strada che qui giungeva da Sorrento, e in alcuni tratti è ancora visibile il lastricato in pietra. La torre – faro eretta nel 1335 e rifatta nel 1556, segnalava l’arrivo dei pirati col suono di una campana, da cui è derivato il nome della punta. Oggi sono visibili resti di una villa romana del I- II sec d. C e la Torre Minerva di epoca vicereale (1567).

 

 Una nota leggenda popolare riguarda la campana di Punta Campanella tant’è che il  14 febbraio, in cui si festeggia Sant’Antonino patrono di Sorrento, i devoti  di Massa Lubrense e dintorni  erano  solita recarsi lì in processione  perché pare  che in quel giorno si udissero i rintocchi di una campana provenienti dalle profondità del mare, e quanto più erano forti, tanto più il mare era agitato. Credenza legata all’ invasione dei turchi nel 1558, memorabile nella storia sorrentina per atti di pirateria, devastazioni e uccisioni. SAM_2325Non a caso lungo la  costa di Napoli si ergono tante  torri di avvistamento. Sta di fatto che nel 1558 il viceré di Napoli, per Filippo II re di Spagna e delle Indie Don Giovanni Marquinez de Lara della Cueva , informato dell’arrivo di   una flotta turca di centoventi galere, mandò a Sorrento duecento soldati spagnoli. I cavalieri sorrentini però rifiutarono la truppa, temendo oltre alle molestie e ai saccheggi  anche danni ai frutti maturi, per cui fu detto  al viceré che  la vigilanza e la forza dei cittadini sarebbero state sufficienti a difendere la città. Questo fu un grave errore di valutazione del pericolo che costò molto caro ai sorrentini. Nella notte del 12 giugno la flotta ottomana approdò sulla spiaggia di Crapolla e alla marina del Cantone a Massa Lubrense, priva di difesa, mentre venti galere si schierarono di fronte a Marina Grande di Sorrento. I turchi videro la città fortificata,  protetta da solide mura e dall’ alta costa che  impedivano un facile sbarco per cui esitarono ad approdare. Intanto a Sorrento il cavaliere Onofrio Correale e sua moglie Ippolita de Rossi avevano accolto in casa per atto di pietà un servo turco che, istruito alla fede cattolica, prese il nome Ferdinando e ben presto si conquistò la  piena fiducia di tutta la famiglia. I Correale custodivano le chiavi delle quattro porte che consentivano l’accesso alla città di Sorrento, due di terra (Parsano e Marano), e due di mare (capo Cervo e Marina Grande). Proprio quella notte il Correale mandò Ferdinando a Marina Grande ad attendere un parente che arrivava via mare ma quello, vedendo i turchi, li chiamò e  li guidò in città.  Fu una notte di sangue e barbarie. “  Non furono ostacoli pel  truce ottomano né l’età, né il sesso, né la condizione, né la dimora privata, né i sacri templi, imperocchè furono uccisi vegliardi gravi di anni e bambini lattanti nelle fidate braccia delle proprie madri, spesso un sol colpo spegnendo due vite…” (da Leggende popolari sorrentine di Gaetano Canzano Avarna). La strage durò un giorno intero, e al tramonto fu dato il segnale di condurre  alle navi non solo i superstiti sorrentini, destinati al mercato degli schiavi, ma anche la campana della chiesa di sant’Antonino. Le galere turche sparirono per alcuni giorni, poi approdarono a Procida per contrattare il prezzo dei prigionieri che i sorrentini, avendo perso tutto, non poterono riscattare. I turchi quindi presero il largo per tornare alle terre natie. All’altezza di punta Campanella la barca che trasportava la campana non riuscì ad avanzare, come se ci fosse un ostacolo sotto il mare o una forza soprannaturale. Dopo tante e inutili manovre, vedendo  ormai lontana il resto della flotta, la ciurma pensò bene di alleggerire la barca gettando in mare la campana. Solo così la galera riprese la navigazione. Da allora la campana di punta Campanella suona  a distesa dal fondo del mare il 14 febbraio, giorno del patrono di Sorrento.

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25 Aprile: Oltre il ponte

CalvinoQuest’anno per la festa della Liberazione condivido il testo della canzone “Oltre il ponte”, scritto da Italo Calvino per ricordare la militanza nella Resistenza sua e di quei giovani che “vedevan oltre il ponte l’altra riva in mano nemica, ma vedevano anche la vita, tutto il male vedevano di fronte, ma tutto il bene avevano nel cuore”. Qui filmati storici e una bella interpretazione cantata da Modena City Ramblers con Moni Ovadia.

 

 

Oltre il ponte

O ragazza dalle guance di pesca,
O ragazza dalle guance d’aurora,
Io spero che a narrarti riesca
La mia vita all’età che tu hai ora.
Coprifuoco: la truppa tedesca
La città dominava. Siam pronti.
Chi non vuole chinare la testa
Con noi prenda la strada dei monti.

Silenziosi sugli aghi di pino,
Su spinosi ricci di castagna,
Una squadra nel buio mattino
Discendeva l’oscura montagna.
La speranza era nostra compagna
Ad assaltar caposaldi nemici
Conquistandoci l’armi in battaglia
Scalzi e laceri eppure felici.

Avevamo vent’anni e oltre il ponte
Oltre il ponte che è in mano nemica
Vedevam l’altra riva, la vita,
Tutto il bene del mondo oltre il ponte.
Tutto il male avevamo di fronte,
Tutto il bene avevamo nel cuore,
A vent’anni la vita è oltre il ponte,
Oltre il fuoco comincia l’amore.

Non è detto che fossimo santi, 
L’eroismo non è sovrumano,
Corri, abbassati, dài, balza avanti,
Ogni passo che fai non è vano.
Vedevamo a portata di mano,
Dietro il tronco, il cespuglio, il canneto,
L’avvenire d’un mondo più umano
E più giusto, più libero e lieto.

Avevamo vent’anni e oltre il ponte
Oltre il ponte che è in mano nemica
Vedevam l’altra riva, la vita,
Tutto il bene del mondo oltre il ponte.
Tutto il male avevamo di fronte,
Tutto il bene avevamo nel cuore,
A vent’anni la vita è oltre il ponte,
Oltre il fuoco comincia l’amore.

Ormai tutti han famiglia, hanno figli,
Che non sanno la storia di ieri.
lo son solo e passeggio tra i tigli
Con te, cara, che allora non c’eri.
E vorrei che quei nostri pensieri,
Quelle nostre speranze d’allora,
Rivivessero in quel che tu speri,
O ragazza color dell’aurora.

Avevamo vent’anni e oltre il ponte
Oltre il ponte che è in mano nemica
Vedevam l’altra riva, la vita,
Tutto il bene del mondo oltre il ponte.
Tutto il male avevamo di fronte,
Tutto il bene avevamo nel cuore,
A vent’anni la vita è oltre il ponte,
Oltre il fuoco comincia l’amore. 

Gloria Chilanti: la Resistenza di un’adolescente.

bandiera rossa e borsa neraLa Resistenza fu “ un volontario accorrere di gente umile, fino a quel giorno inerme e pacifica, che in un’improvvisa illuminazione sentì che era giunto il momento” di combattere contro il terrore , e coinvolse uomini e donne di varia estrazione socioculturale , ma anche tanti giovani, a volte giovanissimi. Tra questi è da  ricordare Gloria Chilanti che nel suo diario “Bandiera rossa e borsa nera”, scritto tra il gennaio e il settembre del 1944, racconta la sua vita di adolescente  in una Roma in cui ebbe inizio la guerra di Liberazione dal nazifascismo con i suoi martiri ed eroi, spesso poco conosciuti.  

Gloria è figlia  di Felice Chilanti, scrittore e giornalista antifascista, confinato per due anni a Lipari, poi  dirigente del Movimento Comunista  “Bandiera Rossa” , e della coraggiosa Viviana Carraresi in Chilanti, una  delle tante donne della “Resistenza taciuta”  il cui nome di battaglia era Marisa. Con la madre Gloria vive in clandestinità, fa  propaganda e consegne, si adopera per resistere alla fame e alla miseria, aiuta e nasconde partigiani e dissidenti, cuce coccarde e bandiere, pur non potendo andare a scuola impara  “tante cose che nessun bambino sa” , vive e ha in mano tante ricchezze  grazie alla condivisione di ideali, storie e segreti tra  paure, stenti ed entusiasmi.

Questo diario, dalla narrazione asciutta e autentica,  è stato pubblicato circa 50 anni dopo su insistenza di Carla Capponi, medaglia d’oro della Resistenza italiana, perché tutti potessero leggere “questo misterioso e miracoloso  moto di popolo” (Piero Calamandrei) con lo sguardo di una bambina cresciuta  senza bambole e impegnata nella lotta partigiana, vissuta con l’incoscienza e l’impeto dei suoi tredici anni quasi come un gioco intrigante e rischioso . Gloria era convinta di non avere fatto nulla di straordinario, in base agli ideali libertari trasmessi dai genitori per lei era naturale   credere nella libertà come diritto e bene comune e quindi resistere, perciò non ha pubblicato prima la sua testimonianza.

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Dopo la liberazione  però inizia una nuova forma di resistenza, questa volta delle donne e diretta contro l’arroganza e i conflitti interni ai movimenti antifascisti. Gloria ben delinea la figura della madre Viviana che  prima aveva aiutato i perseguitati, i disertori, i partigiani, aveva favorito la diffusione della stampa clandestina e trasportato  armi  rischiando più volte  la  vita e la cattura, e  in seguito si adoperò affinché le donne che avevano avuto familiarità con i fascisti, spesso per  riuscire a sopravvivere, non venissero trucidate come spie, e con determinazione  osò opporsi a quella boria  maschile che non ha partito né  bandiere.  Come racconta Gloria nel diario: “Stamattina sono stata al Congresso a via dei Giubbonari dove hanno parlato Poce e Filiberto e tutti i capi (zona, sezione, gruppi cellula) e c’erano più di cento donne (tutte della nostra sezione e tutte le nostre capo-zona). Ad un certo punto, mentre parlava Sbardella ad un cenno di mamma tutte le compagne sono uscite dall’aula… Sbardella parlava come Mussolini con gli stessi gesti”. 

donne della resistenza

Viviana Carraresi morì a Pechino il 30 maggio del 1980 e riposa nel cimitero degli eroi rivoluzionari Ba Bao Shan. “ È stata la donna che ha costruito le nostre vite, mia e di mio padre, forzando a volte i nostri caratteri timidi e introversi. Senza di lei non avremmo avuto quel coraggio, quella forza d’animo, ottimismo per superare le traversie  che la vita ci ha messo di fronte. Donna di grande temperamento aveva rinunciato a un’agiata vita borghese per seguire mio padre  nella miseria e nella continua  incertezza del futuro: una vera combattente rivoluzionaria.” Forse la più dimenticata della famiglia  cui però il marito Felice Chilanti dedicò il bel romanzo “Lettera a Pechino”, finito di scrivere qualche giorno prima  della sua morte a Roma il 26 febbraio 1982.

 Zhu Zi Ji, grande poeta cinese la ricorda con questi versi:

“ L’ italiana Viviana, il capitano,

nella tiepida terra d’Oriente  dorme in pace.

Ha dato il suo cuore ai compagni d’arme cinesi…

Nel cuore dei compagni d’arme cinesi per sempre vivrà.

Quando i fiori delle nostre idee saranno sbocciati ovunque

ne offrirò una corona alla compagna d’arme.

Che quelli che verranno leggendo il suo nome con affetto

chiamino:  Viviana,Viviana.”

 

Buon 25 Aprile !

 

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“Ho semplicemente lottato per una causa che ho ritenuta santa: quelli che rimarranno si ricordino di me che ho combattuto per preparare la via ad una Italia libera e nuova.” (Lorenzo Viale, anni 27)

 La libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare. (Piero Calamandrei)

Le bellezze nascoste di Napoli: la chiesa di sant’Anna dei Lombardi a Monteoliveto e la sagrestia del Vasari

chiesa sant'Anna dei Lombardi -Monteoliveto

Nella piazza Monteoliveto  di  Napoli si trova la chiesa di sant’ Anna dei Lombardi, interessante per la sua storia ma soprattutto perché  custodisce all’ interno un gioiello architettonico e artistico, a mio parere poco noto,  che è la sagrestia del Vasari .

In origine nel 1400 in quel sito esisteva  la  chiesetta  di santa Maria de Scutellis, confinante con i giardini “Carogioiello” o “Biancomangiare” e l’ “Ampuro” che si estendevano fin sulla collina di Sant’Elmo. Nel 1411 il nobile Gurrello Orilia al posto ella chiesetta  ne fece costruire  una più grande per la Purificazione di Maria affidandola poi  ai padri olivetani  di  Firenze.  I d’ Avalos , i Piccolomini, il re Alfonso Alcune e altre nobili famiglie  napoletane contribuirono alle spese  e fecero donazioni per la costruzione di un monastero che aveva quattro chiostri, giardini con fontane, una biblioteca  e una dependance , divenuta famosa non solo per gli affreschi  del  Vasari , ma anche per il soggiorno di  Torquato Tasso durante la stesura  del suo poema.

Verso la metà del ‘700 parte del monastero  fu destinato  prima al tribunale  misto che, in base a un trattato tra il papa e il re,  consentiva ai religiosi e ai laici di essere giudici e presidenti, poi  nel 1848 divenne sede del parlamento napoletano. Alla fine  del ‘500 i lombardi presenti a  Napoli si costruirono un’altra chiesa, crollata col terremoto del 1805 che provocò anche la distruzione di tre opere del Caravaggio, per cui ne  vendettero il suolo. Quando gli Olivetani furono allontanati, la chiesa di Monteoliveto fu data ai lombardi, perciò  prese il nome di sant’Anna dei Lombardi,  e vi nacque un’ arciconfraternita  che esiste ancor oggi ma  appartiene ai napoletani. Questa chiesa  è una testimonianza del rinascimento toscano, soprattutto dal punto di vista architettonico  per le grandi cappelle a pianta centrale che ricordano quelle fiorentine. Nel  XVII l’originario stile gotico venne meno e lo si nota soprattutto in quella che sarà la sagrestia del Vasari. La chiesa chiusa per tanti anni, poi è stata  riaperta in seguito a graduali   lavori di ristrutturazione dal 1976 al 1990, in particolare dopo i danni del terremoto del 1980 : per esempio  sono stati ristrutturati  il soffitto a cassettoni, distrutto durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale,  la splendida cappella del Vasari (lavori dal 1983 al 1985) e le  opere pittoriche  e marmoree delle cappelle rinascimentali Piccolomini, Mastrogiudice e Tolosa che ben rappresentano l’influenza  toscana nell’architettura del ‘500 a Napoli.

monumento funebre Domenico Fontana

organo

Alla chiesa si accede da piazza  Monteoliveto, ubicata nel centro storico tra la piazza  del Gesù nuovo e piazza Carità presso via Toledo.  Nell’atrio  spicca il monumento funebre dell’architetto Domenico Fontana del 1627, proveniente  dalla distrutta Sant’Anna dei Lombardi e pertanto ricomposto nel secondo dopoguerra.

Imponente è l’organo quattrocentesco che subì modifiche e fu decorato nel ‘700 dal napoletano Alessandro Fabbro. santa-anna-lombardi

Tra le dieci cappelle che perlopiù fiancheggiano la navata principale della chiesa  merita quella del “Compianto sul Cristo morto”  che prende il nome  da un gruppo  di sette figure di terracotta policroma  a grandezza naturale in una Deposizione del 1492, realizzata da Guido  Mazzoni, restaurate nel 1882 e di recente da Salvator Gatto.  È un gruppo di pregiata fattura  per  le espressioni realistiche dei personaggi , tra i  quali  sono ritratti Ferdinando I e  del figlio Alfonso d’Aragona  committenti dell’opera, oltre che il Sannazzaro e il Pontano.

cappella Piccolomini

 

Bella anche la cappella Piccolomini con il pavimento a mosaico e l’altare con  la Natività, due profeti e i santi Giacomo e Giovanni Evangelista (1475 circa) di Antonio Rossellino.

 

Dalla cappella del Compianto si procede per un corridoio e si giunge all’Oratorio o sagrestia,  che in origine era un refettorio degli Olivetani, affrescato poi dal Vasari nel 1545 con l’assistenza del toscano Raffaellino del Colle. Le originarie volte ogivali  gotiche furono adattate dal  Vasari, che le abbassò e ne smussò gli spigoli creando con gli affreschi effetti ottici molto particolari oltre a coprire  di stucco le volte per renderle  più luminose. Essi consistono perlopiù in iconografie allegoriche delle  Virtù.

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Nella  parete   di fondo c’è  un altare  dietro il quale  al centro  spicca un affresco di S. Carlo Borromeo di un ignoto pittore napoletano ,portato qui  dopo la soppressione dei monasteri  e fiancheggiato  da due dipinti ritraenti  l’Annunciazione, di autori ignoti anch’essi .

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Agli inizi del  ‘400 i numerosi pannelli lignei, intarsiati dall’olivetano fra Giovanni  da Verona (1506), dalle cappelle della chiesa furono poi spostate  nel refettorio che  nel 1688 l’abate Chiocca  trasformò in una sagrestia , facendo  realizzare anche statuette lignee intervallate  alle tarsie e raffiguranti i santi dell’ordine. Le tarsie lignee del frate  Giovanni da Verona ritraggono vedute di paesaggi, strumenti musicali, libri, monumenti rinascimentali di Napoli  e rendono quest’ambiente uno scrigno di raffinata e insolita  bellezza.

 

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