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” Se non ora, quando? ” a Imperia
Eravamo in tanti, secondo me, più di mille persone. Tante donne, tanti uomini e soprattutto tanti ragazzi e ragazze.
Giovani e meno giovani pian piano siamo confluiti in Piazza De Amicis alle 11 e poi abbiamo riempito il Porto di Oneglia.
Qualcuno ha letto articoli, riflessioni e poesie e ci siamo incamminati verso la spianata di Borgo Peri. Lì abbiamo formato una catena umana sorridente che faceva l’onda. Si respirava aria di festa e di solidarietà.
Tra slogan e qualche tricolore, anche due bandiere di paesi lontani, sventolate con orgoglio da donne che vivono nella nostra Italia.
È stato bello ritrovarci e ritrovarsi, tutti insieme.
Per tutte le donne: “Se non ora, quando?”
Noi donne comuni, poco divinamente belle o divinizzate, siamo qua, negli uffici, ospedali, scuole, fabbriche e soprattutto nelle nostre case.
Siamo una maggioranza che crede di essere una minoranza, che opera più o meno in silenzio, con maggiore o minore fatica per ciò in cui crede, sceglie, ama ed è necessario . Abbiamo dato per scontato troppe cose, che oramai scontate non sono. E non bastano più intelligenza, buonsenso, buongusto, correttezza ed esempio di vita per riconoscerci e farci riconoscere in una società cosiddetta civile. Ora dobbiamo mostrarci per ricordare a noi stesse e agli altri, e soprattutto a chi dovrebbe rappresentarci e fa la questua dei voti in occasione della propaganda elettorale, che meritiamo un minimo di rispetto, se non altro per ciò che facciamo e abbiamo sempre fatto, con orgoglio, convinzione e determinazione ma soprattutto senza troppa sbandierata visibilità e mania di protagonismo. Abbiamo sufficiente autonomia di giudizio e capacità critica per farci sentire e valere . Ora più che mai tra le tante iniziative in corso, di cui volentieri accolgo l’appello, mi permetto di ricordare che URGE UNA RIFORMA ELETTORALE perché gente incompetente non sia più imposta nei listini bloccati , in quanto non è in grado di promuovere con coerenza politiche sociali ispirate a valori morali e civili per tutti e soprattutto per la famiglia, i cui slogan suonano come solenne presa in giro del corpo elettorale, un insulto a chi s’adopra per metterli in pratica e quotidianamente non viene meno alle proprie responsabilità. È ora di rispondere a chi propaganda come disvalori quel perbenismo nascosto e finora taciuto che esiste ancora, più di quanto non vogliano farci credere, spacciandolo per ipocrisia e falso moralismo, come la volpe faceva con l’uva, pur di legittimare debolezze, giochi di potere e pretestuose scusanti che attecchiscono solo tra chi non ha spessore morale e civile.
La saggezza popolare dice “Il pesce puzza dalla testa”. Per avere rispetto, è necessario rispettarci coi fatti e pochi show mediatici. In particolar modo le donne, che ricoprono cariche istituzionali e dovrebbero rappresentarci, non ci parlino più di pari opportunità, meritocrazia e tantomeno di codice etico nelle scuole se continuano a difendere a spada tratta l’indifendibile con argomentazioni poco convincenti , dando conferma di essere politicanti scese ad un compromesso che tradisce palesemente quella cultura di genere che soprattutto loro dovrebbero garantire. Santa Privacy non può giustificare lo scambio di cariche pubbliche con i favori sessuali personali. La logica dei lupi e delle lupacchiotte resti ben lontana dalla scena politica. Chiedano che si faccia luce su quanto sta emergendo, invece di trincerarsi per partito preso, perché scenderemo in piazza anche per la loro dignità.
Divulgo volentieri l’appello di “ Se non ora, quando?” (qui il link per ulteriori informazioni)
“ In Italia la maggioranza delle donne lavora fuori o dentro casa, crea ricchezza, cerca un lavoro (e una su due non ci riesce), studia, si sacrifica per affermarsi nella professione che si è scelta, si prende cura delle relazioni affettive e familiari, occupandosi di figli, mariti, genitori anziani.
Tante sono impegnate nella vita pubblica, in tutti i partiti, nei sindacati, nelle imprese, nelle associazioni e nel volontariato allo scopo di rendere più civile, più ricca e accogliente la società in cui vivono. Hanno considerazione e rispetto di sé, della libertà e della dignità femminile ottenute con il contributo di tante generazioni di donne che – va ricordato nel 150esimo dell’unità d’Italia – hanno costruito la nazione democratica.
Questa ricca e varia esperienza di vita è cancellata dalla ripetuta, indecente, ostentata rappresentazione delle donne come nudo oggetto di scambio sessuale, offerta da giornali, televisioni, pubblicità. E ciò non è più tollerabile.
Una cultura diffusa propone alle giovani generazioni di raggiungere mete scintillanti e facili guadagni offrendo bellezza e intelligenza al potente di turno, disposto a sua volta a scambiarle con risorse e ruoli pubblici.
Questa mentalità e i comportamenti che ne derivano stanno inquinando la convivenza sociale e l’immagine in cui dovrebbe rispecchiarsi la coscienza civile, etica e religiosa della nazione.
Così, senza quasi rendercene conto, abbiamo superato la soglia della decenza.
Il modello di relazione tra donne e uomini, ostentato da una delle massime cariche dello Stato, incide profondamente negli stili di vita e nella cultura nazionale, legittimando comportamenti lesivi della dignità delle donne e delle istituzioni.
Chi vuole continuare a tacere, sostenere, giustificare, ridurre a vicende private il presente stato di cose, lo faccia assumendosene la pesante responsabilità, anche di fronte alla comunità internazionale.
Noi chiediamo a tutte le donne, senza alcuna distinzione, di difendere il valore della loro, della nostra dignità e diciamo agli uomini: se non ora, quando? È il tempo di dimostrare amicizia verso le donne.”
L’APPUNTAMENTO E’ PER IL 13 FEBBRAIO IN OGNI CITTA’ ITALIANA
“Voi non potete dubitare delle cose in cui credete: io devo” (Ipazia di Alessandria in Agorà )
Nel film Agorà , di recente giunto nelle sale cinematografiche italiane, Alejandro Amenabàr narra la vita di Ipazia, nota matematica, astronoma e filosofa della tarda antichità e inventrice di strumenti, come il planisfero, l’astrolabio e l’idroscopio. Nata ad Alessandria d’Egitto nel 370 d.C, Ipazia vive in un’epoca di grande confusione, di scontro tra la civiltà ellenistica e il proto cristianesimo, politeismo e monoteismo in un’alternanza di giochi di potere ed intolleranza tra eruditi saggi e masse in cerca di riscatto, fomentate da fanatici monaci ( parabolani) che interpretano a modo loro la parola di Cristo divenendo persecutori di tutti coloro che non condividono il loro credo. Alessandria, capitale delle scienze dell’Impero romano , ove convivevano etnie diverse, diventa ben presto scenario di lotte fratricide tra pagani,cristiani e ebrei .
Ipazia, come il padre Teone, si dedica a studi di filosofia , matematica ed astronomia, divenendo a 31 anni la più nota esponente alessandrina della scuola neoplatonica. Per lungo tempo studia il cielo, si interroga sulle stelle e, partendo dalla “bizzarra”teoria di Aristarco, alla concezione tolemaica geocentrica oppone l’intuizione del movimento della Terra che ruota intorno al Sole lungo un’orbita ellittica, poi resa ufficiale da Keplero molti secoli più tardi. A lungo osserva, ipotizza, dubita, riformula ipotesi, deduce .Il suo pensiero scientifico, improntato alla necessità logica che spiega fenomeni e fatti, si fonda sul dubbio e approda a verità approssimate, confutabili e difficili da dimostrare con gli strumenti esistenti a quei tempi. La sua forma mentis si scontra col fanatismo religioso e la politica che misconoscono il valore positivo del dubbio e impongono dogmaticamente verità e certezze assolute, non necessariamente da dimostrare, spesso richieste e volute dagli uomini per rispondere ai misteri della vita e del creato o per governare. Ipazia afferma la sua neutralità di pagana, prende distanza dal potere con una saggezza maturata grazie allo studio e ad una straordinaria sensibilità. Pare distaccarsi dalle umane passioni abbracciando i misteri dell’universo che rispondono a leggi talvolta incomprensibili e conquista spazi infiniti varcando i confini del mondo umano. La filosofia diviene il suo stile di vita in una costante ricerca di verità, non sempre certe e assolute, che la avvicina al rispetto della vita, più di ogni altro dogmatico dio.
Donna di eccezionale bellezza ed intelligenza è affascinata dal misterioso e perfetto equilibrio esistente in natura, spesso simboleggiato dal cerchio ove tutti i punti della circonferenza sono equidistanti dal centro. Una perfezione idealmente auspicabile per un’equilibrata forma di governo ispirata alla tolleranza, alla convivenza, alla giustizia, al bene. Un cerchio che, in alcune inquadrature dall’alto, incornicia, ma non riesce ad arginare, masse impazzite simili a formiche che scappano senza meta.
Ipazia esercita una grande infuenza non solo culturale ma anche politica, perciò paga con la vita quello che all’epoca tutti le riconoscevano un eccezionale privilegio in quanto donna. Accusata di eresia e stregoneria, è assassinata nel 415 , sebbene stimata per la fervida mente e virtù. Va incontro al suo destino, rifiuta la conversione al cristianesimo proclamando la sua libertà di pensiero, la sua indipendenza da ruoli prestabiliti e il suo impegno civile. Con la sua morte viene sancita l’esclusione delle donne dal sapere.
Ecco la testimonianza di Socrate Scolastico, storico cristiano:
“C’era in Alessandria una donna chiamata Ipazia, figlia del filosofo Teone, che aveva fatto tali conquiste in scienza e letteratura da sorpassare tutti i filosofi del suo tempo. Essendo succeduta al padre nella guida della scuola di Platone e di Plotino, ella insegnava i principi della filosofia ai suoi discepoli, molti dei quali venivano da lontano per assistere alle sue lezioni. A dimostrazione della sua erudizione e delle sua abilità di conversazione, che aveva acquisito in seguito alla coltivazione della sua mente, appariva spesso in pubblico in presenza di magistrati, e non aveva vergogna di partecipare alle assemblee di uomini. Per questo gli uomini la ammiravano sempre più, per la sua straordinaria dignità e virtù. Eppure anch’essa cadde vittima della gelosia politica che a quel tempo prevaleva. Poiché ella aveva frequentazioni con Oreste, fu calunniosamente riportato tra i cristiani che era stata lei ad impedire che Oreste si riappacificasse con il vescovo. Allora alcuni di essi, il cui capo era un lettore chiamato Pietro, presi da uno zelo bigotto e ferino, la assalirono sulla via di casa e, trascinatala giù dal carro, la trascinarono alla chiesa chiamata Cesarèo dove la spogliarono completamente e la uccisero a colpi di tegola. Dopo aver fatto a pezzi il suo corpo, portarono le sue membra sanguinanti in un posto chiamato Cinaron, e lì le bruciarono. Questo episodio ha portato l’obbrobrio non solo su Cirillo, ma anche sull’intera chiesa di Alessandria. E di certo nulla può essere più lontano dallo spirito del cristianesimo che la giustificazione di massacri, battaglie, e cose di questo genere. Questo accadde nel mese di Marzo durante la Quaresima, nel quarto anno dell’episcopato di Cirillo, sotto il decimo consolato di Onorio e il sesto di Teodosio”.
Ipazia è una bella figura femminile della storia e della scienza. Nel film è tanto amata ma in modi diversi, dal padre col quale condivide affinità intellettive, dal prefetto Oreste che si accontenta di amore platonico, dallo schiavo Davo che nutre un’ attrazione fisica. Tutti, chi prima, chi dopo, le riconoscono la libertà di essere ciò che vuole. Agorà propone conflittualità ancora attuali , forse senza soluzione, proclama quel bisogno umano di avere certezze, credute o possedute, per legittimare ogni forma di potere, sociale , politico, religioso.
In questo Ipazia è sempre stata libera e tutti, anche coloro che la condannarono, riconobbero la sua libertà.
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Sul cartellone pubblicitario a Sanremo
Non è la prima volta che scrivo a riguardo della pubblicità offensiva delle donne. Molte associazioni femminili stanno promuovendo campagne contro messaggi ambigui o palesemente volgari, e comunque svilenti della donna. Alcune trasmissioni televisive e certi periodici brillano di scelte pruriginose, con pupe in déshabillé che “artisticamente” stimolano l’istinto degli utenti .
La pubblicità, soprattutto dei cartelloni affissi, è subita a differenza di certi programmi televisivi o pubblicazioni che si possono scegliere. La grande visibilità della pubblicità di strada implica maggiore attenzione nella selezione di immagini e messaggi trasmessi, impliciti e non, in funzione di chi dovrebbe decodificarla.
L’armonioso, invidiabile lato B della pulzella in primo piano, associato allo slogan “Questo può essere TUO” ( si noti la collocazione meramente “casuale” di questo), a tutto fa pensare tranne che alla vendita di uno spazio pubblicitario, che si trova sulla parete di uno stabilimento di Sanremo( voi lo direste?).
Ho avuto conferma dei miei limiti cogliendo in essa un invito seducente, gratuito o prezzolato, rivolto ad un ipotetico e strabuzzante osservatore o un’esortazione ad un’ipotetica osservatrice affinchè possa avere quelle forme, slip compreso, per sentirsi più bella, se non essere sessualmente più appetibile. C’è intrinseca ironia provocatoria nello slogan? Forse sì, e consiste nel deridere gli uomini, provocati negli atavici istinti da tanta grazia ingraziante, e le donne che si sentono prese – è proprio il caso di scriverlo- per l’air bag posteriore.
La comunicazione è efficace quando i messaggi sono compresi, possibilmente da tutti i riceventi e non solo da chi li emette. Riconosco la mia incapacità di avvicinarmi alla creatività di chi gioca su facili, stuzzicanti, stucchevoli doppi sensi. Facile captare la superficiale attenzione di chi osserva, dubito che se ne conquisti un’ effettiva condivisione e interesse. Il messaggio dice e non dice, l’immagine mostra e non mostra, a seconda che siano considerati congiuntamente o separatamente slogan e fotografia. La scritta sottende una possibilità di volgare possesso, reale e immaginato, ma sicuramente è scorretta perché inefficace. Solo la fervida immaginazione degli ideatori, dall’inaccessibile talento, fa approdare alla vendita di spazi pubblicitari.
L’azienda è riuscita a guadagnare la visibilità di “cervelli al pascolo”
( leggasi in alto a destra tra parentesi) , non a caso maschili, dal discutibile gusto. A mio avviso la volgarità è sottilmente indotta senza nemmeno una chiara, inequivocabile posizione ideologica. Giusto per poter trincerarsi dietro una valida scusante, in caso di prevedibile e sopraggiunta critica, che è l’osservatore a pensare male, che è la consenziente pulzella a prestare la parte migliore di sé ad un messaggio che provoca una superficiale approvazione maschile e un dubbio consenso generale. La polemica è aperta nel tentativo di frenare la pubblicità sessista, che viene giustificata da alcuni grazie a programmi televisivi , a dir poco demenziali. Ma il canale televisivo si cambia, il cartellone per strada è imposto.
Forse c’è più ipocrisia in chi volutamente rasenta il confine della mercificazione pubblicitaria del corpo femminile rispetto a chi osa prenderne le distanze come può, con un riso, una rassegnazione forzata, una critica, un’eclatante protesta e viene accusato di falso moralismo. Dietro un presumibile talento professionale ci sia perlomeno la correttezza di ammettere che con questa forma di pubblicità, dalle facili seduzioni visive, c’è la semplice volontà di guadagnare altrettanto facilmente visibilità e risonanza. Non di certo credibilità per una comunicazione corretta, come vanta l’azienda, ma solo perplessità su una comunicazione ipocritamente ambigua , fuorviante e di pessimo gusto.
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15 commentsCome ti senti?
“ I figli crescono e le mamme imbiancano.” cantavano Gino Latilla e Giorgio Consolini in “Tutte le mamme del mondo”, nel lontano 1954. Deo gratias, c’è rimedio… se non altro alla capigliatura!
Se nel primo anno di vita il pupetto cresce a vista d’occhio, muove i primi passi, azzanna di tutto,conosce ed esplora e i genitori si destreggiano in allenamenti continui per accudirlo, educarlo e salvaguardare l’ incolumità di tutti, poi precipitevolissimevolmente si cimenta in conquiste, progressi, delusioni, esperienze e i genitori arrancano dietro in una sorta di slalom, crescono e cambiano a modo loro e con lui , cercando di mantenere l’ equilibrio della coppia.
All’improvviso un evento induce il figlio a chiederti un completo, con giacca e cravatta. E te lo vedi dinanzi: alto, ben piazzato, con quei capelli lunghi, ai quali concede di dare un abbozzo di forma dopo suppliche di mesi. A nulla valgono le esasperate ed esasperanti minacce parentali, ispirate a Dalila e Sansone, da attuare a tradimento nel suo placido sonno. Se non fosse per il viso quasi imberbe, per gli sbalzi d’umore e i picchi ormonali, gli daresti molti più anni e penseresti che sia apparso dal futuro il suo Avatar.
Fa effetto scoprire un figlio diciassettenne vestito prematuramente (?) da omo, invece che col solito jeans e felpe informi. Sorprende. Non poco. Al mio “ Come ti senti?”, mi ha fissato con uno sguardo al contempo imbarazzato e compiaciuto. Lo stesso di quando a sei anni scoprì che la signora del filmino, con i capelli mossi e raccolti e l’abito da sposa, era sua madre. L’Avatar del mio passato. Strano come i figli a stento riescano ad immaginare giovani i genitori. E sembrano lontane le contese, le litigate, i suoi atteggiamenti ora provocatori e scanzonati, ora dolcemente protettivi e possessivi, gli inevitabili compromessi che ci mettono alla prova nel divario generazionale e nei rispettivi ruoli.
Dopo due ore di preparativi ed un’estenuante e sofistica discussione sulla lunghezza dei calzini, quantità di indumenti e l’occorrente per il viaggio con annesse e connesse valutazioni probabilistiche di ogni evenienza ,variazioni atmosferiche comprese, finalmente ha chiuso la valigia. Di conseguenza ho tirato un sospiro di sollievo, perché sono riuscita a fargli portare un paio di ciabatte nella speranza che abbandoni l’usanza della “Tribù dei piedi neri” di girare scalzo, perlomeno fuori casa. L’illusione è durata poco, perché si è lanciato alla ricerca della sua maglia preferita. Quella stinta che non mi piace ma a lui sì, e tanto. Era nervoso, preoccupato- a suo dire- dell’onda anomala ! E io che pensavo fosse il timore di questa sorta di iniziazione nel suo primo viaggio per mare, che potrebbe essere l’occasione per iniziare a capire se gli piacerà la strada intrapresa. Del resto è un viaggio di istruzione di soli 9 giorni e sarà sicuramente in bella compagnia. Chissà che cosa intendeva per onda anomala e chissà se me lo dirà mai.
Vederlo fare la prima valigia, quella che lo porta lontano e dovrebbe segnare –spero- una diversa autonomia, è una gioia che litiga con un naturale moto di ansia. Non è l’istintiva ansia del distacco di mammà italica dal suo scarrafone. Un’ansia nata in un lungo giorno d’estate, in cui io e consorte non riuscivamo a contattare mia figlia quindicenne che si trovava a Londra per motivi di studio, proprio quando nel 2005 ci fu l’attacco terroristico nel metro. E poi dicono che le mamme ( e i padri) imbiancano. Non sono mai stata dipendente tanto dal cellulare come in quel periodo. Non ho mai desiderato tanto una telefonata in vita mia, proprio io che detesto lo squillo del telefono. Se tutto va bene, deve tacere. Se squilla fuori orario, potrebbe essere per qualche emergenza. Strano come certe circostanze lascino impronte emotive. Anni fa concordavo appuntamenti telefonici col consorte e l’attesa di averne notizie era vissuta con un’emozione diversa e con la certezza che era in grado di badare a se stesso. Un’agognata civetta di Harry Potter sarebbe stata un gradito ausilio per comunicare più spesso e in seguito vi hanno sopperito la telefonia mobile ed internet, che accorciano ogni distanza e non fanno tuttuì né spargono piume come la civetta.
Mentre la vita corre su tanti fronti, i figli crescono ed è giusto che vadano incontro alla loro con la voglia e il più o meno celato timore di investire se stessi per scoprire questo mondo, al tempo stesso meraviglioso e dannato. A pelle intuisci che le loro perplessità sono anche le tue, nascoste dietro le solite , ammorbanti raccomandazioni. Ed è bello vederli così, sospesi tra le acquisite certezze dell’infanzia e le incognite delle età successive. È tempo di seguirli a distanza con la mente e il cuore, di allungare sempre più quel cordone ombelicale finchè non sarà reciso davvero. O forse sarà soltanto meno visibile e sentito.
Certo che la Mammitudine, tacciata di iperprotezione viscerale, marchia a fuoco dentro un tatuaggio indelebile e coesiste con quella trasmessa dai miei ansiosi e anacronistici caudilli (genitori), protagonisti e destinatari del sempiterno scontro generazionale. Quante volte leggo commenti e articoli di figli e di genitori, in un ruolo ribaltato a distanza di anni, nei quali si alternano la stessa insofferenza, le stesse intenzioni di non compiere gli stessi errori, di vivere e lasciare vivere. Sono talvolta tentativi di conciliazione con sé e con loro, dichiarazioni di affetto o rifiuto, accuse a lungo sopite o espresse, che non rinnegano, anzi sembrano riconoscere ancor più quel legame sottile e profondo, a prescindere dalle reciproche aspettative, difficoltà a non deluderle, senso di inadeguatezza e gratificazione.
Concedetemi di dire, che oggi, nel mio 48° compleanno mi sento in uno stato di un’ indulgente, vanesia auto compiacenza per tutte le luci ed ombre della vita di questi miei, solo miei 48 anni.
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La signorina Rosa
Quando penso alla signorina Rosa, concludo che riuscì sempre ad essere protagonista della sua vita, senza finzioni, né guida, né protezione. Penso a quei semi che volano via per germogliare altrove. Lei aveva in sé i semi del secolo successivo.
Rosa nacque nel 1899. Ancora adolescente, perse entrambi i genitori a poca distanza l’uno dall’altra. Suo fratello, di due anni più grande, prese quindi la via del mare per provvedere alle due sorelle minori e fu esonerato dal primo conflitto mondiale, proprio perché sostegno di famiglia. Finite le scuole tecniche, Rosa aspettò di compiere diciotto anni per lasciare il paese e andare a vivere in città con la sorella, di un anno più giovane, alla quale era molto legata. Pare che all’inizio entrambe lavorassero in un laboratorio di cucito. Nel 1919 la sorella Lucia morì di febbre spagnola, che all’epoca fece molte vittime.
Rosa decise di proseguire gli studi , diventò ostetrica e lavorò sempre all’ospedale Ascalesi nel cuore caldo di Napoli. A lei si deve la nascita, in casa, di tutti i nipoti, pronipoti e figli di conoscenti finchè fu costruita la prima clinica ostetrica in penisola sorrentina alla fine degli anni ‘50. Rosa era minuta e di statura piccola, ma aveva un passo sicuro e deciso. Arrivava nella casa della partoriente e istruiva sul da farsi le donne presenti, zittendole con fermezza per mantenere la calma e concentrarsi sull’evento. Non si può dire fosse una bellezza. Aveva però un paio di occhi vispi da furetto, di colore castano verde, eredità trasmessa alle nipoti e pronipoti.
Nel ’43 aiutò la nipote maggiore a trasferirsi in città per lavorare e contribuire al mantenimento agli studi dei tre fratelli minori. Questo perché suo padre ( il fratello di Rosa) era disperso. In verità proprio durante l’ultimo viaggio, che prevedeva il suo sbarco a Genova, arrivò un contrordine. La motonave fu dirottata ad Alessandria d’Egitto e l’equipaggio sbarcò in un campo di prigionia inglese. Lì suo fratello vi rimase per otto anni e ne svelò il segreto parlando in arabo contro fantasmi immaginari, quando in tarda età la sua mente vacillava tra sprazzi di memoria del passato e vuoti del presente. Durante la sua assenza Rosa seguì i cinque nipoti conciliando, come poteva, gli impegni di lavoro col tempo libero. La seconda guerra si fece sentire, in tutti i sensi: nelle separazioni forzate, nei bombardamenti, negli stenti, nella trepida attesa di notizie. Ogni tanto tornava al paese e rimproverava la cognata perché i ragazzini parlavano il dialetto. Rosa ci teneva all’Italiano. Ormai aveva assunto l’aria della città e credeva che un diploma e la padronanza della lingua italiana potevano essere un buon biglietto di presentazione per un’occupazione futura. Nel dopoguerra incoraggiò i tre nipoti ad intraprendere la carriera del mare. Rosa invece iniziò a viaggiare, prima da sola poi, in età avanzata, coinvolse nelle sue peregrinazioni anche alcune amiche. Non c’erano confini alla sua voglia di scoprire l’Italia , l’Europa e poi oltre. Investiva così i suoi risparmi, allontanandosi sempre più, come i cerchi concentrici si allargano nell’acqua. La sua meta preferita fu Parigi ma è rimasta memorabile nella storia della famiglia la sua partenza per la Terra Santa in un itinerario “fai da te” negli anni ’50.
La ricordo anziana quando per un giorno si fermava a casa nostra e l’indomani ripartiva per proseguire uno dei tanti viaggi. Quando arrivava era una festa. I miei genitori la aspettavano e si premuravano di accoglierla secondo il rituale riservato agli ospiti di riguardo. A tavola parlava ininterrottamente, descriveva e raccontava le sue peripezie, e sorrideva. Mio padre la ossequiava dandole del Voi, nutriva per lei un’ammirazione, che ho capito in seguito, e una tacita gratitudine per avere assistito mia madre nel lungo parto di mio fratello che fece tribolare per due giorni non solo lei, ma anche tutto il parentado. Tra Rosa e mamma c’era una solidarietà femminile, riguardosa da ambo le parti. Forse perché la vita le aveva portate lontano a condividere la tradizione del mare in una fatale ciclicità. Alla fine degli anni ‘60 Rosa venne a farci visita per congratularsi con papà, fugando ogni perplessità dei miei a trasferirsi altrove. Era sempre più piccola, con tante rughe ricamate dal tempo e dalla vita sul viso e sulle mani. Il passo era incerto, ma costante. Mi pareva una testuggine, con gli occhi di sempre, cangianti a seconda della luce, curiosi, attenti, precocemente spalancati sulla libertà, forza e determinazione di essere. Quando la ricordiamo, tutti pensiamo a una donna intraprendente ed indipendente, discreta e tenace che vedeva altri tempi . Poco formale nei festeggiamenti, mai invadente, lontana eppure presente nei momenti critici.
Certe vite sono opere, rese grandiose da una quotidianità percorsa a piccoli passi per gestire difficoltà e costruire pian piano, credendo in qualcosa. Qualcosa di silenziosamente autentico che va al di là di se stessi, degli affetti, delle coordinate di spazio e tempo, della contingenza del reale. A distanza di tanti anni Zia Rosa riesce ancora a trasmettermi un esempio che orienta. Una riservata, piccola grande donna che, inizialmente per necessità e poi per scelta, interpretò la vita senza il bisogno di ricevere conferme affettive o consensi, seguendo priorità che aveva selezionato con intelligente perspicacia. Precorse i tempi con la curiosità di aprirsi al mondo, riuscendo a superare ogni distacco e a colmare ogni lontananza. Quando penso a Zia Rosa vedo una moderna ragazza del 1899.
Dedicato a Zia Rosa
Giornata della Donna 2010
Da Cicatrici di guerra:il Clan delle Cicatrici (Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne )
Le lacrime sono un fiume che vi conduce a qualche parte. Il pianto crea attorno alla barca un fiume che porta la vostra vita- anima. Le lacrime sollevano la vostra barca al di sopra degli scogli, delle secche, portandovi in un posto nuovo, migliore.
Esistono oceani di lacrime che le donne non hanno mai pianto, perché sono state addestrate a portare i segreti della madre e del padre, i segreti degli uomini, i segreti della società, e i loro segreti giù nella tomba. Il pianto della donna è stato considerato piuttosto pericoloso, perché allenta le serrature e i chiavistelli sui segreti che porta. In verità, per il bene dell’anima selvaggia, è meglio piangere. Per le donne le lacrime sono l’avvio dell’iniziazione nel Clan elle Cicatrici, questa tribù eterna di donne di ogni colore, di tutte le nazionalità, di tutte le lingue, che attraverso le epoche hanno vissuto qualcosa di grande, e hanno conservato l’orgoglio.
Tutte le donne hanno storie personali ampie nella portata e possenti nel numen, come nelle favole. Ma c’è un tipo di storia, in particolare, connessa con i segreti delle donne, specie quelli legati alla vergogna; contengono alcune delle storie più importanti cui una donna possa dedicare il suo tempo.
Per la maggior parte delle donne queste storie segrete sono incastonate non come pietre preziose in una corona, ma come nera ghiaia sotto la pelle dell’anima.
…i segreti di un maggior numero di donne riguardano la violazione di un codice sociale o morale della cultura, della religione, o del sistema personale dei valori. Alcuni di questi atti, eventi, scelte, in particolare e connesse alle libertà femminile in tutti gli aspetti dell’esistenza, erano spesso considerati dalla cultura vergognosamente sbagliati per le donne, ma non per gli uomini.
Il problema delle storie segrete avvolte nella vergogna è che separano la donna dalla sua natura istintiva, che è prevalentemente gioiosa e libera. Quando nella psiche c’è un oscuro segreto, la donna non può avvicinarsi a esso, e anzi si protegge da qualunque contatto con ciò che potrebbe rammentarglielo o far sì che la sofferenza già cronica diventi ancora più intensa…
Di solito i segreti presentano gli stessi temi che si ritrovano nei drammi…i segreti, come le fiabe e i sogni, seguono inoltre gli stessi modelli e le stese strutture del dramma. Ma i segreti, invece di seguire la struttura eroica, seguono la struttura tragica. Il dramma eroico inizia con un’eroina in viaggio. Talvolta non è desta da un punto di vista psicologico. Talvolta è troppo gentile e non percepisce il pericolo. Talvolta è già stata maltrattata e si abbandona alle mosse disperate della creatura in cattività. Comunque inizi, l’eroina cade poi negli artigli di qualcosa o qualcuno, e viene amaramente messa alla prova. Poi, grazie alla sua intelligenza e alle persone che di lei si curano, viene liberata e si leva più alta.
Nella tragedia l’eroina è ghermita, costretta, o portata agli inferi e poi sopraffatta, mentre nessuno ode le sue grida,ovvero le sue implorazioni vengono ignorate. Perde la speranza, perde il contatto con la preziosità della sua vita, e crolla…Il modo per ritrasformare una tragedia in dramma eroico è svelare il segreto, parlarne con qualcuno, scrivere un altro finale, esaminare la parte in esso avuta e i propri attributi nel reggerlo. Si scoprono in pari misura dolore e saggezza…
La persona che ha conservato un segreto a proprio detrimento resta sepolta dalla vergogna. In questa condizione universale, il modello medesimo è archetipo:l’eroina è stata costretta a fare qualcosa oppure, per la perdita dell’istinto, è rimasta intrappolata in qualcosa. Tipicamente, è impotente di fronte alla triste situazione. È in qualche modo legata alla segretezza da un giuramento o dalla vergogna. Si adatta per paura di perdere l’amore, il rispetto, la sussistenza esistenziale. Le donne sono state avvertite che taluni eventi, scelte e circostanze della loro esistenza, di solito connessi al sesso, all’amore, al denaro, alla violenza e/o ad altre difficoltà imperversanti nella condizione umana, sono estremamente vergognosi e pertanto non degni di assoluzione….
Nell’archetipo del segreto, un incantesimo viene gettato come una rete nera su parte della psiche femminile, e lei viene spinta a credere che il segreto non dovrà mai esser rivelato, e inoltre deve credere che, se lo rivelerà, tutte le persone per bene con le quali avrà a che fare l’ insulteranno per l’eternità. Questa ulteriore minaccia, insieme alla vergogna, fa sì che la donna non porti un fardello solo ma due.
Questo minaccioso incantesimo è un passatempo solamente tra le persone che occupano uno spazio angusto e nero nei loro cuori. Tra le persone che provano amore e calore per la condizione umana, è vero il contrario. Aiuteranno a disseppellire il segreto, perché sanno che produce una ferita che non si rimarginerà finchè alla cosa non saranno dati voce e testimone…
La donna dai capelli d’oro.
C’era una volta una donna strana ma assai bella dai lunghi capelli d’oro sottili come grano filato. Era povera, non aveva né madre né padre, e viveva da sola nei boschi e tesseva su un telaio fatto con rami di noce scuro. Un tipo brutale, che era figlio del carbonaio, cercò di costringerla al matrimonio, e lei nel disperato tentativo di comprarne la rinuncia, gli regalò una ciocca di capelli d’oro.
Ma lui non sapeva o non si curava del fatto che era oro spirituale, non denaro, quello che gli aveva dato, e quando volle vendere i capelli come una qualsiasi mercanzia al mercato, la gente lo canzonò e pensò che fosse pazzo.
In collera, di notte tornò alla capanna della donna, la uccise con le sue mani e ne seppellì il corpo accanto al fiume. Per molto tempo nessuno si accorse della sua assenza. Nessuno si curava del suo cuore e della sua salute.
Ma nel sepolcro i capelli d’oro della donna presero a crescere e a diventare sempre più lunghi. I magnifici capelli ondulati si sollevarono in spire attraverso la terra nera, e crebbero sempre di più fino a ricoprire la tomba di un campo di ondeggianti giunchi d’oro.
I pastori tagliarono i giunchi per farne flauti, e quando presero a suonarli, i piccoli flauti cantarono e non smisero più di cantare.
Qui giace la donna dai capelli d’oro
Assassinata e nel suo sepolcro,
uccisa dal figlio del carbonaio
perché desiderava vivere.
E così l’uomo che aveva tolto la vita alla donna ai capelli d’oro fu scoperto e portato in giudizio,e coloro che vivono nei boschi selvaggi del mondo, come facciamo noi, furono di nuovo al sicuro.
Se il messaggio manifesto è l’invito a stare attenti quando ci si trova nei luoghi solitari del bosco, il messaggio profondo è che la forza vitale della bella donna solitaria, personificata nei capelli continua a crescere e a vivere e a emanare conoscenza conscia anche se tacitata e sepolta…Questo frammento è bello e prezioso, e inoltre ci parla della natura dei segreti e anche, forse, di che cosa viene ucciso nella psiche quando la vita di una donna non è tenuta nel debito conto. In questo racconto, l’assassino della donna che vive nei boschi è il segreto. Lei rappresenta una kore, quell’aspetto della psiche femminile che è la donna-che-non –si-sposerà-mai. La parte della donna che vuole stare in solitudine è mistica e solitaria in un modo bello, ed è occupata a selezionare e tessere idee, pensieri e imprese. È questa donna solitaria e ripiegata su se stessa che è soprattutto ferita da traumi o dal dover mantenere un segreto… questo senso integrale dell’io che ha bisogno di avere poco attorno per essere felice; questo cuore della psiche femminile che tesse nel bosco sul telaio di noce scuro, ed è in pace.
Nella favola nessuno indaga sull’assenza di questa donna vitale…Non è insolito nelle favole né nella vita reale…
Spesso la donna che ha dei segreti incontra la medesima reazione. Sebbene la gente percepisca talvolta che al centro il suo cuore è trafitto, per caso o intenzionalmente chiude gli occhi sulla sua evidente ferita.
Ma in parte il miracolo della psiche selvaggia è che, per quanto una donna sia “uccisa”, sebbene sia ferita, la sua vita psichica continua , e risale in superficie, cresce, e nei momenti di pienezza canta, canta. Allora l’ingiusto male subito viene appreso a livello conscio, e la psiche inizia la ricostruzione.
È interessante non vi pare? che la forza vitale di una donna possa continuare a crescere anche se lei è apparentemente senza vita. È la promessa che anche nelle condizioni più misere la vitale forza selvaggia manterrà vive e fiorenti le nostre idee, anche se, per un po’, sotto terra. Col tempo riusciranno a spuntare. Questa forza vitale non lascerà tutto quieto finchè non saranno rivelate le circostanze e il luogo del delitto.
Come per i pastori della storia, ciò implica respirare profondamente e liberare il respiro- dell’anima o pneuma attraverso le canne, per conoscere come stanno veramente le cose nella psiche e che cosa bisognerà fare. Occorre cantare. Il lavoro di scavo seguirà…
Quando una donna mantiene un segreto vergognoso, l’enorme quantità di auto biasimo e tortura che deve sopportare è tremenda a vedersi…La donna selvaggia ( con istinto alla vita) non può vivere così. I segreti vergognosi diventano ossessivi…sono come un filo spinato che le si stringe attorno alle budella se cerca di liberarsi. Sono distruttivi non soltanto per la sua salute mentale, ma anche per le sue relazioni con la Donna Selvaggia. La Donna selvaggia scava, getta tutto per aria, mette in fuga. Non seppellisce né dimentica. Se per caso seppellisce, rammenta che cosa e dove, e ben presto si preoccuperà di dissotterrarla.
Questa favola e altre simili sono medicamenti da applicare a queste segrete ferite; sono un incoraggiamento, un consiglio e una risposta. Dietro alla saggezza della favola sta il fatto che, nelle donne come negli uomini,le ferite inferte all’io, all’anima e alla psiche con i segreti o altro, fanno parte dell’esistenza dei più. Né può essere evitata la cicatrizzazione. Ma esistono delle cure, ed è assicurata la guarigione….Reprimere il materiale segreto circondato dalla vergogna, dalla paura,dal senso di colpa o dall’umiliazione in effetti sbarra tutte le altre parti dell’inconscio prossime al luogo del segreto….Se tuttavia una donna desidera serbare i suoi istinti e la capacità di muoversi liberamente nella psiche, può rivelare il suo o i suoi segreti a un essere umano degno di fiducia, tutte le volte che lo ritiene necessario. Di solito una ferita non viene disinfettata e poi abbandonata a se stessa:viene pulita e medicata più volte mentre va guarendo… Chi lo ascolta lo fa col cuore aperto e trasale, rabbrividisce, prova quel dolore senza crollare…così una donna comincia a riprendersi dalla vergogna ricevendo il soccorso e le cure che le mancarono al momento del trauma…ma rimarrà certo una cicatrice. Al cambiare del tempo la cicatrice dorrà ancora. Questa è la natura del vero lutto… Quando un segreto non viene confidato il lutto continua, per tutta la vita. …Parlare ed elaborare il lutto ci fanno risorgere dalla zona morta, ci consentono di lasciarci alle spalle il culto mortale dei segreti. Dal lutto usciremo bagnate dal pianto non dalla vergogna.
Nel lutto, la Donna Selvaggia sarà con noi. Lei e l’Io istintuale. Può sopportare le nostre urla, i nostri lamenti e il nostro desiderio di morire senza morire. Applicherà i migliori medicamenti là dove il dolore è più insopportabile…Proverà dolore per il nostro dolore, e lo sopporterà, senza fuggire. Anche se molte saranno le cicatrici, è bene ricordare che, nella resistenza alla tensione e alla pressione, la cicatrice è più forte della pelle.
Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne 2009
( tratto da Cap 13 Cicatrici di guerra: il Clan delle Cicatrici- (Donne che corrono coi lupi- di Clarissa Pinkola Estés ed Frassinelli)
Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne
Una delle tante ragioni per cui ho iniziato a scrivere riguarda la violenza sulle donne per raccontare, commentare , indignarmi sulle tante forme di discriminazione, abuso, maltrattamento, intolleranza contro la donna. Alcune abiette e lontane , altre più subdole e sottili .Il femminicidio in atto è più evidente e denunciato, e non bastano solo le parole per fermarlo e interventi giudiziari per reprimerlo. Occorre una cultura che promuova il rispetto dell’identità di genere, basata sull’affettività e sul riconoscimento delle rispettive diversità, emozioni e sentimenti, che insegni a trasporsi nell’altro, per prevenire la violenza non solo contro le donne, ma contro tutti coloro ritenuti diversi o comunque percepiti come contrapposti. La rabbia latente esplode con un’aggressività che rivela l’incapacità di gestire le proprie emozioni e riconoscere quelle altrui non solo in fondamentali svolte di vita, ma anche in occasione di una partita di calcio o di un parcheggio negato.
In occasione della Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne dello scorso anno ho esortato a uscire dal silenzio .Oggi parlo del segreto di quelle cose che le donne non riescono a dire ma, se svelate, con consapevolezza e aiuto- ascolto esterno, può consentire alle vittime di violenza a recuperare l’istinto alla vita, quello che Clarissa Pinkola Estés definisce la Donna Selvaggianel saggio “Donne che corrono coi lupi “ed Frassinelli , .
Non basta segnalare il crimine, occorre trovare dentro di sè la forza di svelare il segreto per poter reagire. Ci sono associazioni femminili e persone in grado di recepire e aiutare nei centri anti violenza. Tante sono le denunce ma un’esigua percentuale di donne si presenta ai colloqui per una consulenza psicologica, sebbene sia tutelata la loro privacy, perché permane non solo la paura di ritorsioni ma soprattutto la remora di svelare il segreto, di rivivere l’esperienza dolorosa. “Parlare ed elaborare il lutto ci fanno risorgere dalla zona morta, ci consentono di lasciarci alle spalle il culto mortale dei segreti. Dal lutto usciremo bagnate dal pianto non dalla vergogna. ” Solo così forse si potrà tornare a vivere, anche se cambiate. È un atto d’amore verso noi stesse oltre che una testimonianza utile per tutti.
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Sui lupi e lupacchiotte.
Ho visto Annozero, per ascoltare dal vivo la voce delle famose escòrt. Sì, volevo sentire le loro dichiarazioni, visto che da tempo tanti parlano e scrivono per loro . Io son tarda, in tanti sensi, ma finalmente ho capito che se la gentil pulzella è bella e ha un vestitino nero ed elegante, viene invitata a cena da tutte le parti. Non solo le offrono la cena, ma la prelevano, la scortano, le pagano la trasferta, ma soprattutto un gettone di bella presenza . Una sorta di generosa offerta . Che poi per alcune questo gettone sia di 500 euro o 1000 euri, forse dipende dall’ avvenenza della conviviale , dalla capacità di portare avanti un progetto progettato da riprogettare oppure dalla capacità di conversare a tavola. Essere polliglotta torna sempre utile, apre la comunicazione nelle alte sfere e pure a livello internazionale.
Certo che le escòrt hanno uno spiccato senso degli affari per essere così giovani. Chissà perché tutti si accaniscono e non le comprendono. Tutta invidia delle donne comuni, poco divinamente belle e divinizzate?
Le escòrt sono incantevoli lavoratrici dello spettacolo da harem , se non professioniste della grande distribuzione, imprenditrici di se stesse. Madame del volontariato sociale, espletatrici di un lavoro socialmente utile. Fanno compagnia a quei poverelli che, in pausa da impegni e responsabilità ad alto livello, si sentono soli e si accontentano di godere della loro innocente visione e leggiadria durante una serata, allietata da piacevoli e formali conversazioni.
Mentre ascoltavo le intervistate, appartenenti , come dichiarato, al “disinteressato” sistema del do ut des , notavo la loro silhouette, poco rispondente alle cene e cenette, ma soprattutto la loro impudica, dignitosamente rivendicata sincerità che, con la diplomatica maestria del “non dico ma faccio capire e rispondo”, dipingevano con eleganza la charme gentile e la generosità dei maschietti che le avevano invitate ed intrattenute. Pareva quasi che nell’esibizione televisiva si fossero ribaltati i ruoli in nome di una tacita solidarietà di lupi e lupacchiotte. Mi ha colpito molto la furbizia di tutti i personaggi di barattare piacere e potere in questa nuova tragicommedia. Ho immaginato che s’incrociavano, s’ingarbugliavano, s’annodavano nel gioco privato di vizi e virtù in un regale serraglio.
Ora aspetto che vi si rinchiudano dentro tutti e che qualcuno ne butti via la chiave.
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