Villa Torlonia e la Casina delle Civette

Casino Nobile

Il noto quartiere Nomentano a Roma custodisce Villa Torlonia, che ha un fascino particolare sia per il giardino all’inglese che per i numerosi e splendidi edifici disseminati nel parco.

 parco villa torloniaLe prime notizie di Villa Torlonia risalgono al 1600 quando, come ampia  tenuta agricola abbellita da statue, fu venduta da Giuseppe Maturo all’abate Giovanni Bovier. Acquistata nel 1673 da Benedetto Pamphilj che ben presto diventò cardinale, il vigneto lasciò il posto ad un elegante palazzo grazie agli interventi degli architetti Giacomo Moraldo, Mattia de’ Rossi e infine di Carlo Fontana. Nel 1762 passò ai Colonna e più tardi nel 1797 a Giovanni Torlonia che, incrementando i beni di famiglia con prestiti di capitali  alle famiglie romane durante l’occupazione francese, ambì a un titolo nobiliare ed ottenne nel 1797 il titolo di marchese. Giovanni perciò acquistò la villa ed incaricò l’architetto Giuseppe Valadier di sistemare la tenuta perché fosse all’altezza del suo nuovo rango. Villa Colonna diventò quindi un elegante palazzo, furono costruite le Scuderie ma soprattutto si diede un nuovo assetto al parco con viali alberati e fontane.

 Alessandro Torlonia, figlio di Giovanni, volendo emergere  nell’aristocratica società romana, valorizzò  la villa che divenne famosa per feste e cerimonie. Si avvalse di Giovan Battista Caretti che ampliò il palazzo ed aggiunse il pronao alla facciata ,edificò nel parco le finte rovine, l’Anfiteatro, il Tempio di Saturno e la Tribuna con fontana. Più tardi Quintiliano Raimondi costruì il Teatro, oggi in fase di restauro, e la Limonaia. L’architetto Giuseppe Jappelli, noto per i giardini all’inglese, fu l’artefice di  innovativi interventi . Nella tenuta infatti furono realizzati il Campo dei  Tornei, la Capanna Svizzera, la Serra e la Torre moresca e il parco fu abbellito di piante  esotiche e laghetti.

 casina delle civette-villa torlonia roma

Nel 1842 Alessandro Torlonia fece erigere anche due obelischi, dedicati ai genitori, e in tale occasione organizzò una grandiosa festa cui parteciparono pure il papa Gregorio XVI e Ludwig di Baviera.. In seguito all’infermità della moglie Teresa Colonna , alla morte di casina delle civette1una delle due figlie e del fratello Carlo, Alessandro si ritirò dalla vita mondana ed interruppe i lavori nella villa.L’altra sua figlia , Anna Maria, sposò Giulio Borghese ed ereditò la villa ma, di carattere riservato, non amò i fasti e le ambizioni del padre. Solo con Giovanni, figlio di Anna Maria, si ebbero nuovi interventi nella proprietà e in particolar modo fu proprio lui a trasformare la Capanna svizzera in Casina delle Civette, dove si ritirò. Dal 1925 al 1943 la villa fu residenza stabile di Mussolini tant’è che nel piano interrato si realizzò un rifugio antigas ed un bunker antiaereo, e dal 1944 al 1947 fu occupata dal comando anglo-americano. La proprietà subì gravi danni e per molti anni versò in uno stato di trascuratezza, fino a quando nel 1977 il Comune di Roma l’acquistò e venti anni più tardi l’aprì al pubblico come spazio museale .

 

Villa Torlonia è infatti sede di due musei: il Casino Nobile e la Casina delle Civette, che mi Casino dei Principiha incuriosito non poco per il nome e ancor di più per l’aspetto. Casino Nobile è il palazzo principale, riccamente decorato da rinomati pittori, quali Podesti e Coghetti, e da scultori e stuccatori della scuola di Thorvaldsen e Canova, ed è anche  sede del  Museo della Villa e delle opere della scuola Romana. Il neocinquecentesco Casino dei Principi ospita l’Achivio della scuola Romana e mostre temporanee. A Villa Torlonia  si trovano anche le Catacombe ebraiche (III- IV secolo) della comunità giudaica romana.

Molto particolare ed originale è la Casina delle Civette, ideata nel 1839 da Giuseppe Jappelli come capanna svizzera, poi trasformata nei primi anni del Novecento in un bizzarro ed originalissimo villino, residenza del principe di Torlonia. Si chiama Casina delle Civette per decorazioni  su vetro che richiamano la civetta.

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Peculiarità di questa casina sono le vetrate policrome, realizzate in gran parte da Cesare Picchiarini tra il 1910 e il 1925, su disegni di Duilio Ciambellotti ,Umberto Bottazzi, Vittorio Grassi e Paolo Paschetto.

vetrata villa torloniaOggi la casina ospita il Museo delle vetrate artistiche in stile liberty , arricchita da opere degli stessi autori e da disegni, bozzetti e cartoni preparatori. Trasparenze, colori brillanti, pavimenti maiolicati o decorati con motivi floreali ( stanza del trifoglio, dei ciclamini) arredano le stanze con gusto squisito. Qui si respira un’atmosfera quasi fiabesca, come si può intuire dalle foto.

vetrata 2vetrata 3vetratavetrata1rose,farfalle e nastri di Paolo Paschettocasina delle civette -villa torlonia

Le stazioni dell’arte: Toledo

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Una delle strade più importanti di Napoli è via Toledo, cosiddetta a ricordo del viceré  spagnolo  don Pedro Alvarez de Toledo che in venti anni  di governo a Napoli (1532-1553) fu l’artefice di un piano di ristrutturazione e  di espansione della città verso la collina di San Martino, ove furono costruiti i popolosi quartieri spagnoli, e – potrei dire- di riqualificazione della vita cittadina. In pratica segnava il confine tra i vecchi e  i nuovi quartieri e ben presto divenne la  via più  lussuosa  e ben frequentata   della città grazie  agli  imponenti palazzi di banchieri e nobili d’Europa. Nel 1870 via Toledo fu chiamata  via Roma  in onore della  nuova capitale d’Italia per iniziativa del sindaco Paolo Emilio Imbriani ma il popolo napoletano, memore di un viceré che aveva fatto qualcosa di utile per la città, continuò a chiamarla via Toledo, così nel  1980 fu ripristinato l’antico nome.

 

cavaliere di Toledo

Toledo è una stazione dell’arte lungo la  linea 1 della metropolitana di Napoli,  che prende il nome appunto dalla centralissima  Via Toledo. La progettazione  di questa stazione, a cura dell’ architetto catalano Oscar Tusquets Blanca, è strettamente correlata alla riqualificazione degli spazi esterni  trasformati in zona pedonale. Qui  qualcosa di moderno e solenne è preannunciato dall’imponente  cavaliere di Toledo realizzato da William Kentridge, artista di fama internazionale molto affezionato a Napoli che  spesso ha  esposto le sue opere sia al Museo di  Capodimonte che al MADRE.  

 

mura aragonesi

 

Nell’atrio della stazione si trovano i resti delle mura aragonesi, mentre un calco di campo arato del Neolitico , trovato durante gli scavi, è esposto nel corridoio sotterraneo di Neapolis  nella stazione Museo.

 

mosaico kentridge- 3Lungo la parete d’entrata si snoda e spicca il bellissimo mosaico di tessere in pietra e pasta vitrea di William Kentridge con la processione di  tanti personaggi della storia di Napoli che  sfilano dietro  San Gennaro. 


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Camminano sul progetto della Ferrovia Centrale per la città di  Napoli, 1906 ( NaplesProcession) dal quale l’opera deriva il nome. A partire da sinistra compaiono l’ uomo megafono, l’ uomo con cimbali da Pompei, una figura da Mulino da Kinellis, un  musico con tammorra da Pompei, il mondo su zampe, l’artista e il suo doppio, l’uomo con volatile da Pompei, il venditore di tammorre, la  personificazione di strumento per rilevazioni geodetiche, una figura di donna da ceramiche di Capodimonte, l’ uomo compasso da carteggio, la donna sudafricana che trasporta la brace, la donna lampione dalla Coscienza di Zeno, la donna con la testa a croce suprematista, l’ uomo albero/atlante e  in testa al corteo  non poteva mancare san Gennaro,  protettore di Napoli.

Altro mosaico di Kentridge sovrasta le scale mobili,  s’intitola “ Bonifica dei quartieri bassi di Napoli in relazione alla ferrovia metropolitana, 1884” e spicca sul progetto iniziale della metropolitana di Lamont-Young.

SAM_3053mosaico kentridge 1kentridge- stazione toledoSAM_3034 - Copiacavaliere di Toledo- Kentridge

stazione toledo 2

Dalle figure bianche e nere dell’entrata si passa al giallo della terra e del tufo finchè non si arriva giù in fondo, a circa 40 m sottoterra , nelle profondità marine rese da mosaici azzurri che brillano sempre più   grazie  a giochi di luci LED e  alla luce solare che filtra da  lucernari e in particolare dall’ampio  Cratere della luce.cratere della luce- stazione toledo

 

robert wilson-stazione toledo

 

Le pareti sono ricoperte da onde in rilievo e , nella galleria di passaggio, dai pannelli del mare di Robert Wilson (By the sea… you and me).

 

 

men at work -stazione toledo

 

Salendo le scale si trova “Men at work” di Achille Cevoli, un riconoscimento del lavoro di  tutti gli operai che hanno  contribuito alla costruzione della metropolitana di Napoli.

 

 

The Daily Telegraph  ha definito la stazione  Toledo  come la  più imponente d’Europa,  sta di fatto che   nel 2013 ha vinto il premio Emirates Leaf  International Award come “Public  building of the year” . In effetti  i viaggiatori , ma anche i tanti turisti che la visitano,  sono catapultati  in un vortice di  luce e colore che trasmette  bellezza e serenità, astraendo dal reale

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Le stazioni dell’arte: Università

 

 

Le stazioni dell’arte: Università

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particolare stazione università

 

Come mi ero ripromessa in questo post, ho proseguito il mio viaggio  nella metropolitana di Napoli per visitare  un’altra stazione della linea 1, quella che per tanto tempo ha reclamizzato il Metro Art Tour.

 

stazione università napoli

È la stazione Università, che si affaccia in piazza Bovio di fronte al  palazzo della Borsa, sede della Camera di Commercio e poco distante dalle storiche sedi dell’Università Federico II e dell’Orientale nel frequentatissimo corso Umberto I, noto come il Rettifilo. È collegata alla meravigliosa stazione di via Toledo, cuore della città, e spero lo sarà presto  a quella di piazza Municipio e di Via Duomo, i cui lavori procedono lentamente anche a causa dei ritrovamenti archeologici.

 

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La stazione scende a circa 30 metri di profondità in un percorso che  è un’oasi coloratissima di geometrici effetti ottici, prevalentemente  rosa fucsia e verde acido ,  e di luminosi giochi di rispecchiamento  che distraggono  occhi e mente del viaggiatore dal caos cittadino. 

 

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Progettata dagli architetti Karim Rashid e Alessandro Mendini, stupisce non poco: qui “gli spazi incarnano i saperi e i linguaggi della nuova era digitale, trasmettono le idee di comunicazione simultanea, d’innovazione e di mobilità proprie dell’attuale Terza Rivoluzione Tecnologica, metafora del dialogo e della comunicazione tra gli esseri umani”. Vi si accede con un ascensore o con scale, fiancheggiate da un muro di piastrelle sulle quali compaiono le parole dell’era tecnologica. 

 

Sul piano delle obliteratrici spicca un’ enorme installazione di Rashid, intitolata Synapsi,SAM_0043 che rappresenta il reticolo neurale del cervello e due pilastri neri che riproducono profili umani, probabilmente  dell’architetto anglo-egiziano. Ai lati delle scale mobili pannelli di cristallo azzurro con decori serigrafati rivestono le pareti.

Sulle scalinate, che accompagnano all’uscita,  spiccano i profili di  Dante Alighieri e Beatrice: un omaggio di Rashid al Sommo Poeta per riconoscere l’importante e vitale legame tra la cultura umanistica e i  linguaggi contemporanei, particolarmente importante in una città dalla forte tradizione di studi universitari come Napoli.

Buon viaggio! La mia prossima tappa sarà alla stazione Toledo, inaugurata a giugno :)

 

L’arte contemporanea alla portata di tutti: le stazioni dell’arte di Napoli

L’arte pubblicamente esposta nelle stazioni  della metropolitana di Napoli (linea 1 e linea 6) è espressione  di una città culturalmente viva ed originalmente creativa. Ogni martedì è possibile effettuare una visita guidata gratuita, il Metro Art Tour, partendo  dalla stazione del Museo  alla scoperta delle  oltre 180 opere di 90 artisti contemporanei che, con il coordinamento artistico di Achille Bonito Oliva, hanno reso possibile la realizzazione di un museo decentrato . Quando sono stata a Napoli il tour era stato sospeso e allora  ho girovagato da sola,e mi riprometto di proseguire  perchè sono riuscita a visitare parzialmente solo alcune stazioni della linea 1 in una  sorta di caccia al tesoro che si snoda nelle viscere della terra, anche a 50 metri di profondità, e risale con decine di scale mobili e ascensori fino in superficie.

 

La linea 1 della metropolitana è stata progettata da famosi architetti,  quali Gae Aulenti, Alessandro Mendini, Domenico Orlacchio, con criteri di funzionalità e luminosità, resa stazione Salvator  Rosa 1soprattutto attraverso  strutture di vetro e di acciaio, ed è stata abbellita da  numerose opere d’arte  contemporanea  che si trovano all’esterno e all’interno delle stazioni, negli atri,  lungo i corridoi, le pareti e  le  banchine del metro. Queste stazioni hanno spesso valorizzato i rioni, armonizzandosi nel contesto  con nuovi giardini, fontane  e parchi gioco, innovativi  elementi di arredo urbano, trasparenti  ascensori e guglie di vetro, superfici maiolicate. I viaggiatori, spesso sconsolati nell’andirivieni quotidiano,  usufruiscono non solo di un mezzo di trasporto, ma  di un originale ed elegante   connubio di arte e urbanistica. L’arte è a portata di tutti, di chi passa e spassa, si collega e si scollega nei labirinti sotterranei di Napoli.

stazione dante -napoliStazione Dante è stata la prima che ho visitato. Sono ancora in corso i lavori in direzione  di Piazza Garibaldi, sede della stazione ferroviaria, che  si sono più volte fermati a causa di continui ritrovamenti  archeologici. A piazza Dante, detta il Mercatello, tra il ‘500 e il ‘600 si svolgevano i mercati, finchè il Vanvitelli la ricostruì a metà del ‘700 per volere di re Carlo III. In effetti  la statua del re finì in piazza Plebiscito, prima perchè non voluta dai  repubblicani napoletani, poi  perchè soppiantata  dalla statua di Napoleone durante la dominazione francese ed infine da quella di Dante dopo  l’unità d’Italia.

frase Convivio stazione dante- napoli

La piazza è stata  ridisegnata dall’architetto Gae Aulenti, ed è diventata area pedonale con pavimentazione di pietra lavica. La stazione del metro è strutturata su 4 livelli, scende fino a 30 metri di profondità ed è dotata di 13 scale mobili e 5 ascensori. È un’elegante  combinazione di cristallo e di acciaio.  Scendendo verso i binari l’ opera di Joseph Kosuth in  tubolare di neon immortala  una frase del Convivio di Dante : “Lo calore e la luce sono propriamente: perchè solo col viso comprendiamo ciò, e non con altro senso.Queste cose visibili, sì le proprie come le comuni in quanto visibili, vengono dentro a l’occhio- non dico le cose, ma le forme loro- per lo mezzo diafono, non realmente ma intenzionalmente , si quasi come in vetro trasparente.E ne l’acqua ch’e ne la pupilla de l’occhio, questo discorso, che  fa la forma visibile per lo mezzo, si si compiute, perchè quell’acqua è terminata. Quasi come specchio, che è vetro terminato con piombo-, si che passar più non può, ma quivi, a modo d’una palla, percossa si ferma; si che la forma, che nel mezzo trasparente non pare ( ne l’acqua pare) lucida e terminata”. 

Seguono opere di Nicola De Maria (un mosaico Universo senza bombe, regno dei fiori, 7 angeli rossi), Michelangelo Pistoletto (il bacino Mediterraneo) e olii di Carlo Alfano.

Jannis Kounellis 1

 

L’ installazione senza titolo  di  Jannis Kounellis con scarpe di donna e di uomo, cappelli, ecc.. tra  rotaie suscita una libera interpretazione della metafora.

 

 

stazione materdei 2

 

Materdei è un rione caratterizzato da edifici in stile liberty della prima metà  del ‘900 e dalla  chiesa rinascimentale di Santa Maria Mater Dei, da cui deriva il nome.

 

stazione materdei 1

 La stazione della metropolitana  l’ha riqualificato con un’area pedonale ricca di verde e di originali elementi di arredo urbano, mosaici, installazioni di ceramica e l’inconfondibile guglia  di acciaio e vetri colorati  dell’Atelier Mendini, che  spicca anche nella stazione di Salvator Rosa (zona Vomero) .

 

stazione Materdei È una delle stazioni  più colorate della linea 1, come si può vedere dalle serigrafiesulla banchina e dai mosaici che riprendono temi marini.

Qui si trovano le opere di Mathelda Balatresi,Anna Gili, Stefano Giovannoni, Robert Gligorov, Denis Santachiara, Innocente e George Sowden.

 

testa carafaStazione Museo, progettata d a Gae Aulenti, porta al Museo Archeologico Nazionale. È inconfondibile  per la riproduzione dell’ Ercole Farnese,che domina  la sala centrale, e l’originale della testa Carafa. Da questa stazione della Linea 1 si può raggiungere la stazione Cavour della Linea 2 della metropolitana attraverso  tapis roulant che si snodano nei lunghi corridoi sotterranei abbelliti dalle foto artistiche di fotografi napoletani.

stazione Museo- napoli

Nel corridoio che porta al Museo Archeologico si trova l’esposizione permanente  Neapolis, che raccoglie i  reperti archeologici  scoperti durante i lavori di scavo della metropolitana, in particolare nelle stazioni Municipio,Toledo,Università e Duomo. Essi risalgono all’insediamento di Partenope, fondata dai cumani verso la metà del VII secolo a. C., e di Neapolis tra la fine del VI e gli inizi del V secolo a. C. (tra questi vasi  in vetro e terracotta,anfore funerarie e per alimenti, i modellini di  tre galere rinvenute in piazza Municipio, resti di abbigliamento di marinai e calzari,epigrafi). Una mostra che tempo fa  non ho potuto visitare perchè il corridoio era chiuso, ma che di sicuro non mi lascerò sfuggire.

  

Stazione Quattro Giornate prende il nome dalle quattro giornate d’insurrezione popolare, stazione 4 giornate- napoliche si svolse dal 27 al 30 settembre 1943 ed è nota  come la rivolta degli scugnizzi in quanto  i bambini di strada contribuirono alla vittoria. L’uccisione di un ragazzino di tredici anni, Filippo Illuminato, mentre lanciava una bomba contro un blindato tedesco, accese  molto gli animi e indusse tanti a reagire contro gli  occupanti  nazisti e a liberare la città, colpita da pesanti bombardamenti e rastrellamenti,  tant’è che le truppe alleate entrarono in una Napoli già liberata.

Quest’insurrezione del 1943  conferì alla città di Napoli la  Medaglia d’oro al Valor Militare ed è  ricordata  nel  Monumento allo Scugnizzo in piazza della Repubblica.

Sin dall’ingresso la stazione sembra  un museo d’arte moderna, ricco di pannelli di materiali diversi che ricordano le Quattro Giornate di Napoli. Le opere sono di Umberto Manzo, Anna Sargenti, Baldo Diodato, Maurizio Cannavacciuolo, Betty Bee e si trovano sia nel percorso di discesa che di salita.

 stazione 4  giornate 2stazione 4 giornate 3

 La stazione di Salvator Rosa , nella zona del Vomero, è  stata disegnata dall’Atelier Mendini che ha realizzato  uno splendido abbinamento di arte,  urbanistica e storia .

stazione Salvator RosaArtisti  napoletani contemporanei della transavanguardia , quali Ernesto Tatafiore e  Mimmo Paladino, hanno  decorato anche gli alti palazzi adiacenti la stazione , valorizzando tutta l’area. La stazione  sembra una chiesa con colorate vetrate ad arco e marmi policromi, circondata da giardini ove spiccano  giochi per bambini, installazioni artistiche, aiuole maiolicate, i   resti romani della via Antiniana che collegava Neapolis e Miseno e di una chiesetta. Molto suggestiva l’opera d’arte moderna delle  Fiat Cinquecento nei pressi dell’ascensore. 

 salvator rosa metro artstazione salvator rosa 2salvator rosa

 

La Stazione Vanvitelli è una delle più frequentate in quanto conduce al popoloso quartiere del Vomero e a  mete turistiche obbligate quali la Certosa di San Martino e Villa Floridiana, ed inoltre vi confluiscono le tre  funicolari che collegano il Vomero  con la parte bassa della città.

stazione Vanvitelli- napoli

Scendendo verso i binari  si può vedere la spirale con la sequenza numerica  di Fibonacci, realizzata da Merz. Poi  una carovana di animali preistorici , realizzati da Vettor Pisani, i grandi mosaici di Isabelle Ducroite, il masso che rompe il vetro di Giulio Paolini. Nei corridoi di uscita le foto di Gabriele Basilico e di Olivio Barbieri che riprendono particolari architetture  della città .

 stazione vanvitellivanvitelli metro art 1stazione vanvitelli 1

Questo è stato uno degli itinerari turistici più sorprendenti  che ho fatto.

Alla prossima stazione :)

 

La Basilica di San Paolo fuori le Mura

san paolo fuori le mura 1

 

San Paolo fuori le Mura è la  chiesa più grande di Roma, dopo quella di  San Pietro, ed è una delle quattro basiliche patriarcali di Roma , eretta  fuori la città per commemorare il martirio di san Paolo laddove, secondo la tradizione, fu sepolto il santo.  Intorno al 67 d. C., alla fine del tempo di Nerone, l’Apostolo fu decapitato ad Aquas salvias e il suo corpo fu raccolto dai cristiani  che lo  portarono nella necropoli  vicina alla Via Ostiense, a 3 km di distanza dal luogo del martirio. Fu eretta sulla tomba una semplice cella memoriae che ben presto divenne una delle mete preferite  dei pellegrini del mondo occidentale.

Quando con l’editto di Costantino nel 313 d. C. terminarono le persecuzioni contro i cristiani, circa un terzo della popolazione romana aveva aderito al Cristianesimo. La Basilica di San Paolo fuori le Mura sorse quindi come cimitero per coloro che desideravano essere sepolti vicino al santo e allo stesso tempo, consacrata da Silvestro I nel 324, fu  luogo di culto e di venerazione dell’Apostolo delle genti. 

 dal web

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Ampliata nel IV secolo , divenne  un punto di riferimento per  tanti devoti,  fino a quando rimase  gravemente danneggiata  da un incendio nel 1823. Ricostruita sulle struttura preesistente  con l’utilizzo di materiali salvati dal fuoco, l’edificio è maestoso nelle tracce delle arti  paleocristiana, bizantina, gotica, rinascimentale, barocca e neoclassica. Qui si può visitare la tomba di San Paolo che con san Pietro fondò la chiesa  a Roma. Il sarcofago in  marmo grezzo dell’Apostolo è stato scoperto soltanto nel 2006 e si trova nello stesso punto in cui l’imperatore Costantino fece costruire il primo altare papale.

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Sin dai tempi di papa Gregorio II (715-731) si fa risalire la presenza di una comunità di benedettini nella basilica, che aveva l’incarico di pregare e mantenere una fiamma sempre accesa presso la tomba dell’Apostolo. L’ordine dei benedettini, riformato da Oddone di Cluny nel 936, si diffuse in tutta Europa tra il X e l’ XI secolo, fino ad avere 50000 monaci. L’abate di San Paolo fuori le Mura più famoso fu Ildebrando che , divenuto  papa col nome Gregorio VII (1073-10859),restaurò la basilica e diede origine alla riforma gregoriana. L’Abbazia esercitò un  grande potere feudale e una  grande influenza spirituale, finchè  nel 1870 subì la confisca dei beni. I monaci però non interruppero mai il loro servizio sulla tomba di san Paolo  e ritrovarono una nuova buona sorte alla fine del  XIX secolo. Oggi il chiostro e l’area museale  dell’Abbazia sono aperti al pubblico; l’antica biblioteca,  con più di 10000 volumi del XV- XVII secolo, e la moderna biblioteca, con oltre 100000 volumi, sono  accessibili soltanto a  studiosi.

san paolo

 Dopo l’incendio del luglio 1823 il papa Leone XII si rivolse al mondo intero per la ricostruzione dell’edificio, che durò circa un secolo e   impegnò principalmente l’architettò Poletti. Nel 1854 Pio IX consacrò l’insieme della basilica; più tardi ,su rielaborazione del  progetto iniziale ad opera di Virginio Vespignani, il complesso  si arricchì dell’immenso quadriportico formato da centocinquanta colonne.

 Dentro e fuori  la basilica si coglie  la solenne imponenza  della Chiesa ma allo stesso tempo la forza della fede  di San Paolo, che impugna una spada, arma del suo martirio e arma dello spirito, cioè della parola di Dio  che egli servì come  primo teologo e dottore del cristianesimo.

finestra san paolo fuori le mura

  L’interno è grandioso: misura 65 m di larghezza e circa 132 m di lunghezza, si articola in cinque navate ed è  pervaso da una luce particolare che filtra da finestre chiuse da fini placche di alabastro, dono del re Fuad I d’ Egitto. In  alto si possono ammirare i ritratti di tutti i papi della storia della Chiesa e risulta illuminato quello dell’attuale pontefice. 

mosaico abside san paolo fuori le mura

 Gli sguardi convergono verso l’enorme e sovrastante mosaico dell’abside , eseguito da maestri veneziani  che lavoravano a S. Marco a Venezia e ripresero l’iconografia della tradizione bizantina: Al centro un  Cristo benedicente, alla sua destra Paolo e Luca e alla sua sinistra Pietro e Andrea, vicino al suo piede destro un piccolo papa Onorio III, committente del mosaico, che pare quasi avvolto in un bozzolo bianco.

 Sull’altare maggiore domina il ciborio (1284)di Arnolfo di Cambio e non si può non vedere il grande candelabro pasquale , espressione dell’arte dei marmorari romani. 

acquasantiera- san paolo fuori le mura

Interessanti le cappelle laterali di Carlo Maderno; davanti a quella di San Benedetto  c’è questa, a mio parere,   splendida acquasantiera  di Galli (metà del XIX sec.) ove un diavolaccio tenta un bambino che si salva toccando l’acqua benedetta. 

All’esterno mosaici , realizzati su disegno di Filippo Agricola e Nicola Consoni (1854- 1874), decorano la parte alta della facciata:  Cristo è affiancato da Pietro e Paolo, più  sotto dall’Agnello mistico discendono quattro fiumi, cioè i quattro vangeli, che dissetano gli uomini dei quattro punti cardinali; in basso i quattro profeti Isaia, Geremia, Ezechiele e Daniele. 

particolare mosaico esterno san paolo fuori le mura

 

La porta centrale  di bronzo, incrostato d’argento e lapislazzuli, ha scene della vita di Pietro e Paolo. Sulla  destra  la Porta Santa in bronzo dorato, scolpita da Manfrini per l’Anno Santo del 2000,viene aperta solo in occasione del Giubileo.

porta san paolo fuori le muraparticolare porta san paolo fuori le mura 1particolare porta san paolo fuori le mura 2particolare porta san paolo fuori le mura 3particolare porta san paolo fuori le muramosaico san paolo fuori le mura

 Il chiostro offre ben altro respiro: opera raffinata dei marmorari romani del XII- XIII secolo è attribuito in gran parte a Nicolò di Angelo e a Pietro Vassalletto : è ornato da leggiadre colonne di marmo bianco, lisce, a spirale , a sezione ottagonale, alcune con mosaici a tessere colorate e dorate.

Dal 1980 questa basilica è stata riconosciuta dall’ UNESCO patrimonio dell’umanità . 

chiostro san paolo fuori le mura

 

statua san Paolo“Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli…Se conoscessi tutti i misteri e la scienza…E se avessi la fede così da trasportare le montagne, ma non avessi l’amore, non sono nulla”

 

San Paolo 1a Lettera ai Corinzi,13

L’incostante bellezza del rione Sanità: palazzo Sanfelice e palazzo dello Spagnolo

Già al tempo degli Angioini le scale erano un elemento importante dei palazzi napoletani ma  dall’inizio del XVII secolo il barocco straripò in forme incredibilmente originali anche nelle scale. A dir poco spettacolari sono quelle progettate da Ferdinando Sanfelice (1675- 1748),  figura straordinaria dell’architettura civile. Se la doppia scala a rampa della chiesa di san Giovanni a Carbonara sembra abbracciare il visitatore per accompagnarlo verso i portali, altra cosa sono le scale di palazzo Sanfelice e  del palazzo dello Spagnuolo. 

Qui la scala diviene un elemento architettonico  portante, quasi scenografico, più importante della facciata dei palazzi, che nel  gioco di trasparenza, di pieni e vuoti resi dall’intreccio di archi, rampe e volte a vista, come una trina cattura lo sguardo del visitatore.    

 

Tra il 1724 e il 1726 l’architetto Sanfelice costruì un palazzo per la propria famiglia nel rione della Sanità, famoso per l’aria salubre. In effetti  l’edificio consta di due corpi distinti, uniti dalla facciata principale sulla quale due ingressi si aprono  in via Arena alla Sanità, n. 2 e n. 6. Tra le  due coppie di sirene  che sorreggono i balconi del primo piano ci sono iscrizioni  di Matteo Egizio  che decantano l’opera del Sanfelice. I palazzi sono molto diversi all’interno.

 

Uno ha un cortile a pianta ottagonale dal quale parte una scalinata a doppia rampa. Purtroppo questo corpo ha subito antiestetici  rimaneggiamenti che fanno piangere il cuore. L’altro cortile è molto più ampio, e da qui parte una grande scala ad ali di falco con cinque arcate per piano che ricorda un po’ lo splendido palazzo dello Spagnuolo, che fa tutto un altro effetto. La scala prende luce anche dal giardino retrostante.  Si sa che all’interno del palazzo c’erano affreschi di Francesco Solimena  e nella cappella privata le quattro statue delle stagioni, andate perdute, attribuite alla scuola di Giuseppe  Sanmartino. 

 

Nello scoprire questi due palazzi  ho provato stupore ma allo stesso tempo impotenza di fronte allo sfregio dell’incuria per questo patrimonio architettonico ancora imponente, nonostante tutto, che ho associato alle pesanti occhiaie di un volto dai lineamenti delicati.  Qui furono ambientati anche “Questi fantasmi!” di Eduardo de Filippo. 

 

Una sensazione molto diversa si prova in via dei Virgini 19, sempre nel rione della Sanità,  accedendo al cortile del  palazzo dello Spagnuolo che mi ha strappato un “quant’è bbbello” in concomitanza ad un grido di meraviglia di  una turista, che poi mi ha chiesto di scattarle  una foto. 

Il palazzo fu costruito nel 1738 per volere del marchese Nicola Moscati e molte fonti ritengono che sia stato progettato dal Sanfelice. Nel 1759 fu ereditato da Giuseppe Moscati, il medico che non esitò ad investire ricchezze e patrimonio nella cura dei poveri. Ben presto i Moscati  persero  prestigio economico e così il tribunale  decise di vendere alcuni appartamenti ai loro creditori. Tra questi c’era don Tomaso Atienta, detto lo Spagnolo, che nel 1813 lo fece ampliare e lo arricchì di affreschi sulle pareti e sui soffitti e preziosi arredi, andati perduti. Più tardi il palazzo fu messo all’asta e a metà dell’ottocento era quasi tutto di proprietà della famiglia Costa. 

 

 

Nel 1925 fu dichiarato monumento nazionale in occasione della visita di  re Umberto di Savoia. Fu valorizzato da lavori di restauro  negli anni sessanta e dopo il terremoto del 1980, finchè dal 1997 lo scultore Perez, proprietario di  un appartamento, riuscì a recuperare antiche decorazioni nascoste dai vari e selvaggi rimaneggiamenti. La scala a doppia rampa con le cinque aperture per piano ricorda molto quella del palazzo Sanfelice. Essa separa due cortili, quello più interno è in pessimo stato. 

 

Lunette, stucchi, medaglioni con busti e motivi floreali, tipicamente roccocò, sono attribuiti ad   Aniello Prezioso che nel 1742 impreziosì  la scala . Il  palazzo ospita l’Istituto e il Museo delle guarattelle, cioè delle marionette, tradizione di origine spagnola che attecchì facilmente a Napoli. Al secondo e terzo piano si aprirà, chissà quando, un museo dedicato a Totò, nato nel rione Sanità.

Due palazzi  rappresentano lo stesso passato ma due diversi aspetti del presente. A questo pensavo mentre li osservavo per fotografarli e mi sono tornate in mente le parole del tassista che mi aveva detto: ” Signò, cà  nun ve succede niente”.  Poi ho capito perchè e ve ne parlerò in un altro post.

Chiesa di San Giovanni a Carbonara, Napoli

 

Via San Giovanni a Carbonara, in origine  aperta fuori dalle mura della città, fino alla fine del medioevo fu destinata alla raccolta e alla combustione dei rifiuti (storia vecchia!).Su un terreno donato dal nobiluomo Gualtiero Galeota  gli Agostiniani iniziarono a costruire nel 1343   una chiesa e un convento che furono ultimati all’inizio del XV secolo durante il regno di re Ladislao d’Angiò- Durazzo. Questo è uno dei complessi religiosi più particolari e  belli della Napoli del Quattro e del Cinquecento, realizzato in molteplici periodi.

 

Vi si accede da una scala ellittica a doppia rampa del 1707 , frutto dell’ingegno di Ferdinando Sanfelice, un  grande architetto che trasformò le scale in un elemento architettonico scenografico. La scalinata conduce alla cappella di Santa Monica (XIV secolo) ove si trova il sepolcro di Ruggero Sanseverino realizzato da Andrea da Firenze. La chiesa fu nascosta dalla costruzione della cappella Somma del XVI secolo e pertanto vi si accede dal portale laterale ornato da testine di animali e foglie, da stemmi angioini e dal sole splendente  dei Caracciolo.

 L’edificio consta di un’unica navata a croce latina con cappelle aggiunte e,  soprattutto nel presbiterio, conserva l’originaria struttura gotica. In fondo spicca il monumento funebre  del re di Napoli  Ladislao (1428), espressione artistica del primo Rinascimento, caratterizzato da logge, nicchie, sculture, figure allegoriche come le quattro Virtù poste alla base. È ornato dalle statue di Ladislao e di sua sorella Giovanna II, che gli successe e gli  dedicò l’imponente monumento funebre, alto 18 metri e sormontato da un re a cavallo che, cosa piuttosto rara da vedersi in una chiesa,  brandisce una spada. La parete laterale all’altare ospita la Crocefissione del Vasari. 

 

Oltrepassando il sepolcro del re, si accede all’abside che ospita la splendida cappella Caracciolo del Sole (1427) a pianta ottagonale. Qui si trova  un altro sepolcro, attribuito ad Andrea da Firenze (1443), eretto per  l’amante della regina Giovanna II, Ser Gianni Caracciolo, assassinato  nel 1432. Incantevole nelle tante sfumature del blu è il pavimento maiolicato di stile toscano , interessanti sono gli affreschi murali di Leonardo da Besozzo e Perinetto da Benevento raffiguranti le storie della Vergine e scene di vita eremitica. 

 

A lato del presbiterio si apre la cappella Caracciolo di Vico in puro stile rinascimentale (ultimata nel 1516). È a pianta circolare e  ricca di arcate, colonne, nicchie, sarcofagi, statue raffiguranti gli esponenti del casato Caracciolo. Di fronte all’entrata della chiesa si trova l’altare di Miroballo di scuola lombarda ,iniziato nel XVI secolo da Jacopo della Pila e terminato da Tommaso Malvito. Racchiude  un imponente gruppo di statue ed   è decorato con scene della vita di san Nicola da Tolentino, dipinte nel Quattrocento,  una Vergine con Bambino di Michelangelo  Naccherino (1601) e le statue di sant’Agostino e san Giovanni Battista di Annibale Caccavello. La cappella di Somma a sinistra dell’ingresso fu eretta tra il 1557 e il 1566 su disegno del D’Auria e dal Caccavello, che realizzarono rispettivamente la parte inferiore dell’altare (Assunta) e il sepolcro di Scipione di Somma  di fronte alla porta di accesso.

Scendendo a piedi dal rione Sanità,  mi ha attratto la scala monumentale  della Chiesa di San Giovanni a Carbonara che ho poi visitato.  Ogni volta che vado a Napoli, da turista fai da te, scopro sempre qualche raffinata bellezza nascosta, perciò mi affascina questa città che si concede un po’ alla volta nei suoi quartieri più popolosi e nelle oltre cinquecento chiese, nonostante altri clamori sviino l’attenzione su altri fronti.

Napoli si ama o si odia, senza mezze misure. Napoli meraviglia nel bene e nel male, è un sorriso compiaciuto e un pugno allo stomaco, una metropoli dalle emozioni contrastanti e contraddittorie che ti scaraventano dal buio alla luce quando meno te l’aspetti. Una città che ti fa abbassare lo sguardo per la vergogna e ti solleva lo spirito di fronte a capolavori dimenticati o repressi nel suo ventre, che meriterebbero altra memoria, e ti commuovono come quando riconosci un talento o un cuore gentile  in una persona che a prima vista appare insignificante. Quando arrivi a Napoli percepisci la confusione del rumore e del movimento,  quando te ne vai porti dentro il fascino intrigante delle razze miste, il languore di una gloria passata che la mala sorte non riesce a rovinare del tutto, come la sensazione di un bacio rubato.