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Donna:una perpetua contraddizione ma anche la più viva e completa armonia dell’universo…

Archive for the 'riflessioni' Category

Nel respiro del mare

La storia della terra e dell’uomo si srotola lungo i superbi costoni a picco sul mare, nelle ville d’altri tempi e nei borghi marinari accerchiati dall’argento degli ulivi e dall’odore di zagara , fino ai pendii assolati e alle  torri solitarie che mirano delfini e naviganti.


Austeri giganti di roccia al vento  narrano di sirene e di miti lontani.


Nulla è più dolce del  nascondersi nel respiro di questo mare e nell’abbraccio di questo cielo. Nulla è più dolce del librarsi in questa serena  libertà originaria, mai persa come l’istinto a scoprire il bello.





Ovunque regna un’eternità sospesa,  una luce che placa misticamente i sensi  e dispensa carezze di trasparenze alle rive  e schegge di verde e di pietra, avvolte ora in una tenue foschia, ora in un intenso blu cobalto .



L’anima buona della natura  palpita in queste profondità marine e celesti  che inondano  gli occhi e il cuore. E dopo averne carpito la magia, la cerchi per sempre.



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Le anime pezzentelle – Cimitero delle Fontanelle

Il Miglio Sacro è un itinerario restituito alla città di Napoli che parte dalle antiche catacombe di San Gennaro e arriva alla Cappella del Tesoro di San Gennaro  attraversando tutto  il Rione Sanità, un quartiere che può riscattarsi con  la storia millenaria di  un patrimonio artistico ed archeologico  poco reclamizzato.  Questa zona si può considerare la culla del culto dei morti, celebrato e consacrato attraverso funzioni, devozioni e rituali  che fondono religione e magia. Qui sorsero la necropoli greca,  in origine fuori dalle mura della città,  le catacombe paleocristiane ed infine, in una cava di tufo, l’immenso ossario del cimitero delle Fontanelle che di recente è stato riaperto.


Tra il Seicento e il Settecento la cava fu utilizzata come cimitero per i poveri e soprattutto per le vittime della peste del 1656 che  a Napoli aveva causato circa 300000  morti e non pochi problemi di igiene  e di reperimento di spazi sufficientemente capienti per seppellirli, anche perché le catacombe avevano già accolto le vittime dell’epidemia del 1479.  Come riferisce il canonico Andrea De Jorio, verso la fine del Settecento persone abbienti chiedevano di essere sepolte nelle chiese ma, a funerali avvenuti, di notte i becchini trasportavano le salme nelle cave inutilizzate per evitare sovraffollamento nelle chiese. Dopo un allagamento della cava, che  portò in superficie le capuzzelle ( piccole teste, cioè i teschi) in uno scenario apocalittico, le ossa vi  furono ricomposte e  furono  costruiti un muro e un altare nell’antro, riconosciuto ormai come ossario della città.

In seguito all’editto napoleonico di Saint Cloud del 1804, che vietò le sepolture nelle città e nei luoghi pubblici, nell’ossario furono raccolti anche i resti umani  rinvenuti nelle terre sante delle tante chiese napoletane o durante gli scavi archeologici , come in Via Acton nei pressi del Maschio Angioino,oltre  le vittime del colera del 1836. Sono visibili decine di migliaia di  teschi e ossa lunghe ad eccezione delle due salme intatte e  vestite di Filippo Carafa, conte di Cerreto e di Maddaloni, e di sua moglie Margherita.


Alla fine dell’Ottocento padre Gaetano Barbati coordinò alcuni devoti per  riordinare le ossa in cataste e fece costruire la sobria chiesa di Maria Santissima del Carmine  nel sito delle Fontanelle.

Da allora sorse uno spontaneo e particolare culto popolare per gli ignoti defunti, che consisteva nell’adozione delle anime pezzentelle del Purgatorio, bisognose di cure e preghiere, in cambio di grazie e favori. Questo culto, ancor oggi limitatamente praticato, è una porta rituale tra il mondo dei vivi e dei morti: i morti chiedono ai vivi una preghiera  e i vivi, perlopiù donne, si rivolgono alle anime abbandonate che fanno da tramite tra la vita terrena e quella ultraterrena. Il limite tra la fede – tradizioni popolari e la superstizione è sottile, ma i devoti sentono più vicini a loro le anime pezzentelle di umili origini nelle quali ritrovano comuni miserie, sofferenze e solitudini.


L’adottante sceglieva  una capuzzella, la puliva e la lucidava, la poneva  su un fazzoletto ricamato ed infine, durante visite periodiche, le offriva lumini, fiori e preghiere “A refrische ‘e ll’anime d’o priatorio”. Poi la circondava con un rosario e la adagiava su un cuscino, ornato di pizzi e ricami . Solo dopo questo rituale  pare che l’anima purgante apparisse in sogno , richiedendo “refrisco” ( cioè preghiere e cure per essere sollevata dalla sofferenza) e svelando la sua storia personale. Se la capuzzella iniziava a sudare, significava che si stava adoprando per intercessioni a favore del devoto o per concedergli la grazia . In realtà l’alto tasso di umidità della cava ancor oggi  provoca  la formazione di gocce di condensa sui teschi, facendoli sembrare sudati. A questo punto l’animella entrava a fare parte della famiglia e  veniva custodita in un tempietto di marmo o di legno, in una teca di vetro, a volte pure in una semplice scatola metallica di biscotti , sui quali si incidevano  il nome dell’adottante  e l’anno di ricevimento della  grazia.


Se però non venivano esaudite le richieste, quali guarigioni, matrimoni,vincite al lotto, il devoto poteva rimpiazzare  la capuzzella con un’altra,  nella speranza che si rivelasse più benevola. Se il teschio non sudava, significava che l’anima pezzentella era in uno stato di sofferenza ed  impossibilitata ad elargire grazie, quindi bisognava confidare in entità celesti più potenti. Nel 1969 il cardinale di Napoli Ursi  vietò come pagana e superstiziosa questa forma di devozione, frutto della religiosità popolare.


Gli oltre 40000 resti, sistemati nei lunghi corridoi del cimitero delle Fontanelle, a volte formano macabre strutture come quella del Tribunale e della Biblioteca. Quest’ultima ricorda gli scaffali di una libreria,  formati da teschi e ossa lunghe, ben allineate e calcificate, che incorniciano l’edicola del  Sacro Cuore di Gesù. Inquietante è il Tribunale  con le sue tre croci su un Golgota di teschi, dinanzi al quale- così pare-  i camorristi  convenivano per lugubri rituali di affiliazione. Un’aria decisamente sinistra ha invece  il Monacone, la statua decapitata di San Vincenzo Ferrer.


L’anima purgante più famosa delle Fontanelle è il Capitano, probabilmente spagnolo, che ha aiutato molti devoti . Esistono varie leggende sul Capitano ma la più nota riguarda due sposi. Si narra di una giovane promessa sposa che venerava molto quest’anima pezzentella. Il suo fidanzato, ritenendo che le cure prestate ad ignote ossa fossero inutili, un  giorno accompagnò la futura consorte nell’ossario per veder da vicino il teschio. Infilò un bastone nella sua cavità orbitale e con modi provocatoriamente scherzosi lo invitò al matrimonio. Il giorno delle nozze  tra gli invitati comparve un carabiniere che nessuno conosceva . Quando lo sposo gli chiese da chi fosse stato invitato, questi rispose che proprio lui l’aveva fatto e, aprendo la divisa, si mostrò in tutta la sua nudità scheletrica  provocando la morte di crepacuore dei due sposi. La leggenda vuole che i resti degli sposi siano conservati presso la statua di Gaetano Barbati, mentre si pensa che essi siano stati dipinti sulle pareti delle catacombe di san Gaudioso. Non oso immaginare cosa sia potuto succedere nell’aldilà all’arrivo della promessa e mancata sposa che deve avere fatto una bella sfuriata sia al fantasma del Capitano che allo sprezzante fidanzato.


Altra anima pezzentella , per la quale si nutre particolare devozione, è  la sposa Lucia, morta in naufragio col suo sposo o travolta da un’onda mentre lo attendeva su una scogliera. La sua capuzzella è ornata di velo nuziale ed omaggiata di  fiori, lumini e suppliche scritte. Si trova però in via dei Tribunali, precisamente nella  chiesa delle Anime del Purgatorio ad Arco, dall’inconfondibile facciata barocca, realizzata da Cosimo Fanzago, adorna di  teschi e femori di bronzo. La Chiesa, comunemente detta d’e cape ‘e morte o d’e capuzzelle fu costruita nel 1638 ad opera di una  congregazione di nobili che dal 1604 raccoglieva  fondi per la celebrazione di messe in suffragio alle anime del Purgatorio. Qui è esposta la tela  la “Madonna delle Anime Purganti” di Massimo Stanzione (nel 1635) . Quando la chiesa fu chiusa in seguito al terremoto del 1980, molti devoti chiesero di potere accedere all’ipogeo in quanto spesso chiamati in sogno dalle anime purganti  ma  poterono riprendere le visite soltanto nel 1992.


Questo culto così particolare non solo è una sorta di misericordiosa alleanza e complice intesa tra i poveri vivi e i poveri morti per un aiuto reciproco, ma anche  un’occasione per riflettere sull’aldilà attraverso  i teschi, simboli di contemplazione dei santi nelle  opere dei grandi autori, quali Caravaggio, Jusepe de Ribera, El Greco, Van Dick, Georges de La Tour, Rembrandt.


Il culto delle anime pezzentelle approda alla consapevolezza che in fondo  “all’ àutro munno simmo tutte eguale” e “Simmo tutte cape ‘e  morte”, cioè che  “la morte è la completa uguaglianza degli ineguali”, è “una livella”  a detta di  Totò: ciò che era visibile e rilevante in vita diviene invisibile ed irrilevante nella  dimensione sospesa (“queste pagliacciate le fanno solo i vivi: noi siamo seri…apparteniamo alla morte”,  proclama l’ombra del netturbino a quella del marchese che disdegnava di essere sepolto accanto a lui) .


Napoli si legge anche  tra i vicoli , negli usi e costumi e in ciò che a prima vista non appare, come una metafora tra le righe. Visitare questi luoghi di culto popolare  consente di esplorare il mistero, ove si confondono riti sacri e profani, religione e magia. L’iniziale incredulità o scetticismo  svaniscono man mano che nel rituale delle anime pezzentelle si riconoscono un generale  bisogno di essere ascoltati per ricevere conforto e sollievo, di ascoltarsi nel raccoglimento di una preghiera, per gli altri e per se stessi, di trovare conferme di protezione nei meandri della fede o della suggestione superstiziosa. Alla sensazione di profanare l’intimità della morte subentra la pietosa accoglienza  del silenzio delle anime purganti e proprio nelle tenebre, percependo il destino dell’umanità  di sempre, si intravede una speranza di redenzione dei vivi e dei morti per scattare in avanti nella vita terrena e ultraterrena.


“Questo guazzabuglio di fede e di errore, di misticismo e di sensualità, questo culto esterno così pagano, questa idolatria, vi spaventano? Vi dolete di queste cose, degne dei selvaggi? E chi ha fatto nulla per la coscienza del popolo napoletano? Quali ammaestramenti, quali parole, quali esempi, si è pensato di dare a questa gente così espansiva, così facile a conquidere, così naturalmente entusiasta? In verità, dalla miseria profonda della sua vita reale, essa non ha avuto altro conforto che nelle illusioni della propria fantasia: e altro rifugio che in Dio.”


(Da “Il ventre di Napoli” di Matilde Serao)





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Rione Sanità- le catacombe di Napoli

Ai piedi della collina di Capodimonte si  estende il rione Sanità, un noto quartiere popolare di Napoli che nel 1898 diede i natali a  Totò in Via Santa Maria  Antesaecula e in seguito ha ispirato trame e personaggi di  numerosi film e opere teatrali. Qui hanno abitato popoli provenienti dal Sud e dall’Est del mondo, africani e cinesi, e sono passati  nobili, papi, re e cardinali. Qui è molto forte il senso di appartenenza ai vicoli, ai palazzi, agli usi e costumi, ai riti sacri e profani dettati dalla religione e dalla magia.


Napoli ha un cuore e un ventre, in cui è  dislocato un patrimonio nascosto, archeologico ed artistico, da scoprire attraverso una stratigrafia che s’addentra  nelle viscere della terra.

L’invisibile Napoli sotterranea si articola  in un labirinto di cunicoli, pozzi e cisterne, ipogei e cave greche, catacombe,  gallerie di epoca romana, ossari e tombe scavati nel tufo. È una città oscura, luogo di passaggio e tramite tra il mondo conosciuto e quello sconosciuto e silenzioso  dell’Oltretomba,  dove si confondono storia e leggende, fede e superstizione. Un  mondo sommerso col quale i napoletani  si conciliano per esorcizzare la paura della morte e, seppur limitatamente ancor oggi, si alleano offrendo preghiere e cure ad ignoti defunti, anime pezzentelle del Purgatorio, in cambio di grazie e favori,  quali una guarigione, un matrimonio o numeri vincenti al lotto nella speranza di ingraziarsi la buona sorte per sopravvivere ad un’esistenza complicata, ad un atavico  destino reso avverso dalle epidemie di peste e colera, dalle alluvioni e terremoti, dalle dominazioni del dio o del potente di turno accettati con fatalistica rassegnazione.

Un universo buio, lugubre, sospeso in un sonno eterno, che porta al nulla o a qualcosa, ove si smarriscono le coordinate di spazio e tempo .


Napoli è simbiosi di vita e di morte, entrambe celebrate e consacrate attraverso funzioni, devozioni e rituali  che confluiscono nel radicato culto dei morti.


I sepolcri più antichi sono gli ipogei greci della Sanità e dei Vergini, situati a  10-11 metri di profondità dal livello della strada.  Le necropoli risalgono al IV e II secolo a. C. e sono ricche di sarcofagi dipinti e scolpiti che ricordano le tombe anatoliche, macedoni ed alessandrine. Per lungo tempo rimasero sepolte  dalla “lava”, cioè dal fiume alluvionale di detriti e fango che fino agli anni ’60 ha  afflitto questa zona.  In effetti sin dal tempo dei greci si estraeva il tufo , impiegato per le costruzioni,  dando così  luogo a  immense grotte e cavità. Prima ancora che le cave di tufo fossero adibite ad ossari , le famiglie dell’aristocrazia greco-napoletana, che fuse elementi greci e sanniti, vi costruirono  eleganti sepolcri. Da qui il nome di “Valle delle tombe”. Nelle stesse aree sotterranee  dagli ipogei si è poi passati nel II secolo alle catacombe paleocristiane di San Gennaro, San Gaudioso e San Severo, che prendono nome dalle spoglie dei martiri.

Nelle vicinanze del santuario della Madonna del Buon Consiglio (zona di Capodimonte) si estende il vasto complesso cimiteriale delle catacombe di San Gennaro, nate tra il II e IV secolo  e articolate  su due piani e in più corridoi, a differenza di quelle romane. Divennero luogo religioso e di sepoltura quando accolsero i resti del vescovo Agrippino e nel V secolo furono dedicate a San Gennaro , il cui corpo pare sia stato collocato qui per lunghissimo tempo. Oltre a reperti e affreschi di interesse artistico, sono un luogo suggestivo cosparso di nicchie e loculi, grandi e piccoli. Pare che vicino al santo potessero riposare solo i puri di cuore, quali i bambini, e questo spiega la presenza di piccoli loculi sulle pareti.  Fino all’XI secolo vi furono sepolti i vescovi napoletani, subirono saccheggi tra il XIII e XVIII secolo e infine furono  restaurate dopo il trasferimento dell’ossario nel Cimitero delle Fontanelle. Dopo circa 40 anni di chiusura ora sono state riaperte al pubblico e vi si accede o dalla collina di Capodimonte, a fianco della  chiesa della Madre del Buon Consiglio, o  dalla Basilica di San Gennaro fuori le mura, situata all’interno dall’ospedale di San Gennaro dei Poveri nel rione Sanità.

L’intero quartiere Sanità è dominato dalla cupola della Basilica di Santa Maria della Sanità, rivestita di  maioliche smaltate gialle e verdi . Fu costruita dai  Domenicani  tra il 1602 e il 1613 , su progetto di Giuseppe Donzelli detto Fra Nuvolo. E’ nota come la chiesa di San Vincenzo,detto o’ Munacone in onore del domenicano Vincenzo Ferreri,  uno dei tanti santi protettori della città.. Una sontuosa scala a tenaglia, che porta all’altare maggiore, incornicia la cripta dalla quale  si accede alle nascoste catacombe paleocristiane di San Gaudioso, risalenti al V sec d. C. dove fu sepolto Settimio Celio Gaudioso, vescovo di Abitine, una località non identificata dell’Africa proconsolare.

La catacomba di San Gaudioso è il secondo cimitero paleocristiano di Napoli per ampiezza e importanza, dopo quello di San Gennaro. Ha subito trasformazioni, per cui è difficile definirne l’estensione o  l’esistenza di locali più antichi di quelli attuali. Fu abbandonato  all’incirca nell’anno mille e in seguito le “ lave” lo invasero nascondendone l’ingresso.

In un’edicola nell’angolo nord della cripta , nel 1579 si scoprì un’immagine della Madonna alla quale iniziarono ben  presto a rivolgersi  alcuni devoti. E’ la più antica raffigurazione mariana dell’arte paleocristiana di Napoli, forse del V o VI secolo. La pittura è quasi svanita e la si nota osservandola da lontano: la Madonna, seduta e velata,  ha in braccio il Bambino che stende il braccio destro spiegando le prime tre dita della mano quasi per benedire o indicare la Trinità, mentre la mano sinistra è sul globo sormontato dalla croce e appoggiato sul ginocchio della madre.

A questa Madonna si attribuirono una serie di miracoli e divenne oggetto di culto popolare e meta di pellegrinaggi. Un frate domenicano, Antonino da Camerota, in poco tempo raccolse elemosine per  costruire una chiesa in onore della Vergine. Fu accusato di superstizione, idolatria, raggiro ed estorsione di denaro  ma il processo fu insabbiato e nel 1581 il frate fu scarcerato e riabilitato. Ripresero i lavori di costruzione della chiesa che fu ultimata in pochi anni.

Caratteristica delle catacombe di San Gaudioso sono le nicchie a forma di sedile, dette “cantarelle” che  servivano per una particolare tecnica di inumazione : il morto veniva sistemato nella nicchia dotata di  un vaso a due manici sottoposto e ricavato nel tufo ( da kantharos , coppa greca a calice con due anse,  da cui cantaro che nelle basiliche cristiane era la vasca per le abluzioni e da cui è derivato più prosaicamente il vocabolo napoletano o’ cantaro, cioè il vaso da notte). Il defunto veniva messo a “scolare”  fino alla decomposizione, così poi i suoi resti venivano deposti in un ossario comune o in una tomba privata .Si pensa che gli “schiatta muort”  in origine fossero coloro incaricati di incastrare i defunti in questi sedili  e dalle cantarelle sia derivato l’imprecazione napoletana “Puozze sculà!”,  che di fatto è un pessimo augurio.

Sulle pareti dei cunicoli ci sono dipinti del VI secolo  e particolari effigi funerarie  del XVII  secolo: sotto i teschi veri, incorporati nel muro nel Seicento, i corpi venivano dipinti  con le vesti e i simboli del rango del defunto. Ai lati del cranio si segnavano le iniziali del nome e cognome del defunto, accompagnati da una citazione biblica. Qui trovarono sepoltura frati domenicani e aristocratici come il magistrato Diego Longobardo, morto nel 1632, le nobildonne Maria De Ponte e la principessa di Montesarchio Sveva Gesualda. Uomini e donne erano separati anche nella sepoltura eccetto due personaggi  le cui mani si intrecciano sui rispettivi cuori. Una credenza popolare vuole siano gli sposi  che morirono di crepacuore alla vista del fantasma del Capitano spagnolo, ossequiato da lei e offeso da lui nel Cimitero delle Fontanelle, che si presentò alle nozze.

Unico “ borghese” dipinto  è il pittore Giovanni Balducci, al quale si attribuiscono gli affreschi delle catacombe, il cui nome compare per esteso e viene raffigurato con una riga nella mano destra e una tavolozza nella sinistra.

La morte domina sul tempo, che scorre inesorabile come la sabbia nella clessidra, e sull’effimero potere dei mortali rappresentato dalla corona e dallo scettro.

A Napoli si dice “ Basta a’ salute, tira a’ campà” perché  in fondo “a tutto c’è rimedio, tranne alla morte”. Saggezza popolare che spiega l’inconfondibile  vitalità ed ilarità partenopea maturata  tenendo gli occhi aperti anche nelle tenebre, dove lo sguardo guarisce dagli affanni del mondo.



“Sono nato in Rione Sanità, il più famoso di Napoli. ..

La domenica pomeriggio le famiglie napoletane usavano riunirsi nelle case dell’una o dell’altra, e là chi suonava la chitarra, chi diceva la poesia, e chi cantava. I giovanotti guardavano le ragazze, gli tenevano la mano, si innamoravano”


Il Principe Antonio De Curtis

( in arte Totò)


Per approfondimenti ed  informazioni www.catacombedinapoli.it



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Hic sumus felices – le Lune di Pompei

 

Da maggio a ottobre 2010 il Parco Archeologico degli Scavi di  Pompei ospita una nuova edizione di “ Le  Lune di Pompei”. Nel chiarore magico e  misterioso delle Lune Eterne ( la Luna di Morte, la Luna della Speranza, la Luna Virtuale, la Luna della Vita, la Luna che non c’è, la Luna che si Diverte) l’antica città sepolta  racconta i misteri non svelati, che mai hanno abbandonato Pompei .

Il percorso parte dalla necropoli di Porta Nocera,  prosegue nell’Orto dei Fuggiaschi, continua verso la Casa del Giardino d’Ercole, in via dell’Abbondanza, soffermandosi nella casa del profumiere, di Octavius Quartius,erroneamente  chiamata in un primo tempo domus di Loreius Tiburtinus, di Venere in Conchiglia ed infine si conclude con suggestivi ed onirici giochi di luce nell’Anfiteatro. La voce dell’attore Luca Ward e alcune proiezioni guidano il pubblico in una suggestiva ed eterna realtà parallela per fare vivere e rivivere  Pompei.

 

L’eruzione del Vesuvio, per l’esattezza  del monte Somma,  nel 79 d. C. fermò la vita di Pompei sotto una coltre di cenere e lapilli spessa 6-7 metri. La maggior parte degli  abitanti, fuggiti dalle case, trovarono la morte  sul litorale. I pochi rimasti, sperando di salvarsi nei sotterranei  delle abitazioni, morirono asfissiati. Toccanti testimonianze della tragedia sono  i calchi dei Fuggiaschi, ricostruiti  dall’archeologo Giuseppe Fiorelli nel 1863  versando gesso liquido nelle cavità lasciate dai corpi nello stratto di cenere.

 

Camminare per le vie di uno dei siti archeologici più suggestivi  e famosi del mondo, è sempre emozionante. È come viaggiare a ritroso nel tempo. Passeggiare di notte  in una Pompei  illuminata da splendenti Lune piene, seguendo un itinerario tracciato da fiammelle, è un’esperienza unica ed affascinante.

 

Passare in punta di piedi sulla strada  esterna alla cinta  della città e conducente  a Nocera, fiancheggiata da numerosi sepolcri monumentali, dà l’impressione di violare e consacrare allo stesso tempo la profonda  intimità della morte in una città apparentemente muta e  deserta. Qui si coglie la ciclicità di vita e morte, ove la morte non è frattura o interruzione, ma è una delle incombenze dell’uomo, un continuum  della vita, e la vita è commistione di otia e negotia , di sacro e profano confluenti nel mito.

  “Si tenevano in casa le ceneri o le immagini dei propri avi; li si salutava entrando, i vivi restavano in contatto con loro; all’entrata della città, le loro tombe allineate ai due lati della strada,  somigliavano a una prima città, quella dei fondatori”(H.Taine – “Viaggio in Italia”)

Qui però stranamente si continua a respirare la vita quotidiana dell’antichità nelle abitazioni e nelle botteghe, il fermento dei luoghi pubblici, la devozione per gli dei e la pietas per i defunti, il gusto raffinato per l’arte e i piaceri della vita, il valore del talento, dell’ingegno e dell’operosità.

   

Le Lune di Pompei splendono in alto riversando un’aura di bianca quiete su luoghi che raccontano a tutti per essere ascoltati da alcuni.

 

Gli orti, arricchiti di filari  e di ulivi dalla chiome argentate, nel 1961 restituirono alla storia  tredici vittime dell’eruzione, asfissiate dal gas e dalle ceneri durante la fuga. Nei cosiddetti Orti dei Fuggiaschi il destino di Pompei parla a chiunque. La pietas erompe alla vista di  sagome contorte e sofferenti. L’immaginazione assume una dimensione tristemente più concreta, ma proprio quei calchi fanno rivivere la città. I vuoti dei corpi si riempiono di  tutta la vita narrata sui muri e sui basoli sconnessi, nelle domus, tabernae, terme, nei teatri e nel foro dando una dimensione umana ad una civiltà grandiosa.

   

 

 

Ogni  muro, colonna, cubiculum, peristilio, cespuglio di rosmarino, giardino interno  respira ancora e l’immaginazione restituisce gli affreschi, i mosaici, le suppellettili e le statue che arricchivano gli spazi, ora deserti, dove ti senti un intruso in uno scenario fuori dal tempo e percepisci  un invadente senso di solitudine che ti riempie di riverente stupore ed ammirazione  per un  qualcosa di irraggiungibile e grande.

Come il bello che traspare dalla domus più raffinate. E ti pare di sentire le fragranze della casa del profumiere, di vedere scorrere l’acqua nella lunga vasca di marmo, ombreggiata da una pergola, nella casa di Octavius Quartius e brillare al sole i personaggi mitici e leggendari  di altri tempi e civiltà.

 

 

E ti chiedi chi possa avere calpestato quella strada, chi si sia fermato sull’uscio di quella locanda, chi sia l’autore di questi graffiti che, in tal caso, non informavano nè provocavano, ma comunicavano per davvero un modus vivendi.

 

 

 

“ HIC SUMUS FELICES” cioè “QUI  SIAMO FELICI”.

Una solenne proclamazione  di gioia e di vitalità collettiva che associo a tutte le genti che vivevano Pompei . Uno squillo per i secoli a venire , una speranza di buon augurio per noi,  provenienti dal futuro, incapaci  di definire la felicità, se non per difetto, e tanto meno di scrivere una cosa del genere sui muri di una qualsiasi città. “Qui siamo felici.” E sarà una delle magiche  lune di Pompei  o il fascino acuito dalle ombre di una dolce notte d’estate, sarà il mistero di queste strade percorse da chissà chi  e di questi muri  che raccontano più di mille parole, ma in questa scritta graffiata c’è tutta la vita, la forza  prorompente e la grandezza di una civiltà. Qui siamo felici. E non provo invidia, ma commozione e un senso di compiaciuta appartenenza a un patrimonio universale, a una sorta di  Eden nascosto, carpito attraverso le fonti storiche.

 

Pompei, maledetta dalla natura e benedetta dagli dei, suggestiona chiunque nei suoi chiaroscuri, nell’eco remota che risuona dentro, nella sua  immensità costellata da vibranti fiammelle che segnano il percorso, quasi a ricordo del percorso esistenziale dell’umanità .

“Qui siamo felici” è l’epitaffio più bello in memoria di una città che ha ancora tanto da dire indistintamente a tutti.

 

Scontenti e perennemente incontentabili, riusciremo mai ad annunciare ai posteri “Qui siamo felici” non per effetto di una momentanea scarica di adrenalina o senza cedere ad una qualsiasi forma di finzione?

 

 

 

Le Lune di Pompei

Visite notturne degli Scavi di Pompei

maggio- ottobre 2010

www.lelunedipompei.it

 

 

 

 

 

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Quousque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?

Finalmente è arrivato il  caldo afoso dell’estate che garantirà saune gratuite per tutti e conseguente  espulsione di tossine. Le notizie più o meno recenti  hanno reso bollenti gli animi , ma forse non è il caso di essere pessimisti. Arrabbiati sì.  Il tormentone di quest’estate “è  tempo di sacrifici per qualche categoria di lavoratori più che per altre”, accompagnato dal barrito di una  vuvuzela. Dal bailamme mediatico ho capito che i parlamentari sono iperdotati  dipendenti delle PA,  lavoratori indefessi spesso  impegnati nelle amministrazioni centrali e periferiche, in libere professioni e docenza, che per i magistrati saranno previsti gli scatti di carriera-pensione, che le tredicesime delle forze dell’ordine non saranno toccate grazie  anche al pronto intervento delle associazioni sindacali di categoria e del  tuonante Ministro della Difesa. Le proposte, prontamente bocciate, erano solo  refusi, semplici errori di distrazione. Come i miei che, quando digito in fretta, spesso inverto le lettere. Il caldo fiacca per cui  aspetto che qualche capa,  più fresca delle altre, si accorga  del  refuso  pure per gli insegnanti che lavoreranno invisibilmente per tre anni con blocco del contratto collettivo nazionale e  congelamento degli scatti di anzianità. Poi auspico che qualcuno, ancora più attento,  ci garantirà il congelamento dei prezzi nel triennio per evitare che i cosiddetti sacrifici  divengano una mattanza .Nelle botte e risposte tra i manovratori e i manovrati non ho sentito- ma forse mi è sfuggito-  il Ministro della Pubblica Istruzione. Forse la cosiddetta meritocrazia si ridurrà al dovere di fedeltà allo Stato e alla condotta di adoprarsi per il buon funzionamento della P. A. a carico dei dipendenti pubblici, insegnanti compresi.


Nell’accezione religiosa il sacrificio indicava la rinuncia  a un bene  per ingraziarsi qualche entità sovrumana. Gli insegnanti restano figli di un dio minore. Più comunemente il sacrifico sottende uno sforzo, una rinuncia a qualcosa in vista di un fine che, in tal caso,  sarebbe il risanamento dei conti pubblici e la riduzione delle spese del pubblico impiego. Mi pare giusto. Dobbiamo pagare per coloro ai quali nonsisachi ha concesso le baby pensioni e ora svolgono altre attività,  che magari per magia o qualche strano effetto ottico non risultano. Si sa- il caldo tira brutti scherzi. Ma è bene guardare al bicchiere mezzo pieno, non alla parte  mezza vuota. È giusto pagare per le responsabilità altrui e per politiche poco accorte di chi ha indetto concorsi su concorsi e continua a sprecare in convegni e consulenze? Pare di sì.

Allora sarà meglio prendersela con calma , senza affaticarsi troppo, come coloro che hanno lavorato finora con scarso senso di responsabilità e per i quali non cambia mai nulla. Si fa presto a livellare tutti indistintamente e a prelevare facilmente da buste paghe trasparenti. In fondo ci ringiovaniscono di tre anni facendo saltare  lo sviluppo professionale di anzianità del triennio. Del resto per operare coi ragazzi bisogna sentirsi giovani ma sinceramente preferirei un   anno sabbatico in una beauty farm .  Invece i magistrati possono invecchiare beatamente,  come i vecchi saggi di una volta chiamati al governo della città.


Sono sicura che gli insegnanti continueranno ad educare, a trasmettere il rispetto per le istituzioni e la legalità. Fino a diventare un esercito di Pinocchi che mentiranno quotidianamente a se stessi .Un esercito di signori e signore che metterà da parte il senso di rivalsa per una mortificazione  percepita come socialmente ingiusta. Figli illegittimi della stessa PA alla quale appartiene la casta blindata, la più affollata e strapagata d’Europa. Un bel primato! E basta chiedere spiegazioni di quel che gli accatastati dicono e hanno detto , fanno o hanno fatto. La dea  della discrezione , Santa Privacy, va tutelata. Scusate l’impertinenza,  ma gli accatastati che avranno tanto da dirsi per telefono? Risparmino  un po’ sulle bollette pure loro. Che diamine! Sempre lì a ciappettare con Tizio, Caio e Sempronio e a fare scervellare di nervi e risate chi si preoccupa del buon andamento della Res Publica. Metteteli in mondovisione ‘sti telefoni roventi, intercettateci tutti  e non se ne parli più.  Chi non ha niente da nascondere non si preoccuperà certo se si scopriranno le sue solite noiose raccomandazioni, indiscreti pettegolezzi, battibecchi coniugali e qualche cornetto.


Modestamente vorrei contribuire pure io allo sciorinamento di consigli per fare fronte al deficit pubblico.  sollecitando un decreto legge, urgentissimo, sull’incompatibilità e il divieto di cumulo di incarichi da parte dei parlamentari, come è già previsto a carico dei dipendenti pubblici. Senza alcuna richiesta,  né concessione di autorizzazione. La carriera politica di parlamentare potrebbe divenire incompatibile con quella a livello locale ( e non solo viceversa , come lo è attualmente), con l’occupazione di   cattedre universitarie e lo svolgimento di libere professioni. Si eviterebbero conflitti di interessi e clientele di vario genere, ma soprattutto si tutelerebbe la salute di  operatori multi tasking, a rischio di esaurimento e inclini a frequenti refusi, o virtualmente stra impegnati, visto che il teletrasporto e la clonazione umana  non sono stati ancora inventati. In tal modo non ci sarebbero invadenti assi piglia tutto,si creerebbero molti posti di lavoro con un ricambio generazionale in tanti settori e, dulcis in fundo,  i tagli sarebbero più equamente distribuiti,  ripartiti tra coloro che potrebbero maggiormente contribuire a risollevare il debito pubblico. Inoltre il diritto alla pensione non dovrebbe maturare dopo qualche anno di mandato, ma alla soglia dei 60 anni. Si potrebbe chiedere inoltre ai manovrati  se le loro trattenute debbano concorrere a mantenere vitalizi, agevolazioni, diarie, indennità ,mega scorte, auto blu del popolo delle Camere. Nessuno pensa di sfoltirlo e di ridurgli  gli emolumenti?  Strano che finora  le menti, eccelse nell’individuare sacrifici dovuti e imposti ad altre categorie, non abbiano  ancora pensato ad istituire un conto corrente o una mensile maratona televisiva di Telethon ove devolvere generose offerte per fronteggiare il debito pubblico in attesa di emendamenti della manovra finanziaria.  Un magnanimo intervento assistenzialista, anche degli evasori fiscali , sarebbe ben accetto per prevenire   fastidiosi ed improvvisi mal di pancia di tanti “fannulloni” che potrebbero costringere altri  lavoratori a recarsi in fabbrica, negli uffici, nelle caserme e negli ospedali con la prole al seguito, a meno che non riescano a provvedervi last minute in altro modo.  Scuole senza insegnanti, né supplenti, né bidelli che un bel giorno potrebbero essere afflitti da una contagiosa ed improvvisa  epidemia che  farebbe saltare il Paese e le statistiche sull’assenteismo di Brunetta. Un debito morale da onorare per rispetto di se stessi e per fedeltà a quello Stato in cui hanno creduto e  vorrebbero servire, senza essere servili, in nome di quei principi di dignità dei lavoratori e di uguaglianza dei cittadini. Uno Stato che non legalizza due pesi e due misure all’interno della stessa P. A. e faccia valere  l’art. 53  Cost “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva”che sancisce un principio fondamentale del nostro ordinamento tributario  per cui le prestazioni tributarie devono gravare in modo uniforme su soggetti che dispongono della stessa capacità contributiva e in modo differente (criterio della progressività) su soggetti che dispongono di capacità diverse.


Chi  ha l’onore e l’onere di rappresentare gli elettori sia all’altezza del mandato perché ha già più volte perso credibilità, dando prova di perseguire interessi personali , nemmeno più quelli del partito. Altro che principio del buon padre di famiglia. Potrebbe essere il  titolo per un nuovo reality: “Il buon padre di famiglia” in cui  un politico si trovi a gestire  una famiglia di 3 o 4 persone con uno  stipendio mensile.



Quousque tandem abutere, Catilina, patientia nostra? Quamdiu etiam furor iste tuus nos eludet? quem ad finem sese effrenata iactabit audacia?

Fino a quando dunque, Catilina, abuserai della nostra pazienza? Quanto a lungo ancora codesto tuo furore si prenderà gioco di noi? Fino a che punto si spingerà [la tua] sfrenata audacia?”. (Cicerone, 1 Catilinaria).

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Il secondo Skippleanno

Dopo corse, rincorseimprovvise  fughe, Skip blog compie due anni. La creaturella continua a  zompettare. A volte si arena dolcemente su opere altrui che le piacciono, altre volte  sorride sorniona o pensierosa su ciò che vive, per non strepitare più di quanto non faccia quando è gagliardamente polemica o triste.


Non saprei definire l’immensità e complessità della blogosfera, nella quale navigo più silenziosamente   rispetto a qualche tempo fa quando, incosciente,  non percepivo la risonanza che può avere questa forma di comunicazione condivisa che banalmente riesco ad immaginare solo  come un mare tanto vasto…



“L’illimitata  distesa è segnata da rotte commerciali, molto trafficate e ben  pubblicizzate, ed è costellata da terre già scoperte e civilizzate, mete  di conquista o di svago. Spesso sotto costa affiorano  scogli. Emergono o  scompaiono a seconda della marea.  Non li trovi facilmente sulle carte nautiche. Eppure esistono e vivono nello stesso mare, quasi di vita propria, non riflessa in depliant, bandiere, carta stampata.  Ogni tanto qualche re o semplice pescatore vi si reca. Forse per  curiosità, per vedere se c’è o si è sviluppata la vita e si aspettano di trovarci le forme di vita che più servono o apprezzano. Al pescatore interessa trovarci pesci e conchiglie, al re invece coralli, perle, madreperle. Risorse. E lo  scoglio resta lì in mezzo al mare. Talvolta nei suoi dintorni emergono altri scogli, magari di origine vulcanica. Lì c’è ben poco da comprare, reclamizzare, scoprire. Ci trovi la stessa vita di tanti altri scogli che, messi vicini, rendono la navigazione perigliosa, fastidiosa, non  sempre agevole. La voce del mare vi s’infrange per ripartire a sua volta, echeggiando in altra forma, non aulica, né supponente. Può sembrare fragore, l’eco lontana in una conchiglia, lo scroscio devastante di un’onda anomala o il leggero mormorio di ondine delicate. Puoi trovarci la solitudine  che serve per ritrovarsi o quella che cattura per smarrirti, l’alto e superbo volo di un gabbiano o il suo goffo zompettio terrestre, un morbido velluto di alghe o incrostazioni di salsedine. Le caratteristiche geomorfiche, comuni ai tanti e insignificanti scoglietti, suggeriscono a qualche sognatore di librarsi con fantasia e creatività, di scrutare l’orizzonte e gli abissi del mare, sconfinato  patrimonio universale. I suoi  pensieri partono per non approdare, restano sospesi, senza ancore e coordinate. Possono sembrare inutili, mediocri, superficiali, imprecisi, confusi ed incoerenti, ma sono liberamente vissuti.


Chiunque può accoglierli e nessuno possederli. È tanto vasto il mare e ci vedi ciò che vuoi vedere, ascolti ciò che vuoi ascoltare, affermare e negare, credere e rinnegare, assolvere e condannare. Ci trovi ciò che vuoi trovare.”



È tanto vasto questo mare, di cui fa parte anche Skip blog,  ma esiste soprattutto grazie a tutti voi che vi affacciate, leggete, scrivete commenti e post lasciando una pinnata più o meno visibile.


La creaturella vi ringrazia tutti ed io ancor di più.



Maria


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Presagio

“Tutto a posto e niente in ordine” è il riepilogo di una giornata particolarmente rumorosa. In una sera come tante lascia decantare lo sguardo nelle piccole onde di perla che inciampano sulla riva. La lenta distesa grigia  sfuma nell’orizzonte viola.

Lui si ferma. La brezza serale  spinge indietro il suo  pelo arruffato che  un po’ sbiadito sul muso contrasta coi suoi occhi neri. Si guardano reciprocamente per un attimo, poi riprendono a camminare. Lei per inerzia lo segue. Lascia che il suo  peluche spettinato la guidi , quando ha ormai gettato le redini della giornata. D’un tratto il cagnone rasta punta qualcosa. Più in là intravedono un’insolita e tenera coppia. Rallentano il passo per non disturbarla, per osservarla a distanza  mentre procede con passo regolare:la femmina avanti e il maschio dietro . Hanno sconfinato in quella zona eppure, inseparabili,  sembrano a loro agio nel prato dell’aiuola. In alto i gabbiani si stanno ritirando, e loro due tranquilli dondolano per terra. Forse hanno sbagliato direzione e, invece di tornare alla foce lontana, continuano a camminare nell’erba nuova lungo la recinzione della ferrovia, ignorando la  gente che passeggia sul lungomare. Quel verde brillante le è sempre piaciuto. Il germano reale ha davvero qualcosa di regalmente prezioso  nel lucido piumaggio . Lascia che la sua femmina indichi il percorso, la asseconda. Non sembrano disorientati.


Sorride divertita a quel segno premonitore delle attese di domani. A volte l’istinto porta altrove prima di sparire  casualmente, così come talvolta capita di vivere in un posto non scelto.


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“Voi non potete dubitare delle cose in cui credete: io devo” (Ipazia di Alessandria in Agorà )

Nel film Agorà , di recente giunto nelle sale cinematografiche italiane,  Alejandro Amenabàr narra la vita di Ipazia,  nota matematica, astronoma  e filosofa della tarda antichità e  inventrice di strumenti, come il planisfero, l’astrolabio e l’idroscopio. Nata ad Alessandria d’Egitto nel 370 d.C,  Ipazia vive in un’epoca di grande confusione, di scontro tra la civiltà ellenistica e il proto cristianesimo, politeismo e monoteismo in un’alternanza di giochi di potere ed intolleranza tra eruditi saggi e masse in cerca di riscatto, fomentate da fanatici monaci ( parabolani) che interpretano a modo loro la parola di Cristo divenendo persecutori di tutti coloro che non condividono il loro credo. Alessandria, capitale delle scienze dell’Impero romano , ove convivevano etnie diverse, diventa ben presto scenario di lotte fratricide tra pagani,cristiani e ebrei .


Ipazia, come il padre Teone, si dedica a  studi di filosofia , matematica ed astronomia, divenendo a 31 anni  la più nota esponente alessandrina della scuola neoplatonica.  Per lungo tempo studia il cielo, si interroga sulle stelle e,  partendo dalla “bizzarra”teoria di Aristarco, alla concezione tolemaica geocentrica oppone l’intuizione del movimento della Terra che ruota intorno al Sole lungo un’orbita ellittica, poi resa ufficiale  da Keplero molti secoli più tardi. A lungo osserva, ipotizza, dubita, riformula ipotesi, deduce .Il suo pensiero scientifico,  improntato alla necessità logica che spiega fenomeni e fatti, si fonda sul dubbio e approda a verità approssimate, confutabili e difficili da dimostrare con gli strumenti esistenti a quei tempi. La sua forma mentis si scontra col fanatismo  religioso e la politica che misconoscono il valore positivo del dubbio e impongono dogmaticamente verità e certezze assolute, non necessariamente da dimostrare, spesso richieste e volute dagli uomini per rispondere ai misteri della vita e del creato o per governare. Ipazia afferma la sua neutralità di pagana, prende distanza dal potere con una saggezza maturata grazie allo studio e ad una straordinaria sensibilità. Pare distaccarsi  dalle umane passioni abbracciando  i misteri dell’universo che rispondono a  leggi talvolta incomprensibili e conquista spazi infiniti varcando i confini del mondo umano. La filosofia diviene il suo stile di vita in una  costante ricerca di verità, non sempre certe e assolute, che la avvicina  al rispetto della vita, più di ogni altro dogmatico dio.


Donna di eccezionale bellezza ed intelligenza è affascinata dal misterioso e perfetto equilibrio esistente in natura, spesso simboleggiato dal cerchio ove tutti i  punti della circonferenza sono equidistanti dal centro. Una perfezione  idealmente auspicabile per un’equilibrata forma di governo ispirata alla tolleranza, alla convivenza, alla giustizia, al bene. Un cerchio che,  in alcune inquadrature dall’alto, incornicia, ma non riesce ad arginare, masse impazzite simili a formiche che scappano senza meta.


Ipazia esercita una grande infuenza non solo culturale ma anche politica, perciò  paga con la vita quello che all’epoca tutti le riconoscevano un eccezionale privilegio in quanto donna. Accusata di eresia e stregoneria, è assassinata nel 415 , sebbene stimata per la  fervida mente e virtù. Va incontro al suo destino, rifiuta la conversione al cristianesimo  proclamando la sua libertà di pensiero,  la sua indipendenza da ruoli prestabiliti e il suo impegno civile. Con la sua morte viene sancita  l’esclusione delle donne dal sapere.


Ecco la testimonianza di  Socrate Scolastico, storico cristiano:


“C’era in Alessandria una donna chiamata Ipazia, figlia del filosofo Teone, che aveva fatto tali conquiste in scienza e letteratura da sorpassare tutti i filosofi del suo tempo. Essendo succeduta al padre nella guida della scuola di Platone e di Plotino, ella insegnava i principi della filosofia ai suoi discepoli, molti dei quali venivano da lontano per assistere alle sue lezioni. A dimostrazione della sua erudizione e delle sua abilità di conversazione, che aveva acquisito in seguito alla coltivazione della sua mente, appariva spesso in pubblico in presenza di magistrati, e non aveva vergogna di partecipare alle assemblee di uomini. Per questo gli uomini la ammiravano sempre più, per la sua straordinaria dignità e virtù. Eppure anch’essa cadde vittima della gelosia politica che a quel tempo prevaleva. Poiché ella aveva frequentazioni con Oreste, fu calunniosamente riportato tra i cristiani che era stata lei ad impedire che Oreste si riappacificasse con il vescovo. Allora alcuni di essi, il cui capo era un lettore chiamato Pietro, presi da uno zelo bigotto e ferino, la assalirono sulla via di casa e, trascinatala giù dal carro, la trascinarono alla chiesa chiamata Cesarèo dove la spogliarono completamente e la uccisero a colpi di tegola. Dopo aver fatto a pezzi il suo corpo, portarono le sue membra sanguinanti in un posto chiamato Cinaron, e lì le bruciarono. Questo episodio ha portato l’obbrobrio non solo su Cirillo, ma anche sull’intera chiesa di Alessandria. E di certo nulla può essere più lontano dallo spirito del cristianesimo che la giustificazione di massacri, battaglie, e cose di questo genere. Questo accadde nel mese di Marzo durante la Quaresima, nel quarto anno dell’episcopato di Cirillo, sotto il decimo consolato di Onorio e il sesto di Teodosio”.


Ipazia è una bella figura femminile della storia e della scienza. Nel film è tanto amata ma in modi diversi, dal  padre col quale condivide affinità intellettive,  dal prefetto Oreste che si accontenta di amore platonico, dallo schiavo Davo che nutre un’ attrazione fisica. Tutti, chi prima, chi dopo, le riconoscono la libertà di essere ciò che vuole. Agorà propone conflittualità ancora attuali , forse senza soluzione, proclama quel bisogno umano di avere  certezze, credute o possedute, per legittimare ogni forma di potere, sociale , politico, religioso.


In questo Ipazia è sempre stata libera  e tutti, anche coloro che la condannarono, riconobbero la sua libertà.


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Sul cartellone pubblicitario a Sanremo

Non è la prima volta che scrivo a riguardo della pubblicità offensiva delle donne. Molte associazioni femminili stanno promuovendo campagne contro messaggi ambigui o palesemente volgari, e comunque  svilenti della donna. Alcune trasmissioni televisive e certi periodici  brillano di scelte pruriginose, con pupe in déshabillé  che “artisticamente” stimolano l’istinto degli utenti .


La pubblicità, soprattutto dei cartelloni affissi, è subita  a differenza di certi programmi televisivi o pubblicazioni che si possono scegliere. La grande visibilità della pubblicità di strada implica maggiore attenzione nella selezione di immagini e messaggi trasmessi, impliciti e non, in funzione di chi  dovrebbe decodificarla.

L’armonioso, invidiabile lato B della pulzella in primo piano, associato allo slogan  “Questo può essere TUO” ( si noti la collocazione meramente “casuale” di questo),  a tutto fa pensare  tranne che alla vendita di uno spazio pubblicitario, che si trova sulla parete di uno stabilimento di Sanremo( voi lo direste?).

Ho avuto conferma dei miei limiti cogliendo in essa un invito seducente, gratuito o prezzolato, rivolto ad un ipotetico e strabuzzante  osservatore o un’esortazione  ad un’ipotetica osservatrice affinchè possa avere quelle forme, slip compreso, per sentirsi più bella,  se non essere sessualmente più appetibile.  C’è intrinseca  ironia provocatoria nello slogan? Forse sì,  e consiste nel deridere gli uomini, provocati negli atavici istinti da tanta grazia ingraziante, e le donne che si sentono prese – è proprio il caso di scriverlo- per l’air bag posteriore.


La comunicazione è efficace  quando i messaggi sono compresi, possibilmente  da tutti i riceventi  e non solo da chi li emette. Riconosco la mia incapacità di avvicinarmi alla creatività di chi gioca su facili, stuzzicanti, stucchevoli doppi sensi. Facile captare la superficiale attenzione  di chi osserva, dubito che se ne conquisti un’ effettiva condivisione e interesse. Il messaggio  dice e non dice, l’immagine mostra e non mostra, a seconda che siano considerati  congiuntamente o separatamente slogan e fotografia. La scritta sottende una possibilità di volgare possesso, reale e immaginato, ma sicuramente  è scorretta perché inefficace. Solo la fervida immaginazione degli ideatori, dall’inaccessibile  talento, fa approdare alla vendita di spazi pubblicitari.


L’azienda è riuscita a guadagnare la  visibilità di  “cervelli al pascolo”  :)   ( leggasi in alto a destra tra parentesi) , non a caso maschili, dal discutibile gusto. A mio avviso la volgarità è sottilmente indotta senza nemmeno una chiara, inequivocabile posizione ideologica. Giusto per poter trincerarsi dietro una valida scusante, in caso di prevedibile e sopraggiunta critica,  che è l’osservatore a pensare male, che è la consenziente pulzella a prestare la parte migliore di sé ad un messaggio che provoca una superficiale approvazione maschile e un dubbio consenso generale. La polemica è aperta nel  tentativo di frenare la pubblicità sessista,  che viene giustificata da alcuni  grazie a programmi televisivi , a dir poco demenziali. Ma il canale televisivo si cambia, il cartellone per strada è imposto.


Forse c’è più ipocrisia in  chi volutamente rasenta il confine della mercificazione  pubblicitaria del corpo femminile rispetto a chi osa prenderne le distanze come può, con un riso, una rassegnazione forzata, una critica, un’eclatante protesta  e viene accusato di falso moralismo. Dietro un presumibile talento professionale ci sia perlomeno la correttezza di ammettere che con questa forma di pubblicità, dalle facili seduzioni visive,  c’è la semplice volontà di guadagnare altrettanto facilmente visibilità e risonanza.  Non di certo credibilità per una comunicazione corretta,  come vanta l’azienda, ma solo perplessità su una comunicazione ipocritamente ambigua , fuorviante e di pessimo gusto.


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25 Aprile

Quest’anno ricorre il 65° anniversario della Liberazione dell’Italia dal nazifascismo. Una pagina di storia italiana da non dimenticare, scritta dai soldati alleati ma soprattutto da tanti italiani (partigiani, militari,deportati, internati e civili) che si opposero alla dittatura in nome della libertà e resero possibile la nascita della Repubblica e della democrazia, sancite poi nella Costituzione.

Ecco alcune lettere che testimoniano le aspirazioni, gli ideali e le ultime volontà di uomini e donne in procinto di morte, consapevoli del loro destino e fiduciosi di trasmettere ad altri  l’opportunità di vivere con dignità da uomini liberi . ( Da lettere di condannati a morte della Resistenza Italiana)



Lettera di Bruno Parmesan (Venezia)


Udine, 10 febbraio 1945


Caro Papà e tutti miei cari di famiglia e parenti,

dalla soglia della morte vi scrivo queste mie ultime parole. Il mondo e l’intera umanità mi è stata avversa. Dio mi vuole con sé.

Oggi 10 febbraio, il tribunale militare tedesco mi condanna. Strappa le mie carni che tu mi avevi fatto dono, perché hanno sete di sangue.

Muoio contento perché lassù in cielo rivedrò la mia adorata mamma. Sento che mi chiama, mi vuole vicino come una volta, per consolarmi della mia dura sorte. Non piangete per me, siate forti, ricevete con serenità queste mie parole, come io sentii la mia sentenza.

Ore mi separano dalla morte, ma non ho paura perché non ho fatto del male a nessuno; la mia coscienza è tranquilla.

Papà, fratelli e parenti tutti, siate orgogliosi del vostro Bruno che muore innocente per la sua terra.

Vedo le mie care sorelline Ida ed Edda che leggono queste ultime mie parole: le vedo così belle come le vidi l’ultima volta, col loro dolce sorriso. Forse qualche lacrima righerà il loro volto. Dà loro coraggio, tu Guido, che sei il più vecchio.

Quando finirà questa maledetta guerra che tanti lutti ha portato in tutto il mondo, se le possibilità ve lo permetteranno fate che la mia salma riposi accanto a quella della mia cara mamma.

Guido abbi cura della famiglia, questo è il mio ultimo desiderio che ti chiedo sul punto di morte. Auguri a voi tutti miei cari fratelli, un buon destino e molta felicità. Perdonatemi tutti del male che ho fatto. Vi lascio mandandovi i miei più cari baci.


Il vostro per sempre


Bruno



(Di anni 19 , meccanico tornitore , nato a Venezia il 14 aprile 1925 . Partigiano nel Battaglione “Val Meduna”, 4ª Brigata della 1ª Divisione Osoppo-Friuli .Catturato dai militi delle Brigate Nere nel gennaio 1945 a Meduno (Udine), in seguito a delazione, fu processato il 2 febbraio 1945 dal Tribunale Militare Territoriale tedesco di Udine e poi  fucilato da un plotone d’esecuzione di militi fascisti con altri ventitre partigiani alle ore 6 dell’11 febbraio 1945, contro il muro di cinta del cimitero di Udine.)



Lettera di Giancarlo Puecher Passavalli


Muoio per la mia Patria. Ho sempre fatto il mio dovere di cittadino e di soldato. Spero che il mio esempio serva ai miei fratelli e compagni. Iddio mi ha voluto… Accetto con rassegnazione il suo volere.

Non piangetemi, ma ricordatemi a coloro che mi vollero bene e mi stimarono. Viva l’Italia.  Raggiungo con cristiana rassegnazione la mia mamma che santamente mi educò e mi protesse per i vent’anni della mia vita.

L’amavo troppo la mia Patria; non la tradite, e voi tutti giovani d’Italia seguite la mia via e avrete il compenso della vostra lotta ardua nel ricostruire una nuova unità nazionale.  Perdono a coloro che mi giustiziano perché non sanno quello che fanno e non sanno che l’uccidersi tra fratelli non produrrà mai la concordia.

A te Papà l’imperituro grazie per ciò che sempre mi permettesti di fare e mi concedesti.

Gino e Gianni siano degni continuatori delle gesta eroiche della nostra famiglia e non si sgomentino di fronte alla mia perdita. I martiri convalidano la fede in una Idea. Ho sempre creduto in Dio e perciò accetto la Sua volontà. Baci a tutti.


Giancarlo



(Di anni 20 . Nacque a Milano il 23 agosto 1923 . Iscrittosi alla facoltà di Giurisprudenza dell’università di Milano, sospese gli studi per arruolarsi nell’aviazione come allievo ufficiale pilota volontario. Dopo l’armistizio si ricongiunse coi familiari, che nel frattempo erano sfollati a Lambrugo (CO) Subito dopo l’8 settembre 1943 diventò l’organizzatore ed il capo dei gruppi partigiani nella zona di Erba-Pontelambro (Como). Svolse numerose azioni, fra cui rilevante fu quella al Crotto Rosa di Erba, per il ricupero di materiale militare e di quadrupedi . Catturato da militi delle locali Brigate Nere il 12 novembre 1943 a Erba, fu rinchiuso nelle carceri di  San Donnino in Como. Processato il 21 dicembre 1943 dal Tribunale Speciale Militare di Erba, fu poi  fucilato da militi delle Brigate Nere lo stesso 21 dicembre 1943, al cimitero nuovo di Erba. Suo padre, Giorgio Puecher Passavalli, si spense nel campo di Mauthausen il 7 aprile 1945. Dopo la liberazione, alla memoria di Giancarlo Puecher è stata concessa la medaglia d’oro al valor militare con la seguente motivazione: “Patriota di elevatissime idealità, scelse con ferma coscienza dal primo istante la via del rischio e del sacrificio. Subito dopo l’armistizio attrasse, organizzò, guidò un gruppo di giovani iniziando nella zona di Lambrugo, Ponte Lambro, il movimento clandestino di liberazione ed offrendo la sua casa come luogo di convegno. Con lo esempio personale fortificò nei compagni la fede nell’azione che essi dovevano più tardi proseguire in suo nome. Presente e primo in ogni impresa gettò nella lotta tutto se stesso prodigandovi le risorse di una mente evoluta e di un forte fisico, ed associando all’audacia un particolare spirito cavalleresco. Braccato dagli sgherri fascisti, insidiata la sicurezza della sua famiglia, non desistette. Incarcerato con numerosi suoi compagni e poi col padre, d’accordo con questi rifiutò la evasione per non allontanarsi dai compagni di fede e di sventura. Condannato a morte dopo sommario processo, volle essere animatore sino all’estremo, lasciando scritti di ardente amor patrio e di incitamento alla continuazione dell’opera intrapresa. Trasportato al luogo del supplizio, chiese di conoscere il nome dei suoi esecutori per ricordarli nelle preghiere di quell’aldilà in cui fermamente credeva, e tutti i presenti abbracciò e baciò, ad ognuno lasciando in memoria un oggetto personale, pronunciando parole nobilissime di perdono e rincuorando coloro che esitavano di fronte al delitto da compiere. Cadde a vent’anni da apostolo e da soldato, sublimando nella morte la multiforme e consapevole spiritualità che aveva contraddistinto la sua azione partigiana” ( da Istituto Nazionale per la Storia  del Movimento di Liberazione in Italia)


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