Cos’è la guerra?

dragoA volte mi spavento un po’ di me stessa. Ieri, pensando a un thread in un social network  sulle nostre paure infantili, ho iniziato a scrivere un post ricordando ciò che successe in una  mia classe quattro anni fa. Durante una conversazione, un bambino di sei anni mi chiese: “Maestra, cos’è la guerra?” Gli altri bambini iniziarono a ridere e a mimare sparatorie . Ebbi l’intuizione di tacere, perché in un primo momento pensai che scherzasse ma quando insistette, rivolto verso i compagni: “Embè, che ci avete da riiide? Cos’è la guerra?”,  mi ha completamente spiazzata. Dovevo trovare le parole giuste per un bambino di sei anni, ma non volevo sporcarlo con una spiegazione del reale. Mentre i compagni provavano a rispondergli , ho cercato di ricordarmi cos’era per me la guerra quando ero piccola. In pochi flash di memoria ho visto draghi e cavalieri, streghe, magie, diavoli (grazie a quel catechismo terrorizzante di cui ci infarcivano), indiani e cowboy. La guerra dei buoni e dei cattivi, a volte necessaria, per il lieto fine della storia. Una guerra interpretata da eroi e antieroi, spesso tra incantesimi e magie.

casa

Poi c’era un’altra guerra, quella narrata dai nonni, dagli zii e dai miei genitori: la guerra dei bombardamenti, della fame, dei parenti sfollati che arrivarono via mare da Napoli a casa dei nonni , dei soldati inglesi che occuparono l’appartamento dei nonni, della catasta di cappotti  da rammendare nell’atrio del portone , della nonna e della zia che vigilavano sulle figlie alle quali i soldati regalavano sguardi e sorrisi, carne in scatola e cioccolato. Fatti che mi incuriosivano, mentre mi rattristavano quelli di papà sulla fame e sul nonno che finì in un campo di prigionia in Egitto. Ieri volevo chiedervi se ricordate più o meno a che età, da bambini e da ragazzi, avete capito cos’è la guerra. Per  quel mio alunno,  che aspettava  una mia risposta, ho trovato parole banali, che non turbano, perché essa evoca solo parole nere: morte, distruzione, dolore, fame, perdita della casa, dei cari, delle fiabe e dell’ingenuità. “La guerra riguarda i grandi, che a volte non si capiscono o vogliono per forza qualcosa e diventano prepotenti e bisticciano”  “con i fucili e le mitragliatrici…” aggiunse il combattente di classe. In verità a quel bambino non volevo rispondere e mi sono poi chiesta che risposta si danno quei bambini che davvero vivono la guerra.

Ora sto pensando a cosa dire ai miei alunni di sette  anni se lunedì faranno domande sulla strage di Parigi.

 

17 febbraio 2015- Giornata Nazionale del Gatto

Non poteva mancare su questo blog un post per gli amici felini, che ricordo ogni anno in occasione della Giornata Nazionale del Gatto. Quest’anno vi presento i due piccoli di casa, che ci hanno regalato un po’ di spensieratezza in questi mesi  in cui ho accompagnato all’inevitabile traguardo mio padre.

 

Kiki 1

 In una piovosa sera di ottobre  mi portarono a casa un trovatello, Kiki 1°; bello bello bello e tanto affettuoso. Era  il mio  “lemurino  procionello” con  due  zaffiri  negli occhi splendenti, che però  è zompato troppo presto nel mondo verde azzurro dei gatti.

Kiki 1 procione

 

 

 

 

 

Per lui ho pianto così tanto che mio marito, forse per non sentirmi più, pensò bene di consolarmi regalandomi Kiki 2° che  ci ha subito distratti da altri pensieri con la sua vivacità, mostrandosi  giocherellone, selettivo  e coccolone.

Kiki 2 piccolo

 Kiki primo piano piccolo

 

 

 

 

 

 

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Dopo qualche settimana gli ho cercato un fratellino adottivo perché sono dell’opinione che due gatti sono meglio di uno, sicuramente per loro che trovano un compagno di scorribande , per noi umani invece la coppia si rivela ben presto  una piccola associazione a delinquere. In un piovoso  sabato io e consorte siamo andati invano al canile in cerca di un gattino , più o meno della stessa età di Kiki. Dopo qualche giorno la responsabile mi ha telefonato dicendomi che le avevano portato una gatta e un micetto rosso da una colonia felina dell’entroterra. Le chiesi di tenermelo che sarei andata a prenderlo il giorno dopo. Non c’era nemmeno bisogno di vederlo, sentivo che era arrivato il mio Russulillogatto. Rosso come l’ avevo sempre desiderato, perché  di solito i gatti rossi sono un po’ speciali e anche simpaticamente  pestiferi. L’indomani , sotto una pioggia torrenziale che aveva allagato la strada per il canile e interrotto la viabilità, dopo un lungo giro tra pozzanghere , vigili e pompieri, io e consorte siamo sbarcati al canile e abbiamo adottato il “Russillo”, prontamente e ufficialmente  battezzato al cospetto del veterinario con il nome “ Russò”, che fa molto Jean Jacques, ma in effetti sta per RussulilloRussò piccolo (piccolo rosso in napoletanish). Arrivati a casa, Russò è saltato dalle mie braccia per andare incontro a Skip vero e gli ha fatto subito le fusa, cosa da non credere dato che invece a Kiki bastava intravedere il cane  da lontano per diventare più gonfio e irto di un pesce palla.

 

 Per due settimane le piccole belve in miniatura sono state separate, anche per timore di qualche malattia che colpisce i gattini,  finché è finalmente arrivato il fatidico giorno del primo incontro. Mi ero illusa che avrebbero subito familiarizzato e invece Kiki si trasformava ancora in una palla di pelo, mentre il piccolo rosso era sempre più  incuriosito e desideroso di andare incontro a quell’essereKiki principino alfa indemoniato e minacciosamente gnaolante. Se avevo temuto una difficile e lenta familiarizzazione con il cane, invece adesso dovevo preoccuparmi  della gelosia possessiva di Kiki, il principino Alfa. Fatto sta che soffia  e graffia oggi, soffia domani, dopo circa una settimana Kiki si è degnato di osservare Russulillo e sul morbido lettone di casa i due felini hanno iniziato a  conoscersi lottando.  La panterina siamese, un po’ più grande, mordeva il gattino rosso che da subito si è rivelato una lince, capace di difendersi tenacemente  cercando di mordere l’avversario sulle zampe posteriori fino a Russò piccola lincemiagolare esausto la resa. Dopo un paio di giorni di baruffe, sempre più giocose, Kiki è diventato pian piano protettivo con Russò:  oggi  gli miagola come una mamma gatta, lo cerca, lo coccola, gli cede il piatto e l’altro da buon Ruspallegro, di soprannome e di fatto, ne ha subito approfittato, diventando un prode e provocatorio combattente, anzi un  piccolo gatto guappo che avanza impettito nella sua fiera “minuscolità”,  ancheggiando  e muovendo la lunga e  pelosissima coda  di scoiattolo.

Kiki e Russò

Che dirvi se non che da quattro mesi  animano  questa casa con fusa ,corse, rincorse e  capitomboli  che fanno perdonare la semi distruzione dell’albero di Natale, i mattutini risvegli domenicali, i tentativi di  intrusioni nella lavastoviglie, nelle borse della spesa, in una qualsiasi cosa che abbia un minimo di capienza ( scarpe comprese),  l’invadenza studiata ad hoc per  impedire  a me e  consorte di leggere a letto, dopo avere preparato un morbido giaciglio zompettando  con nonchalance sul  nostro petto.

Kiki dormiente

Auguri a tutti i gatti, gattoni, gattini, amabili gattacci !

Kiki dormiente 1Russò al pc

Kiki primo piano

Russò 

Giornata mondiale per la consapevolezza dell’autismo

Dell’autismo ne ho parlato inAutismo : vivere dietro uno specchio dove ho riportato  lo scritto “Sono affetto da autismo, ecco che cosa che mi piacerebbe dirti”  di Angel Rivière, professore di psicologia evolutiva presso l’Università Autonoma di  Madrid, scomparso nel 2000 dopo aver dedicato tutta la sua vita professionale all’autismo.

Oggi come ieri penso  a un bambino di straordinaria intelligenza, che mi insegna a mettermi in gioco, a procedere a volte per intuizione e tentativi, a trovare nuove strategie, a captare il suo mondo e il suo modo di pensare e di sentire. Da grande vorrà fare il riciclaggio (dei rifiuti :) ), il bibliotecario, l’autista dei pullman (per le gite) e dei camion, il pizzettaro. Risposte che mi fanno apprezzare il mio lavoro.

Vi ripropongo Mon petit frère de la lune (Il mio fratellino dalla luna) di Frédéric Philibert , un video molto poetico come le parole dei bambini, semplici, essenziali, dolci e chiare.

“Dobbiamo essere pazienti per riuscire a catturare la luna con un filo d’oro e avvicinarla al nostro vecchio pianeta”

17 febbraio- Festa del Gatto

targa gatti

 

Il 17 febbraio è la festa  del Gatto, nata in Italia nel 1990. Quest’anno poche righe   per una delle mie piccole tigri,  che ci manca tanto. Giorgio Celli, che  ha avuto l’abilità di farci capire gli animali e le loro relazioni  con l’ambiente e  di  amalgamare   la poesia con  la scienza  della vita scrisse “Mentre il mondo dell’uomo è un mondo di razionalità e di emozioni, perché la nostra razionalità tende sempre a limitare le emozioni, nel caso degli animali il mondo è principalmente di emozioni, poi ci sono isole di razionalità”.

In questo senso Gri Gri ci ha insegnato tanto.

gri gri e fra

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Giornata internazionale contro la violenza sulle donne

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Una delle tante ragioni per cui ho iniziato a scrivere riguarda  la violenza sulle donne per raccontare, commentare, indignarmi sulle tante forme di discriminazione, abuso, maltrattamento,  intolleranza contro la donna. Alcune abiette e lontane, altre più subdole e sottili.

Il femminicidio in atto è più evidente e denunciato, e non bastano solo le parole per fermarlo e interventi legislativi e  giudiziari per reprimerlo. Occorre una cultura che promuova il rispetto dell’identità di genere,  basata sull’affettività e sul riconoscimento delle rispettive diversità, emozioni e sentimenti,  che insegni a trasporsi nell’altro, per prevenire la violenza non solo contro le donne, ma contro tutti coloro ritenuti diversi o comunque percepiti come contrapposti. La rabbia latente esplode con un’aggressività che rivela l’incapacità di gestire le proprie emozioni e riconoscere quelle altrui non solo  in fondamentali svolte di vita, ma anche  in occasione di una partita di calcio o di  un parcheggio negato. Un delirio di onnipotenza ove l’altro viene annullato, in tutti i sensi.(da “Cicatrici di guerra:il Clan delle Cicatrici” in skipblog.it)

 

Prendiamo atto che  le morti violente di tante donne non sono dovute a balordi, in preda ad alcool o droghe, ma il più delle volte a premeditazione di chi ha una mentalità che deve essere sradicata a livello socio-culturale, non solo da noi donne che stiamo acquisendo maggiore consapevolezza, ma soprattutto dagli uomini di buona volontà che non devono soltanto prendere le distanze a parole ma intervenire ogni qualvolta si imbattano in qualche farabutto che si sente più sicuro e potente opprimendo  una donna con angherie. La violenza contro le donne è una questione MA-SCHI-LE. Le donne si sono emancipate. Ora tocca a voi, Uomini di buon volontà,  sradicare quella subdola solidarietà di genere basata sul  fingere di non vedere e di non sentire nei luoghi pubblici e  di lavoro, nei condomini.

Ora, più di prima, spetta anche a chi opera nella scuola, e siamo tanti, a segnalare in modo riservato a chi di dovere (in primis al Dirigente scolastico, e alle forze dell’ordine) quando si appurino situazioni ad alto rischio di letalità.È un obbligo giuridico e morale, sicuramente scomodo, di ogni insegnante. L’omissione è perseguibile per legge. Nella scuola dell’infanzia e primaria spesso i bambini e le madri raccontano; nelle scuole secondarie di primo e secondo grado le ragazze a volte parlano:  si può aiutare chi è in difficoltà per prevenire un inferno non solo alla donna ma anche ai figli. 

 In questi anni  non mi sono sfuggite le tante, troppe,  donne  italiane  e straniere morte, il più delle volte per mano di un uomo, più di rado per suicidio perché le violenze subite le avevano uccise dentro.

A marzo dell’anno scorso   mi ha molto colpito la notizia del suicidio di Fakhra YounasFakhra Younas , autrice del libro “Il volto cancellato”: volto, braccia, petto e soprattutto identità sfigurati con l’acido dal  marito perché lei, giovane e bellissima, aveva deciso di divorziare da quell’uomo violento, possessivo e potente, condannato poi a  pochi mesi di carcere. Fakhra fu aiutata dalla suocera a fuggire con il figlio in Italia e nel 2000 trovò aiuto a Roma nell’associazione Smileagain. Si sottopose a circa  una quarantina di interventi chirurgici, ma certe ferite interne non si sono cicatrizzate e  Fakhra, simbolo della ribellione delle donne del Pakistan, dell’ India, del Bangladesh e del Nepal, non ce l’ha fatta.

Una realtà non troppo  lontana dalla nostra, visto che quest’anno qualche farabutto  italiano ha adottato questa triste prassi. Proprio oggi una ragazza italiana, Lucia Annibali,  ha ricevuto dal Presidente della Repubblica l’Onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana per il coraggio, la dignità e  la forza d’animo di reagire a un’aggressione con l’acido, commissionata da un  talebano nostrano.

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In India le donne sono insorte ma le violenze, anche contro bambine piccolissime, continuano;  la giovane Malala Yousafzai, candidata al Premio Nobel per la pace, ha captato l’attenzione del mondo intero nel rivendicare i diritti civili e in particolare allo studio per le donne della città di Mingora (Pakistan), negati da un editto dei talebani.

In Italia ormai le donne denunciano di più le violenze subite e  spesso pare che i media annuncino un bollettino di guerra. Non c’è giorno che non si senta di qualche donna, giovane e meno giovane, che non muoia per mano del marito, dell’ex , del fidanzato, del compagno, dell’amante o di un familiare. Non se ne può più. Il campionario maschile è variamente assortito, da Nord a Sud, per età ed estrazione socio culturale. Il problema non è tanto limitato, come si vuole fare credere, e la cosa che più mi preoccupa è scoprire da ciò che racconta mia figlia, poco più che ventenne, che alcuni ragazzi coetanei non vogliono che la lei di turno vada a studiare in un’altra città, che esca con le amiche quando lui si concede uscite o rimpatriate tra boys o che abbia interessi propri, e pretendono di  essere continuamente aggiornati con telefonate e sms su  ogni minimo spostamento.

Siamo nel 2013: se da ragazzina  immaginavo che in un lontano futuro saremmo diventati una sorta di androidi senza nemmeno più una diversità di genere, perché l’istinto sarebbe stato soppiantato   da menti evolutissimamente perse in altri meandri, oggi  riconosco che per fortuna è rimasta l’identità di genere, ma in quanto ad evoluzione culturale non saprei proprio a che punto siamo arrivati. 

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Anche in Italia c’è tanto da riflettere e da fare per diffondere la cultura di genere. Lo dobbiamo alle vittime di abusi e maltrattamenti ma soprattutto alle   oltre cento vittime  che “non contano”, o contano molto, ma molto meno dei loro mariti, compagni, partner, padri che le hanno uccise. Contiamole e osserviamole  una alla volta per non smarrire i loro passi e  la loro storia.  L’amore dona vita. I killer e i violenti non amano. Quelle donne hanno amato un uomo che non le meritava..
 Il Campidoglio si accenderà di rosso, e tante iniziative sono previste nelle città italiane per dire “No alla violenza contro le donne” a ricordo delle vittime  di ogni età e nazionalità. L’artista messicana Elina Chauvet, che ben conosce il femminicidio di  Ciudad Juárez, ha importato in Italia  le “Zapatos Rojos”, scarpe rosse,  per non dimenticare il cammino interrotto  delle tante donne  uccise. Formano un percorso  di  solidarietà per  quelle che in tutto il mondo  hanno subito e subiscono violenza.

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“I bambini del limbo diventeranno farfalle”: Giornata mondiale per i diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza

La sua famiglia era numerosa e G. era il quinto di otto figli.  A stento imparava a leggere e scrivere ma maneggiava molto bene il denaro, grazie a un intelligenza pratica. “A che mi serve studiare e prendere un diploma? Io imparo a rubbà: gli altri faticano, e poi  io me lo rubo.”  Il lavoro era inteso come fatica, soggezione, subordinazione, dipendenza e lui  non capiva l’altra forma di schiavitù che lo legava a una mentalità basata sulla sopraffazione, sulla legge del più forte e del taglione, sull’illecito. Abiezione, miseria, degrado e ignoranza erano principi fondanti in contesti dove aveva già imparato a sopravvivere ispirandosi, come altri,  alle regole dell’ “Osserva, taci, squaglia, schierati per avere lavoro e protezione. Impara a usare presto le armi per una guerra che prima o poi ti coinvolgerà”

 A sette anni fumava le sigarette di contrabbando, che  si vendevano sfuse per iniziare precocemente  i piccoli al vizio del fumo e qualche anno dopo all’eroina in un percorso di distruzione.Alle 8.00  di mattina, sulla banchina della stazione, i ragazzini arrivavano in piccoli gruppi, solidali nelle risa scherzose da cui trapelava l’ entusiasmo e la baldanza dell’ adolescenza, e indossavano i costumi di scena,  si truccavano  per andare a vendere un po’ di piacere. Altri tornavano dopo una nottata di lavoro, in silenzio e sfatti. A volte in coppia si trascinavano lungo i binari per raccattare quel che rimaneva nelle siringhe vuote e racimolare così una dose, annaspando come farfalle che hanno perso la polverina dalle ali.

Di pomeriggio doveva badare ad un fratellino di due anni insieme ai suoi compagni di strada. Aveva un forte senso di protezione per i più piccoli, affetto per i genitori e i fratelli , generosità e solidarietà tra simili. Talvolta  andava con gli amici a raccogliere cani randagi per ottenere in cambio qualche spicciolo. Lo pagavano per quella carne da macello che, molti anni più tardi, si scoprì che serviva all’addestramento dei cani da combattimento. Il sangue è sangue, umano o animale che sia…il cuore non esisteva, il ribrezzo e la paura erano sintomi di fragilità. La sua era stata violata da tempo. Tutto apparteneva al corso naturale delle cose in un contesto infernale. Chi non c’è mai stato, non può capire, non può sopportare la vista di case fatiscenti dove si convive con i ratti e  dove la speranza vive in  una fede popolare e superstiziosa che conforta, rassicura e dà la forza di andare avanti e sopravvivere.

 Spesso G. non andava a scuola. Un giorno, a lezioni iniziate,  vi  entrò di nascosto da una finestrella del bagno per prendere il biglietto che aveva  colorato  per la Festa della Mamma. Un regalo che poteva fare anche lui, che non ne riceveva mai, a una donna di 36 anni che ne dimostrava il doppio  negli occhi spenti, nel  fisico  fiacco e trascurato,  proprio di chi è provato da stenti e dalla fatica di barcamenarsi  per crescere tanti figli.

 

 

 “Qui per cambiare le cose i bambini andrebbero tolti alle famiglie appena nati o soffocati nella culla in tenera età.”: parole sferzanti  e ciniche di chi s’adoprava ogni giorno in un contesto ingestibile con l’amara consapevolezza che il  terzo e quarto mondo non era fuori dall’Europa, ma anche in Italia. Per lungo tempo si è finto di non vedere, di non sapere finchè la devianza giovanile non è scoppiata come emergenza sociale. “Si ammazzino tra loro, è una selezione naturale,  “civilmente” conveniente , per noi e non per loro.  Arginiamoli  e chiudiamoli nei loro ghetti sempre più deprivati dove sono radicati e che dà loro un senso di appartenenza.” Come le tradizioni popolari, le processioni e i gran pavesi  variopinti  di panni stesi tra i balconi.

In quei rioni riecheggiano canti e grida,  sfrecciano motorini , passeggiano ragazzine con occhi di donna e i bambini giocano con ciò che trovano. Lì però i sogni e la fantasia emergono ancora ascoltando fiabe narrate dalla maestra , il canto serve ad esprimere il proprio talento e libera dal male, la scuola aiuta a recuperare e a riconoscere l’identità di bambino.

 In quel contesto e  in poco tempo, con un impatto traumatico in una realtà che si pensa lontana, si impara più che in  tanti anni di formazione ed esperienza professionale pur bestemmiando contro Dio, la latitanza  e l’ indifferenza delle istituzioni, la mala sorte, e si apprezzano quei privilegi  a noi concessi da una sorte benevola. La vita porta altrove e a distanza di tanti anni resta forte il ricordo di G. , diventato adulto troppo presto. Di un bambino come lui  aveva scritto anni prima Giancarlo Siani, che non dimentico, come non dimentico certe esperienze che hanno lasciato  una sorta di imprinting dentro.

 Oggi le cose stanno cambiando e c’è molta più consapevolezza ed attenzione a riguardo delle violazioni dell’infanzia. Per altri bambini e ragazzi si può fare qualcosa nel  proprio piccolo raggio d’azione, prevenire il disagio per evitare la dispersione scolastica, far sentire una voce diversa, trasmettere  non solo conoscenze ma anche affetto, valori e modelli positivi, incanalare l’intelligenza dei ragazzi a rischio di devianza creando e sostenendo alternative di vita, e soprattutto impedire e reprimere ogni forma di sfruttamento.  È un obbligo morale  rivendicare e garantire l’infanzia che non deve essere negata  sia perché è riconosciuto  il diritto di non perderla mai, sia perché non potrà più essere recuperata.

 javier perez 1

Questo post è  per la Giornata Mondiale dei diritti dell’Infanzia e per ricordare Marcello D’Orta, maestro di scuola e di vita , autore di tanti libri  tra i quali l’indimenticabile e famoso  “Speriamo che me la cavo” che ha narrato con  intelligente ironia e affettuosa malinconia la contraddittoria napoletanità, l’emarginazione e la miseria  ma soprattutto i sogni, le speranze e l’arte di arrangiarsi i dei più piccoli in una quotidianità difficile, se non impossibile da capire e tanto più da vivere, esorcizzata dalla vitalità dei bambini. Nell’umanità degli scugnizzi e dei bambini di Arzano ho rivisto i miei primi alunni, bambini  di quartieri difficili della provincia di Napoli dove ho iniziato a lavorare e ho capito che la mia strada sarebbe stata l’insegnamento.

 graffito napoli

La mia casa è tutta sgarrupata, i soffitti sono sgarrupati, i mobili sono sgarrupati, le sedie sgarrupate, il pavimento sgarrupato, i muri sgarrupati, il bagnio sgarrupato. Però ci viviamo lo stesso, perché è casa mia, e soldi non cene stanno. Mia madre dice che il Terzo Mondo non tiene neanche  la casa sgarrupata, e perciò non ci dobbiamo lagniare: il Terzo Mondo è molto più terzo di noi!

(Da “Speriamo che me la cavo. Sessanta temi di bambini napoletani” di Marcello D’Orta)

 Quale parabola preferisci?” Svolgimento. Io, la parabola che preferisco è la fine del mondo, perché non ho paura, in quanto che sarò già morto da un secolo. Dio separerà le capre dai pastori, una a destra e una a sinistra. Al centro quelli che andranno in purgatorio, saranno più di mille migliardi!  Più dei cinesi! E Dio avrà tre porte: una grandissima, che è l’inferno; una media, che è il purgatorio; e una strettissima, che è il paradiso. Poi Dio dirà: “Fate silenzio tutti quanti!”. E poi li dividerà. A uno qua e a un altro là. Qualcuno che vuole fare il furbo vuole mettersi di qua, ma Dio lo vede e gli dice: “Uè, addò vai!”. Il mondo scoppierà, le stelle scoppieranno, il cielo scoppierà, Corzano si farà in mille pezzi, i buoni rideranno e i cattivi piangeranno. Quelli del purgatorio un po’ ridono e un po’ piangono, i bambini del limbo diventeranno farfalle. Io, speriamo che me la cavo. »

(Dal film “Speriamo che me la cavo” –regia Lina Wertmüller)

 

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Per la Sardegna

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Ci sono buchi in Sardegna che sono case di fate, morti che sono colpa di donne vampiro, fumi sacri che curano i cattivi sogni e acque segrete dove la luna specchiandosi rivela il futuro e i suoi inganni. Ci sono statue di antichi guerrieri alti come nessun sardo è stato mai, truci culti di santi che i papi si sono scordati di canonizzare, porte di pietra che si aprono su mondi ormai scomparsi, e mari di grano lontani dal mare, costellati di menhir contro i quali le promesse spose si strusciano nel segreto della notte, vegliate da madri e nonne. C’è una Sardegna come questa, o davanti ai camini si racconta che ci sia, che poi è la stessa cosa, perché in una terra dove il silenzio è ancora il dialetto piú parlato, le parole sono luoghi piú dei luoghi stessi, e generano mondi.

 (Michela Murgia da Viaggio in Sardegna)

#ForzaSardegna

Quanto mi dai?

I recenti fatti di cronaca di minorenni che svendono il loro corpo o si esibiscono via mms o in portali a luci rosse  in cambio di una ricarica, abiti griffati, droga e soldi  non sono tristi episodi ma un fenomeno sociale da non sottovalutare, che  dimostra quanto sia grande la crisi di identità in cui cadono gli adolescenti in Italia.

Se di fatto esiste un disagio giovanile sul quale riflettere, riconosco però che esiste anche disagio nel ruolo genitoriale. Alcuni genitori rifuggono il proprio ruolo educativo, altri cercano di trasmettere i cosiddetti sani principi ma si trovano a combattere contro quelli propinati da altre agenzie “educative” più accattivanti  che ostentano prototipi femminili che spesso si fanno strada nel mondo dello spettacolo, e non solo, in cambio di prestazioni che nulla hanno a che vedere con il merito, la competenza e la bravura.

Nella nostra società, grazie all’imperante consumismo, si considerano sempre più l’aspetto materiale della vita e l’esteriorità delle persone e di fatto esiste il culto dell’apparire, enfatizzato anche a  livello mediatico. Se anni fa le bambine giocavano con le bambole, compagne del loro immaginario infantile, oggi tendono ad identificarsi nelle bambole  in carne ed ossa, belle, ricche e di successo… sempre in vetrina. Modelli da emulare.

L’ambito abito griffato, che fa tendenza, è divenuto una sorta di status symbol che rassicura e viene percepito come garanzia di omologazione, di consenso sociale e di un senso di appartenenza indiretta all’Olimpo della passerella dove però tra variopinti voile, trine e nastri si snodano anche diverse interpretazioni estetiche della femminilità. L’abito di valore copre la persona, compensa la mancanza di valori e di spessore della persona (Erich Fromm parlava di avere o essere…).

Spesso l’adolescente evade, anche con alcool e droga,  e si rifugia in un mondo fantastico perché non accetta quello reale, talvolta simula precocemente quello reale per sentirsi più grande. Realtà e finzione si confondono in un gioco vero o simulato ove conta riscuotere conferme, consensi e anche soldi per potere apparire sempre più. Perché se appare, esiste.

Nella fase del no assoluto, la ragazzina trasgredisce per affermare se stessa nel graduale processo di costruzione della propria identità. Questo è il periodo più critico per l’adolescente, in balìa di se stessa e delle pulsioni emotive che non sa ancora decifrare. Talvolta non ha “paletti fissi”e trasgredisce sempre più, perché non ha interiorizzato valori o non li condivide abbastanza (i valori si acquisiscono se trasmessi con l’esempio ed input univoci ).Tutto fa spettacolo sul palcoscenico del sè egocentrico , spesso frustrato da insuccessi e timori, mancanza di punti di riferimento, solitudine e noia per cui le ragioni dell’ “usa e getti” (corpo compreso, inteso come bene di facile consumo), del “tutto e subito” divengono il mezzo di una prima affermazione sociale.

 La giovane età è però sempre un’attenuante. Responsabili sono gli adulti, che come genitori  a volte abdicano al ruolo educativo, incapaci di mettersi in gioco o più semplicemente ineducati loro stessi.  Nessuno insegna  a fare il genitore. Genitori si diventa: gradualmente si cresce e si matura con i figli avvalendosi della propria educazione, esperienza, buonsenso e umiltà di mettersi in discussione, di ascoltare e cercare di capire disancorandosi da se stessi, di chiedersi se si sbaglia o meno tra varie perplessità e responsabilità, a volte anche stanchezza. Per quanti sforzi si facciano non è detto che si riesca al meglio, perchè ogni adolescente ha una personalità propria, infatti capita che gli stessi input educativi possano produrre reazioni diverse in due o più figli.Delegare agli altri è più comodo, come il dire sì a ogni richiesta è più facile, perchè il no deve essere motivato e mantenuto. Sostenere gli adolescenti nel processo di crescita significa impegnare tutte le proprie risorse interiori  con un atto d’amore che implica non solo affetto e disponibilità ma anche  fermezza, energia, costanza e coerenza (insomma un’ardua impresa!)

  Maledettamente responsabili sono  soprattutto quegli adulti che abusano in vario modo, anche se c’è un libero consenso della minore, perché è un consenso   comunque immaturo di chi è ancora sospeso tra la fragile emotività, che ancora all’infanzia nel bisogno di dare e ricevere tenerezza,  e l’istintiva, naturale, apparentemente precoce pulsione ad affermarsi con un’identità e un ruolo ancora in divenire.

Infanzia e adolescenza non sono solo fasi della vita ma dovrebbero essere percepiti come valori di cui tutti dovrebbero farsi carico perché “Per fare crescere un bambino ci vuole un intero villaggio” (proverbio africano).

 

Artist Chris Buzelli

Nell’adolescenza … “la vita inizia a pulsare forte con tante, contrastanti emozioni che morsicano il cuore, con un carico di energia che ha bisogno di venire fuori per non implodere dentro. A quell’età l’intuizione prevale ancora  sulla logica, che sgomitola fili ingarbugliati, e  non riesce a trovare risposte opportune ai quesiti sempre più incalzanti, alle perplessità e ai timori del domani. Al cambiamento apparente  del corpo e della voce si sovrappongono l’inquietudine, il dubbio, un senso di inadeguatezza e  una  latente insicurezza  di fronte a un presente in cui bisogna ripensarsi per ripensare nuove e più confortanti certezze. Troppa confusione e nostalgia di àncore e del futuro, mai messe a fuoco in maniera nitida, chissà come  riescono a rendere   possibile il miracolo della crescita perché la miopia dell’adolescenza in fondo è il motore della vita, la spinta alla ricerca, alla scoperta di sé e del mondo” (da “La nuotatrice in skipblog.it)

Chi interrompe e fuorvia l’armoniosa e graduale costruzione di identità  dei ragazzi compie uno dei reati più odiosi e abietti, la cui gravità non è comprensibile a tutti, soprattutto a coloro che non si fanno scrupoli pur di godere o arricchirsi. Ben venga l’iniziativa del Ministero della Pubblica Istruzione di promuovere l’educazione all’affettività nelle scuole di ogni ordine e grado, perché è da lì che bisogna ripartire per fronteggiare quest’emergenza educativa, sperando di riuscire a vederne i frutti nelle prossime generazioni.

 

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In nome del padre

Con questo post partecipo alla prima edizione del Carnevale della Letteratura, ospitato da il Gloglottatore . 

La sera,velata da nubi di zucchero filato, cala lentamente con  sfumature violacee. Una a una si accendono le luci nei profili sempre più scuri  rivelando l’intimità inviolata di case e cuori. Il silenzio induce al riposo in un ritaglio finale di tempo che ammortizza gli affanni della giornata. Un cane si accuccia vicino al padrone, un gatto si raggomitola sul cuscino della sedia, un bambino si copre il viso con il lenzuolo e aspetta che qualcuno rimbocchi le coperte.

Io sono qui, custode di anime e testimone di eterna bellezza, appollaiato nelle preghiere ricorrenti, chiamato a vegliare sogni, silenzi, a volte lacrime in  quei momenti in cui si smarrisce ogni ruolo, ogni difensiva, ogni riflesso  specchiato del sè per cogliersi in un attimo di spudorata autenticità.

 

“Amore  mio , dormi, chiudi gli occhi e dormi.”

“Ho paura, resta qui. “

“Non sei solo, io sono vicina a te e , se non ci sono, c’è sempre un angelo custode vicino a ogni bambino, anche vicino a te.”

La luce degli occhi di mia madre e la dolcezza del suo sorriso sono sempre stati con me, mi hanno dato la certezza di un amore viscerale, senza riserve e aspettative. Oggi il suo viso mi appare ricamato dai segni della stanchezza e negli occhi vedo diluite le indelebili orme della solitudine. La vita a volte è ingiusta. In me ha trovato più di una ragione per guardare avanti e  investire ogni  risorsa interiore con  tutto l’amore possibile. Mamma, sarò sempre con te.

Queste luci mi danno fastidio. Che casino ho combinato, non dovevo, non dovevo per lei. Un altro dolore insopportabile, un’altra preoccupazione, come se non bastassero le altre. Mamma, perdonami…

Quegli  schiaffi mi bruciano ancora. Li hai presi per colpa mia. Lo ammazzo. A volte mi chiedo se troverò mai pace dentro. Potessi cancellarlo  da ogni poro della mia pelle, da ogni mio gene. Maledetto, grande uomo! Ha avuto l’abilità di rovinare la tua e la mia vita. Dove attecchiscono  la sua arroganza e  la sua invadenza non esiste null’altro se non il suo sé possessivo e straripante . Mi brucia ancora quel sarcasmo sferzante, inopportuno, offensivo. Non mi ha mai voluto. Non mi ha mai accettato. Non è colpa tua, mamma, ma mia. Non ce la faccio più.

 

 Un brusio continuo, a stento represso, anima la sala d’attesa. Ragazzi e  ragazze si stringono tra loro intorno agli insegnanti preoccupati . La professoressa  è ancora scossa, a stento trattiene le lacrime, in tanti anni non le è mai successo un fatto così grave. Parla animatamente con alcuni colleghi dall’aria preoccupata e accondiscendente “Ma come abbiamo  fatto a non intuire nulla?” Domande, che non troveranno mai risposta, rimbalzano di bocca in bocca per  esorcizzare la paura del peggio e lenire un po’ il senso di colpa e di impotenza degli adulti che si trovano di fronte a realtà imprevedibili, inimmaginabili, a voragini ben nascoste dalla presunta  e scontata normalità quotidiana.

Una  voce, attutita come il rumore di  un sasso  che cade sul fondale del mare, atterra pian piano nel  flusso disordinato dei miei pensieri  e di quei flash che abbagliano la memoria ,  “Ciao, come ti senti?”

Sento le sue lacrime sulla mia pelle, cadono con un ritmo sempre più veloce. Posso solo immaginarla. Non si vergogna di piangere, di incazzarsi.

“Non lo fare mai più. Passerà , passerà tutto… A scuola tanti, anche di altre classi,  mi hanno chiesto di te …”  Le sue parole inciampano in singhiozzi spontanei che  rivelano  preoccupazione mista a sincera solidarietà.

Una cascata di riccioli. Ecco, riesco  a mettere a fuoco il contorno del viso, gli occhi. Quanto sono grandi e lucidi! Le labbra, le osservo per comprendere meglio le sue parole, si ripiegano in una smorfia  imbronciata che pian piano si scioglie in un affettuoso sorriso.

Flavia, ha il sorriso di ogni donna. C’è una tacita complicità tra me e lei, mi ha sempre ascoltato , c’è sempre stata. Se penso all’amicizia, penso a lei.

“ Sto bene, sono solo stordito.” Non le confesso che mi sento  anche imbarazzato, a disagio…

“ Ci hai fatto prendere un bello spavento.”  Sento la sua mano calda sulle mie dita. Solo ora mi accorgo di avere le flebo e …non riesco a muovermi, un torpore, ecco sì i piedi non mi sento i piedi, a stento le gambe.

Cosa ho fatto!

 

Quando ero alle scuole elementari aspettavo la ricreazione per vederla. Sì, ero incuriosito da una bambola e aspettavo  quella che Lucia portava sempre per giocare con le sue compagne. Mi piaceva giocare con le bambine che, dopo  un’iniziale diffidenza, mi accolsero eleggendomi al ruolo di  papà quando giocavamo alla famiglia. Non mi piaceva fare il papà, ma era l’occasione per potere tenere in braccio quella bambola, così tenera, con le guance rosate, le labbra carnose, gli occhi spalancati su chissà quali sogni.

Il padre di famiglia. Il mio era di poche parole. Le mani nodose  squarciavano il pane, con forza, quasi con brutalità. Con gesto irruente si versava il vino nel bicchiere  e non mangiava ma divorava. Era sempre arrabbiato. Non osavo guardarlo in faccia e aspettavo il solito, il solito stizzito “mangia se vuoi diventare un uomo”. Unico latrato che interrompeva  quel silenzio asfissiante. Mamma sempre zitta, disapprovava quei modi bruschi  e  si alzava di continuo per servire o portare qualcosa in cucina. Aveva un’aria diversa dinanzi a lui,  tra la soggezione  e  la rabbia. Sì, forse rabbia repressa o insofferenza. Capivo che non lo sopportava e  che  nascondeva la sua vitalità a quell’uomo capace solo di trasmettere comandi e dominanza.

Mamma, quel  tuo sorriso dolce era solo per me, me lo regalavi di sera quando mi mettevi a dormire. A volte crollavi in un sonno profondo , mi accoglievi nell’incavo  caldo del tuo corpo e il tuo respiro, calmo e regolare, mi cullava. Quella sensazione di naturale  intimità è per me il rifugio più rassicurante della mia vita.

 Come è diversa la mia famiglia da quella della mia amica Flavia.  Mi è bastato andare solo qualche volta   a casa sua per avere l’ennesima conferma  di come  sia la  mia. Sarei andato volentieri e più spesso a casa sua, mamma però non poteva sempre accompagnarmi, perché da quando ci siamo trasferiti in città lei svolge due lavori per riuscire a provvedere a tutto. Qui non  c’è nessuno che possa aiutarla,  non  ci sono i nonni e le sue amiche, e non ha nemmeno tempo per farsene di nuove. Siamo andati via dalla nostra terra, dalle  nostre radici  quando  ha deciso di lasciarlo. Come se bastasse allontanarsi per riuscire a cancellare il passato e  un uomo  sbagliato. Mio padre. Non sarò mai, mai come lui. Ancora sento la puzza dell’alcool nel suo alito, quando mi toccava sotto perché si  vergognava di me. Mamma si è frapposta e le ha prese. Quegli schiaffi mi hanno marchiato a fuoco. Lei però non ha pianto, la pelle  del viso era livida e  tesa come quella di un tamburo, e si è riscattata in uno   sguardo  che non avevo mai visto prima: gli  occhi, stretti e taglienti, ostentavano un’ aria di sfida, una resistenza a oltranza, una fermezza che non avrei mai immaginato.

Non puoi saperlo, ma in quell’attimo ho svincolato la forza d’animo di tua madre, soffiando sul suo orgoglio ferito. Le donne hanno un’energia nascosta che può  scatenarsi  come una piena incontenibile d’acqua nel momento del bisogno, soprattutto in  difesa dei figli, la loro seconda pelle.

 “Dormi , dormi, vedrai che un giorno  andremo via, lontano. Sei il bambino più bello, angelo mio. Sei il  mio angioletto biondo.”

 Come il mio angelo immaginario, quello custode appollaiato sulla spalla, col quale parlavo da piccolo , mentre ora  parlo tra me e me. Dove sei, angelo maledetto, quando ho bisogno di urlare. Che devo fare? Tutti dicono che sono di poche parole. Sapessero quanto parlo e straparlo dentro di me. A volte ho mal di testa, mi stancano questi ragionamenti, mi opprimono questi pensieri. Troppe domande alle quali non so dare risposte, sentimenti che mi logorano. Ho provato a non deludere nessuno, a passare inosservato, a essere invisibile. Solo lui ho deluso. Non gli bastava che andassi bene a scuola, che fossi educato,  discreto. No. Non ero abbastanza robusto, gagliardo e forte . Come lui.

Colpevole, sì sono colpevole  da anni, da sempre , da quando giocavo con le bambole e non ne ho  mai potuto averne una , mia, solo mia.  Non mi ha mai concesso  il tempo di stringerla, mi ha deriso, lei era un ostaggio virtuale  nelle sue mani. Dopo poco io  sono diventato l’ ostaggio di una sua rabbia incontenibile. L’altra era la sua bambola in carne ed ossa.

Quella ragazza ha cercato di dissuaderlo, ma era un pazzo furioso. L’ha scaraventata per terra, lui  mi trascinava  mentre scalciavo, lei a un certo punto l’ha seguito remissiva. L’ha posseduta davanti a me, con pochi gesti violenti e meccanici. Ecco cosa fa un vero uomo. E io lì che non sapevo più dove guardare, mentre  lei mi sbirciava quasi vergognandosi, finchè ha chiuso gli occhi quasi per sottrarsi alla mia vista. Mi sono voltato verso la finestra. Ero terrorizzato, mi girava la testa, volevo vomitare . Ho sentito dei rumori provenire dal letto, non ho osato voltarmi, una mano mi ha tirato a sé e mi ha obbligato a girarmi. Mi spingeva verso il letto. Mi ha urlato di darmi da fare ,  le ha urlato di darsi da fare, di farmi diventare un uomo. E lei ha provato ad avvicinarsi. Io? Proprio io? Sono indietreggiato fino a raggiungere nuovamente  la finestra. Angelo, ANGELO dove sei?  Vorrei  volare via come te…nei vetri a  stento ho riconosciuto la mia immagine riflessa. Strano come la paura possa trasformare una persona.

 No, era  il male che  ti ha invecchiato di colpo, ha spento la tua innocenza.

 Mi ha chiamato per nome, mi sono voltato. Avrà una decina di anni  più di me, è bella. Ma che vuoi? La guardo sospettoso tra la paura e l’insofferenza. “Non toccarmi.” sibilo. Il suo corpo mi pare una striscia di fuoco, pericolosa, rovente, invadente.

“Fai finta , se no torna dentro.”  “Ma come puoi , cioè come riesci  a sopportare tutto questo?” “ Ci si abitua a tutto, alla fine non ci fai più caso, è come se indossassi una corazza” .E sottovoce mi ha detto cosa dovevo fare, mi ha spogliato e fatto distendere vicino a lei. Mi ha accarezzato  il profilo del viso, seguendo con le dita  il naso, il contorno delle labbra e il mento, ha  scostato con delicatezza i capelli dalla mia fronte sudata.

Mi pulsano le tempie. Mi ricorda qualcosa o qualcuno. Sì le labbra, rosse, della bambola. Il mio gioco proibito, il tabù indigesto per mio padre. Il  grande uomo. Dobbiamo essere tutti come vuole lui, a suo ordine e piacimento. A volte mi sembra febbricitante e più lo è , più mia madre sbianca e diventa piccola e, se potesse,  sparirebbe , si lascerebbe assorbire dalle pareti di casa. Come me.  Mamma  voliamo via insieme.

 

Siamo volati via, in una grande città dove è più facile smarrirsi e distrarsi. Qui puoi mimetizzarti in una  folla anonima e annullarti nell’ affascinante  bellezza dei tramonti tra le cupole che neutralizzano  ogni pensiero. I riflessi di luce nel fiume  vibrano lentamente , segnano un  pacato cammino ondeggiante   che infonde una   calma quiete.  La stessa che mi trasmette Flavia.

 Questa è la città degli angeli, quasi mortali uccelli dell’anima, solenni emblemi della purezza del dolore e del riscatto dalla vita terrena. Non è un caso che tu sia qui.

I ragazzi  però sono irruenti, caciaroni, rasati e con occhiali troppo grandi, sembrano cicale che friniscono al sole. Gridano, schiamazzano per mettersi in mostra, per attirare l’attenzione delle ragazzette. So’  sgallettati, sì sgallettati. Fingo sempre di non vederli, speriamo non mi fermino. A volte, quando ne vedo un gruppetto a metà corridoio durante la  ricreazione, torno indietro, vado di nuovo al bagno e poi aspetto il suono della campanella che segna la fine dell’intervallo per precipitarmi in classe. Durante le lezioni mi sento al sicuro e poi davanti a me c’è Flavia e dietro di me il muro. Me lo sono scelto proprio bene il posto quest’anno.

Da questa postazione strategica  posso guardare fuori la finestra. Arriva la primavera. Gli alberi intorno stanno fiorendo, i fiocchi dei pioppi volteggiano leggeri, impalpabili. La cornacchia è sempre sul ramo, mi guarda, ruota la testa. Che vuoi? Quant’è curiosa, però mi è simpatica. “Ehi sognatore” . Mi  connetto “ Di cosa stavamo parlando? Stai attento!”

Abbozzo un sorriso . Stare attenti a scuola  è quasi un piacere, in fondo. Se sapesse prof.!  Sto sempre attento a dove vado, a  vestirmi per non dare nell’occhio, a quel che dico. Meglio stare zitti, meglio non dire. Parlo solo con Flavia, di lei mi fido. Credono che abbia una cotta per lei.

Poi un giorno un cretino  ha esordito davanti a lei, per fare colpo “ ma che ce stai a  fa’ con ‘sta checca?” e sono arrossito, mi bruciava  tutta la faccia, mi veniva quasi da piangere. Mi sono sentito nudo,  nudo davanti a tutti, e  gli altri a poco a poco si sono voltati in un  silenzio irreale mentre Flavia cercava di difendermi da quelle derisioni  e gli gridava contro. Gli altri si sono avvicinati – ero lo sfigato di turno-  come se fiutassero la preda di un gioco troppo, troppo  pericoloso  e insopportabile per me.  Dio mio fa’ che non  mi leggano dentro. Lei non mi ha mai chiesto nulla e per questo l’ho sempre apprezzata. Cosa ho di diverso dagli altri, se non più sfiga, paure e incertezze.

 “Non lo fare più …” un silenzio, uno dei tanti, ma  non c’è solitudine in questo. “ Ti voglio bene”.

Le sorrido. Vorrei risponderle ma  ho un nodo in gola e non riesco ad aprire la bocca impastata  . “ Scusa mamma, non ce la faccio più. Ti prego perdonami” Solo questo sono riuscito a scrivere. Sono stanco, chiudo gli occhi. Vorrei tanto dormire, davvero .

 

 Mi ossessiona l’idea di doverlo rivedere. “La stima del padre si conquista gradualmente.” L’ho letto da qualche parte.” Il padre ti lancia in alto per farti sentire l’entusiasmo   della vita, e ti riprende con braccia forti e sicure per darti slancio verso il futuro .” Forse quello di Flavia. Il mio, possa crepare. Bestia! È una bestia anche se le bestie non vanno contro natura. Solo l’uomo è capace di tanto. Oggi gli spetta  vedermi, io non voglio, mamma non sa nulla , ma l’ultima volta che sono scappato sono stati guai con l’avvocato. Ma perché devo vedere ‘sto stronzo? Non ho nulla da dirgli, ho  paura di stare con lui.

La campanella. È ricreazione. Mi sento un peso dentro, non ce la faccio più, mi trascina giù. Le ali  sono rattrappite sotto le ascelle, voglio volare, via via via  senza affanni, senza più  ansie.  La luce, ho bisogno di aria, di luce, libero, libero, finalmente libero. 

Forza, chiudi gli occhi, chiudo gli occhi, un bel respiro. Apri la finestra, apro la finestra, fiuta l’aria. L’aria di primavera mi smuove un po’ i capelli, la sento sulla pelle.  La  mia primavera. Mi pulsano le tempie, sento il battito, i battiti, i battiti,  il cuore accelera, i battiti si rincorrono, li sento, sento il mio respiro sempre più veloce, respira forte, respiro, respiro, mi pulsano le tempie… Via, via  da un posto sbagliato, da una famiglia sbagliata, da un corpo sbagliato.

 

A volte la realtà supera ogni immaginazione, nulla è purtroppo più scandaloso della realtà. Figlio di un padre, figlio di tutti  forse non eri nel posto sbagliato. Ho cercato di attutire la tua caduta, affinchè tu possa presto  spiccare il volo verso un futuro sereno, il più in alto e lontano possibile da infondati  sensi di colpa, e  riconciliarti con te stesso e con la vita. C’è tempo per volare via con me.