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Donna:una perpetua contraddizione ma anche la più viva e completa armonia dell’universo…

Archive for the 'curiosità' Category

Bastano le fontane per giustificare un viaggio a Roma (Shelley)

Quant’è bella Roma! È un museo a cielo aperto con  la bellezza solenne e magnificente della capitale.

Roma è la città delle fontane. Sono ovunque: nei cortili interni di antichi palazzi, nei parchi, nelle strade, nelle piazze e nei piccoli larghi nascosti nella città. Incantano con piroette d’acqua e rendono eleganti i dintorni. Sono uno scrigno prezioso che custodisce arte, storia, miti e simboli.

Sono rimasta ferma, come tanti, dinanzi a quelle più famose e ho invidiato  un po’ i piccioni. Con tanti tetti e cornicioni, sui quali potevano tranquillamente dominare dall’alto, preferivano stare appollaiati sulle umide  statue delle fontane a governare il bello.

Uno dei simboli di Roma è la fontana monumentale di Trevi, che ha una lunga storia. Così come appare oggi, fu realizzata in trent’anni dal 1732  al 1762  ad opera  di  Nicola Salvi, di ispirazione berniniana, che morì prematuramente prima del suo compimento. Giuseppe  Pannini provvide quindi ad ultimare questa composizione barocca, ispirata al mare,che si trova  a ridosso  di Palazzo Poli . Al centro della fontana c’è un arco trionfale fiancheggiato da quattro colonne  corinzie, sormontate da un maestoso attico sul quale domina lo stemma di Clemente XII , menzionato nell’iscrizione . Nella balaustra  spiccano le figure allegoriche delle quattro stagioni. Nella  nicchia centrale un maestoso Oceano (di Pietro Bracci,1759-1762) si erge su un cocchio,  a forma di conchiglia, trainato da cavalli marini, uno tranquillo e l’altro irrequieto- come le acque del mare- , preceduti da tritoni. Nelle nicchie laterali compaiono la Salubrità e l’Abbondanza di Filippo della Valle , sulle quali sono situati i bassorilievi  di  “La Vergine che indica la sorgente ai soldati” e “Agrippa che approva il disegno dell’acquedotto”.


La fontana dei  Quattro Fiumi, progettata dal  geniale Gian Lorenzo  Bernini, è al centro di piazza Navona dal 1651. Sul basamento, che riproduce una scogliera intorno all’obelisco di età domiziana , si annidano  maestosi personaggi raffiguranti i quattro grandi fiumi, che rappresentano i quattro continenti conosciuti a quel tempo: il Gange,il Danubio, il Rio de la Plata e il Nilo, scolpiti da  Claude Poussin, Antonio Raggi, Francesco Baratta e Jacopo Antonio Fancelli. Dagli anfratti fuoriescono piante ed animali dei diversi continenti (cavallo, leone,delfino,drago, serpente di mare, serpente di terra e coccodrillo) che con i giochi d’acqua movimentano il suggestivo complesso scultoreo . La grazia divina, nel simbolo della colomba, irradia sui continenti.

Una leggenda allude alla rivalità tra  Bernini e Borromini, altro grande maestro del barocco. La statua del Nilo, col viso velato, e del Rio de la Plata, che alza un braccio come per ripararsi, sembrano inorridire e temere il crollo della chiesa di Sant’Agnese in Agone, situata di fronte alla fontana e progettata dal Borromini . In verità il  Nilo ha il volto coperto perché all’epoca non se ne erano ancora scoperte le sorgenti e  la  realizzazione della fontana precede di qualche anno  l’intervento del Borromini per la chiesa.


Ai lati di piazza  Navona ci sono altre due fontane.

La fontana erroneamente detta del Moro per i tratti somatici della statua centrale, in realtà è dedicata ad un tritone che  lotta con un delfino. Anche qui c’è l’onnipresenza progettuale del Bernini ma se ne attribuisce la realizzazione  a Giovanni Antonio Mari .

Sul lato opposto della piazza la fontana del Nettuno, commissionata a Giacomo della Porta nel Cinquecento fu ornata delle sculture attualmente visibili nell’Ottocento.

Nella piazzetta Mattei spicca la raffinata  fontana delle Tartarughe, realizzata da Taddeo Landini forse su progetto di Giacomo  della Porta (1581-1582),mentre le tartarughe furono aggiunte nel 1658  probabilmente da Bernini. Quattro efebi di bronzo poggiano il piede su delfini, dalla cui bocca sgorga l’acqua che si raccoglie in grandi conchiglie di marmo. Con una mano  spingono le tartarughe per farle bere dalla vasca superiore.


Accecanti gioielli di piazza, sfarzosi e imponenti,  delicati e raffinati, filigranati da lievi zampilli o da cascate invadenti, riflettono l’eterno bagliore del bello negli occhi di chi riesce ancora a sognare.


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Chapeau, Rottejomfruen!

Strana questa statua, vero? La vecchina dei topi, opera dell’ artista Marit Norheim Benthe, si trova nel parco Ibsen di Sorrento e  richiama un personaggio de“Il Piccolo Eyolf”, dramma moderno di Ibsen. E’ stata donata dalla città natale di Ibsen , Skien in Norvegia,  in onore dell’apertura del parco e riproduce la statua originale, molto più grande  e alta 7 metri,  inaugurata il 20 marzo 2006, ( nel giorno in cui ricorre la nascita dello scrittore norvegese) .


Il dramma narra del piccolo Eyolf, un bambino che diviene storpio in seguito ad una caduta causata dalla negligenza dei suoi genitori, Alfred e Rita Allmers, e che  sparisce misteriosamente nelle acque di un fiordo, forse attratto dalla vecchina dei topi. Suo padre sposa Rita, ricca di oro e foreste ma anche di sensualità e bellezza, che nutre un amore esclusivo e morbosamente possessivo per lui, “ così discreto in tutto” ed incapace di produrre, di portare a termine un trattato sull’umana responsabilità e di compiere scelte sentimentali  sentite. Asta, sorellastra di Alfred, serba in cuor suo un amore inconfessato per il fratellastro,  dal quale scopre di non essere legata da vincoli parentali, e tentenna con  Borgheim, l’ingegnere innamorato che costruisce strade.


Eyolf è il povero, piccolo, pallido, dagli occhi belli ed intelligenti Porta un nome appartenuto all’infanzia di Asta, chiamata così da Alfred,  immaginandola un maschio, che inconsapevolmente ne è attratto e la  protegge sin da quando rimasero orfani in giovane età .Il bambino è respinto da genitori che rincorrono piacere e ambizioni smarrendosi in conflittualità interiori,  respinto dai coetanei coi quali non riesce a giocare e a condividere il suo sogno di divenire soldato, respinto da un padre che per anni lo limita a vivere solo per lo studio e da una madre che ammette di desiderare l’infanticidio, uno dei tabù più indigesti alla società di ogni tempo, pur di avere il marito tutto per sé. Ma ciò che scrive suo padre( il trattato sull’umana responsabilità)  conta per Eyolf. “ Credimi, verrà qualcuno che lo farà meglio”- risponde Alfred. “ Chi dovrebbe essere?” replica  il bambino. “Verrà senz’altro e si farà conoscere” conclude lui. E compare Rottejomfruen, la vergine, leggendariamente  più nota come vecchina dei topi, che  vaga per mare e terra per scacciare- accogliere tutti i topi. Cerca qualcosa che rosicchia in casa e con piacere aiuterebbe i signori a liberarsene. Promette pace a tutti quelli che gli esseri umani odiano e perseguitano, conducendoli dolcemente nell’acqua alta. “Lugubre femmina” vede ciò che gli altri non vedono e indirettamente  fa aprire gli occhi a tutti su profondità inesplorate. Da un sacco estrae un carlino, un cagnetto- guida che la aiuta a scovare i topi, creaturine infestate e infestanti, che rodono, come dentro rodono i sensi di colpa, l’amore di Rita respinto da un coniuge che confessa di averla sposata per interesse, la gelosia di Alfred per la sorellastra Asta,l’amore inconfessato di lei per il fratello maggiore che scopre non essere tale, l’amore tenace dell’ingegnere Borgheim per la giovane  Asta . Rosicchiano dentro le  passioni morbose, il tormento di una perdita, di un fallimento, di una frustrazione, dell’inettitudine. Eyolf in questo drammone pare una comparsa in un girotondo di amori diversi ,non destinati a lui, in cui  tutti gli ruotano intorno più per dovuta compassione che per amore. È escluso dall’odio della  madre e dall’estraneità del padre, da adulti ciechi ed ostinati che se ne servono per recitare ruoli non sentiti. Lo stesso padre cela la sua inanità dietro l’intento più recente di adoprarsi per  portare coerenza fra i desideri del bambino e ciò che gli è accessibile, negandogli però la possibilità di sognare, convinto di creare così nel suo animo il sentimento della felicità. Un inetto con l’ambizione di  stratega e manipolatore della vita altrui, incapace di accettare il figlio. Eyolf scompare nelle acque del fiordo, forse incantato dalla vecchia, e non viene soccorso dai figli “selvaggi” dei pescatori. Solo, nel suo destino e nella sua scelta, lascia  traccia di sé in una gruccia sull’acqua e nella sua  sagoma galleggiante con occhi aperti che tormenta sua madre in sogno. La sua uscita di scena induce i personaggi a riflettere e finalmente ad operare scelte, interrompendo un circolo chiuso ed intricato di segreti, di egoismi, di ambiguità e di  interessi personali.


Alla fine del dramma Rita cerca di riscattarsi adoprandosi per istruire i figli dei pescatori, e suo marito, che prima pensava di defilarsi, come aveva sempre fatto da ogni responsabilità di cui non poteva scrivere, condivide questo progetto di volontariato assistenziale per bambini emarginati che “abiteranno nelle stanze di Eyolf, leggeranno i suoi libri e giocheranno con i suoi giochi, faranno a turno per sedersi sulla sua sedia al tavolo.” Solo così Rita spera di blandire quegli occhi spalancati che le rinnovano il rimorso. Asta segue il tenace costruttore di strade, colui che spiana il terreno per renderlo percorribile a tutti, creando collegamenti, comunicazione e continuità. Alfred e Rita, che si erano spaventati del figlio quando era in vita, lo ritrovano solo nel dolore della sua perdita e, dopo una vorticosa e confusa  dimensione reale, immaginata e  desiderata,  sospesi tra ciò che è  necessario e  possibile e ciò che non lo è , sembrano dare senso alla loro vita e conciliarsi con il mondo, forse infine anche con loro stessi.


“Vedrai  il silenzio della domenica scenderà di tanto in tanto su di noi….Forse allora ci accorgeremo della visita degli spiriti….allora forse saranno intorno a noi, – quelli che abbiamo perduto. Il nostro piccolo Eyolf. E anche il nostro grande Eyolf…Dobbiamo guardare in alto, verso le cime, verso le stelle. E verso il grande silenzio.”  Rita, incapace di vivere nel dormiveglia  del rimorso e del risentimento riconosce che “ Siamo creature terrene” “Sì ma anche imparentate con il mare e con il cielo, più di quanto non si creda.” aggiunge Alfred.


Un dramma esasperato, costruito da Ibsen che non svela mai del tutto . Come questa statua così particolare che suscita curiosità. In fondo questa vecchia dei topi, predatrice e  liberatrice di angosce, fecondatrice di coscienze, scruta  l’imperscrutabile con migliaia di occhi che  sono quelli indagatori e puliti dei bambini, che osservano ed intuiscono ciò che spesso gli  adulti, nelle varie dinamiche personali e relazionali, non riescono più a vedere né a distinguere.


E non a caso gli occhi variopinti, che ornano la veste di questo insolito personaggio, sono stati realizzati proprio da centinaia e centinaia di bambini che all’inaugurazione della statua di Skien  si erano travestiti da topolini.


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Area Marina Protetta Punta Campanella

La Penisola sorrentina comprende la fascia montuosa di terra e di costa nella parte sud orientale del Golfo di Napoli, ma nella  toponomastica locale si considerano  esclusivamente il versante costiero che va da Castellamare di Stabia a Punta Campanella, limitato ad est dal Monte Faito e a sud dai Monti Lattari. Le tante  baie ed insenature, i borghi marinari a ridosso degli scogli, i pendii ricoperti da uliveti argentati e  agrumeti contribuiscono a rendere spettacolare il paesaggio costiero, soprattutto se visto dal mare.


In questo ambito territoriale convenzionalmente è inclusa anche Capri, un tempo estremità della penisola, che in seguito a movimenti tellurici si è separata dalla terraferma.

Nel corso dei secoli la penisola, grazie alla sua natura calcarea , è stata interessata da un intenso fenomeno di carsismo delle acque che ha creato un paesaggio costiero e sottomarino ricco di grotte, insenature,  di particolare valenza ambientale e naturalistica.

Dal 1997 in quest’area ci sono due zone protette: la riserva marina di Punta Campanella e la baia di Ieranto, luoghi incantevoli compresi in alcuni itinerari di pesca turismo e tutelati da un Consorzio di gestione comprendente i Comuni di Massa Lubrense, Positano, Piano di Sorrento, Sant’Agnello, Sorrento e Vico Equense.


Sulla Punta Campanella  sorgeva un tempio, la cui fondazione mitica è attribuita ad Ulisse , e in età classica prese il nome Athenaion , in onore della dea Atena. In seguito i romani  vi costruirono la strada che qui giungeva da Sorrento, e in alcuni tratti è ancora visibile il lastricato in pietra. La torre – faro eretta nel 1335 e rifatta nel 1556, segnalava l’arrivo dei pirati col suono di una campana, da cui è derivato il nome della punta.. Oggi sono visibili resti di una villa romana del I- II sec d. C e la Torre Minerva di epoca vicereale (1567).

La baia di Ieranto , compresa tra Punta Campanella e Punta Penna, ,  deriva il suo nome dal greco ierax che significa falco, ed ancor oggi in questa zona nidificano diverse specie di falco, tra cui quello pellegrino. Sui costoni che la circondano c’è una vegetazione a mirti, lentischi, ginestre ed euforbie anche se la tipica macchia mediterranea degli ambienti più caldi è stata sostituita, in molte zone circostante da oliveti.


Nell’area è visibile un’ex cava, di proprietà del FAI (Fondo Ambiente Italiano, dal cui sito è tratta la foto della baia). Si raggiunge via mare o attraverso un  sentiero che da Nerano porta a punta Campanella e alla baia.

I fondali di quest’area custodiscono  in alcuni tratti banchi di Posidonia Oceanica , margherite di mare, alghe verdi, foreste di gorgonie bianche e specie stanziali quali saraghi,polpi , aragoste, cernie,occhiate, scorfani. Particolare tutela è riservata al dattero di mare, un mollusco che impiega circa 20 anni per raggiungere 5 cm di lunghezza e la sua raccolta provoca effetti devastanti sul delicato ecosistema sottomarino.

Ho avuto il piacere di incontrare due delfini che si divertivano a girare intorno alla barca. Certo che fotografarli è stata un’impresa, sia per il precario mio equilibrio e per  la mia  imperizia  fotografica  :(   ,  sia perché  non era facile seguirli mentre girovagavano sott’acqua  ricomparendo sempre da tutt’altra parte. Beh una pinna  è visibile lì al centro, nel mare delle sirene.



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Le anime pezzentelle – Cimitero delle Fontanelle

Il Miglio Sacro è un itinerario restituito alla città di Napoli che parte dalle antiche catacombe di San Gennaro e arriva alla Cappella del Tesoro di San Gennaro  attraversando tutto  il Rione Sanità, un quartiere che può riscattarsi con  la storia millenaria di  un patrimonio artistico ed archeologico  poco reclamizzato.  Questa zona si può considerare la culla del culto dei morti, celebrato e consacrato attraverso funzioni, devozioni e rituali  che fondono religione e magia. Qui sorsero la necropoli greca,  in origine fuori dalle mura della città,  le catacombe paleocristiane ed infine, in una cava di tufo, l’immenso ossario del cimitero delle Fontanelle che di recente è stato riaperto.


Tra il Seicento e il Settecento la cava fu utilizzata come cimitero per i poveri e soprattutto per le vittime della peste del 1656 che  a Napoli aveva causato circa 300000  morti e non pochi problemi di igiene  e di reperimento di spazi sufficientemente capienti per seppellirli, anche perché le catacombe avevano già accolto le vittime dell’epidemia del 1479.  Come riferisce il canonico Andrea De Jorio, verso la fine del Settecento persone abbienti chiedevano di essere sepolte nelle chiese ma, a funerali avvenuti, di notte i becchini trasportavano le salme nelle cave inutilizzate per evitare sovraffollamento nelle chiese. Dopo un allagamento della cava, che  portò in superficie le capuzzelle ( piccole teste, cioè i teschi) in uno scenario apocalittico, le ossa vi  furono ricomposte e  furono  costruiti un muro e un altare nell’antro, riconosciuto ormai come ossario della città.

In seguito all’editto napoleonico di Saint Cloud del 1804, che vietò le sepolture nelle città e nei luoghi pubblici, nell’ossario furono raccolti anche i resti umani  rinvenuti nelle terre sante delle tante chiese napoletane o durante gli scavi archeologici , come in Via Acton nei pressi del Maschio Angioino,oltre  le vittime del colera del 1836. Sono visibili decine di migliaia di  teschi e ossa lunghe ad eccezione delle due salme intatte e  vestite di Filippo Carafa, conte di Cerreto e di Maddaloni, e di sua moglie Margherita.


Alla fine dell’Ottocento padre Gaetano Barbati coordinò alcuni devoti per  riordinare le ossa in cataste e fece costruire la sobria chiesa di Maria Santissima del Carmine  nel sito delle Fontanelle.

Da allora sorse uno spontaneo e particolare culto popolare per gli ignoti defunti, che consisteva nell’adozione delle anime pezzentelle del Purgatorio, bisognose di cure e preghiere, in cambio di grazie e favori. Questo culto, ancor oggi limitatamente praticato, è una porta rituale tra il mondo dei vivi e dei morti: i morti chiedono ai vivi una preghiera  e i vivi, perlopiù donne, si rivolgono alle anime abbandonate che fanno da tramite tra la vita terrena e quella ultraterrena. Il limite tra la fede – tradizioni popolari e la superstizione è sottile, ma i devoti sentono più vicini a loro le anime pezzentelle di umili origini nelle quali ritrovano comuni miserie, sofferenze e solitudini.


L’adottante sceglieva  una capuzzella, la puliva e la lucidava, la poneva  su un fazzoletto ricamato ed infine, durante visite periodiche, le offriva lumini, fiori e preghiere “A refrische ‘e ll’anime d’o priatorio”. Poi la circondava con un rosario e la adagiava su un cuscino, ornato di pizzi e ricami . Solo dopo questo rituale  pare che l’anima purgante apparisse in sogno , richiedendo “refrisco” ( cioè preghiere e cure per essere sollevata dalla sofferenza) e svelando la sua storia personale. Se la capuzzella iniziava a sudare, significava che si stava adoprando per intercessioni a favore del devoto o per concedergli la grazia . In realtà l’alto tasso di umidità della cava ancor oggi  provoca  la formazione di gocce di condensa sui teschi, facendoli sembrare sudati. A questo punto l’animella entrava a fare parte della famiglia e  veniva custodita in un tempietto di marmo o di legno, in una teca di vetro, a volte pure in una semplice scatola metallica di biscotti , sui quali si incidevano  il nome dell’adottante  e l’anno di ricevimento della  grazia.


Se però non venivano esaudite le richieste, quali guarigioni, matrimoni,vincite al lotto, il devoto poteva rimpiazzare  la capuzzella con un’altra,  nella speranza che si rivelasse più benevola. Se il teschio non sudava, significava che l’anima pezzentella era in uno stato di sofferenza ed  impossibilitata ad elargire grazie, quindi bisognava confidare in entità celesti più potenti. Nel 1969 il cardinale di Napoli Ursi  vietò come pagana e superstiziosa questa forma di devozione, frutto della religiosità popolare.


Gli oltre 40000 resti, sistemati nei lunghi corridoi del cimitero delle Fontanelle, a volte formano macabre strutture come quella del Tribunale e della Biblioteca. Quest’ultima ricorda gli scaffali di una libreria,  formati da teschi e ossa lunghe, ben allineate e calcificate, che incorniciano l’edicola del  Sacro Cuore di Gesù. Inquietante è il Tribunale  con le sue tre croci su un Golgota di teschi, dinanzi al quale- così pare-  i camorristi  convenivano per lugubri rituali di affiliazione. Un’aria decisamente sinistra ha invece  il Monacone, la statua decapitata di San Vincenzo Ferrer.


L’anima purgante più famosa delle Fontanelle è il Capitano, probabilmente spagnolo, che ha aiutato molti devoti . Esistono varie leggende sul Capitano ma la più nota riguarda due sposi. Si narra di una giovane promessa sposa che venerava molto quest’anima pezzentella. Il suo fidanzato, ritenendo che le cure prestate ad ignote ossa fossero inutili, un  giorno accompagnò la futura consorte nell’ossario per veder da vicino il teschio. Infilò un bastone nella sua cavità orbitale e con modi provocatoriamente scherzosi lo invitò al matrimonio. Il giorno delle nozze  tra gli invitati comparve un carabiniere che nessuno conosceva . Quando lo sposo gli chiese da chi fosse stato invitato, questi rispose che proprio lui l’aveva fatto e, aprendo la divisa, si mostrò in tutta la sua nudità scheletrica  provocando la morte di crepacuore dei due sposi. La leggenda vuole che i resti degli sposi siano conservati presso la statua di Gaetano Barbati, mentre si pensa che essi siano stati dipinti sulle pareti delle catacombe di san Gaudioso. Non oso immaginare cosa sia potuto succedere nell’aldilà all’arrivo della promessa e mancata sposa che deve avere fatto una bella sfuriata sia al fantasma del Capitano che allo sprezzante fidanzato.


Altra anima pezzentella , per la quale si nutre particolare devozione, è  la sposa Lucia, morta in naufragio col suo sposo o travolta da un’onda mentre lo attendeva su una scogliera. La sua capuzzella è ornata di velo nuziale ed omaggiata di  fiori, lumini e suppliche scritte. Si trova però in via dei Tribunali, precisamente nella  chiesa delle Anime del Purgatorio ad Arco, dall’inconfondibile facciata barocca, realizzata da Cosimo Fanzago, adorna di  teschi e femori di bronzo. La Chiesa, comunemente detta d’e cape ‘e morte o d’e capuzzelle fu costruita nel 1638 ad opera di una  congregazione di nobili che dal 1604 raccoglieva  fondi per la celebrazione di messe in suffragio alle anime del Purgatorio. Qui è esposta la tela  la “Madonna delle Anime Purganti” di Massimo Stanzione (nel 1635) . Quando la chiesa fu chiusa in seguito al terremoto del 1980, molti devoti chiesero di potere accedere all’ipogeo in quanto spesso chiamati in sogno dalle anime purganti  ma  poterono riprendere le visite soltanto nel 1992.


Questo culto così particolare non solo è una sorta di misericordiosa alleanza e complice intesa tra i poveri vivi e i poveri morti per un aiuto reciproco, ma anche  un’occasione per riflettere sull’aldilà attraverso  i teschi, simboli di contemplazione dei santi nelle  opere dei grandi autori, quali Caravaggio, Jusepe de Ribera, El Greco, Van Dick, Georges de La Tour, Rembrandt.


Il culto delle anime pezzentelle approda alla consapevolezza che in fondo  “all’ àutro munno simmo tutte eguale” e “Simmo tutte cape ‘e  morte”, cioè che  “la morte è la completa uguaglianza degli ineguali”, è “una livella”  a detta di  Totò: ciò che era visibile e rilevante in vita diviene invisibile ed irrilevante nella  dimensione sospesa (“queste pagliacciate le fanno solo i vivi: noi siamo seri…apparteniamo alla morte”,  proclama l’ombra del netturbino a quella del marchese che disdegnava di essere sepolto accanto a lui) .


Napoli si legge anche  tra i vicoli , negli usi e costumi e in ciò che a prima vista non appare, come una metafora tra le righe. Visitare questi luoghi di culto popolare  consente di esplorare il mistero, ove si confondono riti sacri e profani, religione e magia. L’iniziale incredulità o scetticismo  svaniscono man mano che nel rituale delle anime pezzentelle si riconoscono un generale  bisogno di essere ascoltati per ricevere conforto e sollievo, di ascoltarsi nel raccoglimento di una preghiera, per gli altri e per se stessi, di trovare conferme di protezione nei meandri della fede o della suggestione superstiziosa. Alla sensazione di profanare l’intimità della morte subentra la pietosa accoglienza  del silenzio delle anime purganti e proprio nelle tenebre, percependo il destino dell’umanità  di sempre, si intravede una speranza di redenzione dei vivi e dei morti per scattare in avanti nella vita terrena e ultraterrena.


“Questo guazzabuglio di fede e di errore, di misticismo e di sensualità, questo culto esterno così pagano, questa idolatria, vi spaventano? Vi dolete di queste cose, degne dei selvaggi? E chi ha fatto nulla per la coscienza del popolo napoletano? Quali ammaestramenti, quali parole, quali esempi, si è pensato di dare a questa gente così espansiva, così facile a conquidere, così naturalmente entusiasta? In verità, dalla miseria profonda della sua vita reale, essa non ha avuto altro conforto che nelle illusioni della propria fantasia: e altro rifugio che in Dio.”


(Da “Il ventre di Napoli” di Matilde Serao)





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La gatta di palazzo Grazioli

 

Se i gatti romani hanno colonizzato l’area archeologica del largo di Torre Argentina, meritandosi nel 2001 il riconoscimento di “patrimonio bioculturale della città eterna”, a una gatta è dedicata la via che da Piazza del Collegio Romano porta a Via del Plebiscito e fiancheggia palazzo Grazioli, nota residenza romana del Presidente del Consiglio.

 

 

 

In un angolo del cornicione del palazzo è murata una gatta di marmo a grandezza naturale, proveniente dall’Iseo e Serapeo campense, costruito nella zona nel 43 a. C. in onore delle divinità  egizie Iside e Serapide. In seguito alla progressiva distruzione dello sfarzoso tempio egizio, molte  statue e obelischi  furono sparsi per le vie di Roma e nei musei .

 

  

 

 

 

Si narra che la statua della gatta sia stata posta a ricordo di una gatta vera che, avendo visto un bambino in pericolo sul cornicione, con un miagolio insistente e  continuo  riuscì ad attirare l’attenzione della madre che mise in salvo il piccolo.

 

Una credenza popolare invece  attribuisce  alla gatta l’indicazione di un ricco tesoro, che sarebbe nascosto in direzione del suo sguardo. 

  

 

In effetti molto più in là, nel parco di Villa Borghese, ho scoperto  “il tesoro felino” . Anzi lui ha scoperto me e mi è venuto incontro.  

 

 

 

 

 

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Nella notte dei gavettoni

L’estate ci ha destato

è meglio vederci che pensarci

“si vede dalla fisiognomica come scrivi” – dice Pia.

Stai fermo con ‘ste mani,

ma cosa fumi?

Ma cosa cerchi l’accendino, Alberto,

che non fumi più – faccio finta!

Pia è ancora disperatamente in cerca

dell’atomizzatore “Solo” con la foto di Sofia Loren.

Skip non s’arrende,

bisogna vedere cosa capisce la gente.

La “chiusione” di Gianni

“fumai baixaricò si nu vurei ch’i ve piste”.

Giacomo non si è visto,

aveva appuntamento dal fisioterapista.

Gian Marco è ancora sotto esame,

Filo si è già persa nello zafferano.

Non è solo un’illusione.

Ecco! Questo il nostro abbraccio non virtuale.


Post collettivo: Alberto, Filo, Gianni, Pia e Skip.



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“Feste di piazza… in fiore”- 48a Battaglia di Fiori

Quest’anno il tema della 48a Battaglia di Fiori di Ventimiglia era  “Feste di piazza…in fiore” ed è stato interpretato in modo originale da tutte le Compagnie . I progettisti e i maestri infioratori sono riusciti a realizzare veri e propri capolavori in  un gioco di forme coloratissime, curate nei minimi particolari, che danno l’idea del movimento e dell’equilibrio allo stesso tempo.


“Surf in Venice”,  realizzata dalla Compagnia dei Garcuneti, ha presentato una moderna Colombina che  fa surf , seguita o rincorsa da due splendidi “mamuozzi” pestiferi.



Con “Calcio in costume” – Firenze E Sgavaudure hanno fatto sfilare due  grintosi  e giganteschi personaggi impegnati in un placcaggio.

I Sciancalassi hanno fatto rivivere “ Il Palio della Quintana” di Foligno.

Superbamente realistica è la testa del cavallo.


Un gagliardo  drago  e  i variopinti ricami di aquiloni, creati da I Girasui,  hanno ricordato la  Festa degli Aquiloni di Urbino .


Cheli d’ina vota hanno rappresentato una tradizionale  festa popolare piemontese con “il Ballo delle sciabole” di Bagnasco.

I Scciancureli hanno interpretato in chiave mitologica la Sagra dell’uva- Castelli romani con  Bacco, Satiri ammalianti e vino in abbondanza.


Un mix di cavalli, asini, sbandieratori e la piazza di Ferrara, che si specchia negli occhiali di una bella bionda, è l’opera de I Sfaradui  dedicato a “Il palio più antico” – Ferrara.

“…di alfieri, pedoni e regine” –Marostica , realizzata da I Bon a ren, richiama la  Partita di Scacchi Viventi a ricordo della sfida a scacchi tra due nobili pretendenti, innamoratisi della figlia del Castellano di Marostica.


I Rebata baussi hanno realizzato “Ibla Buskers, festival di artisti di strada” – Ragusa Ibla, rievocando la manifestazione siciliana  che  raduna  acrobati, clown, sputafuoco e musicisti di tutto il mondo.

Una forma d’arte che stupisce sempre di più.  Complimenti a tutte le Compagnie !


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48 a Battaglia di Fiori a Ventimiglia






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48a Battaglia di Fiori a Ventimiglia

È tempo di battaglie …  a suon di fiori! A giugno la città di Ventimiglia è in fermento per la Battaglia di Fiori, un’importante  manifestazione che non solo fa  rivivere un’antica tradizione,  ma coinvolge un po’ tutti, abitanti e turisti, in un’atmosfera di festa  . Per le vie della città sfilano grandi carri, ricoperti di fiori e materiali vegetali fissati  con la tecnica a mosaico e dell’infioramento a tappeto raso con spillo. Sono  originali opere d’arte , curate nei più piccoli particolari sia  nella fase di progettazione che in quella di  realizzazione.

Per mesi le compagnie dei carristi costruiscono la struttura del carro e  lo scheletro dei soggetti tridimensionali e , con un paziente e frenetico lavoro nei tre giorni che precedono la manifestazione, li  rivestono fissando,uno ad uno, migliaia e migliaia  di fiori freschi in superfici talmente omogenee da sembrare dipinte.


Quest’anno la 48a edizione della Battaglia di Fiori ha come tema “ Feste di piazza…in fiore” .Si svolgerà  a partire da questa sera  con la sfilata notturna  dei carri infiorati e proseguirà   domani pomeriggio, concludendosi con  il lancio di fiori tra i  carristi e  gli spettatori e la premiazione del carro vincitore.


Segnalo il sito  della Battaglia di Fiori per curiosità  storiche e tecniche ,  informazioni e il programma  della manifestazione e degli eventi collaterali.


Nella galleria fotografica alcuni particolari dei carri dell’anno scorso sul tema “Fiori, colori e …Musica!”

Battaglia di Fiori- Ventimiglia


Sabato 19 giugno 2010 ore 21.30

Domenica 20 giugno 2010 ore 15.30





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Il secondo Skippleanno

Dopo corse, rincorseimprovvise  fughe, Skip blog compie due anni. La creaturella continua a  zompettare. A volte si arena dolcemente su opere altrui che le piacciono, altre volte  sorride sorniona o pensierosa su ciò che vive, per non strepitare più di quanto non faccia quando è gagliardamente polemica o triste.


Non saprei definire l’immensità e complessità della blogosfera, nella quale navigo più silenziosamente   rispetto a qualche tempo fa quando, incosciente,  non percepivo la risonanza che può avere questa forma di comunicazione condivisa che banalmente riesco ad immaginare solo  come un mare tanto vasto…



“L’illimitata  distesa è segnata da rotte commerciali, molto trafficate e ben  pubblicizzate, ed è costellata da terre già scoperte e civilizzate, mete  di conquista o di svago. Spesso sotto costa affiorano  scogli. Emergono o  scompaiono a seconda della marea.  Non li trovi facilmente sulle carte nautiche. Eppure esistono e vivono nello stesso mare, quasi di vita propria, non riflessa in depliant, bandiere, carta stampata.  Ogni tanto qualche re o semplice pescatore vi si reca. Forse per  curiosità, per vedere se c’è o si è sviluppata la vita e si aspettano di trovarci le forme di vita che più servono o apprezzano. Al pescatore interessa trovarci pesci e conchiglie, al re invece coralli, perle, madreperle. Risorse. E lo  scoglio resta lì in mezzo al mare. Talvolta nei suoi dintorni emergono altri scogli, magari di origine vulcanica. Lì c’è ben poco da comprare, reclamizzare, scoprire. Ci trovi la stessa vita di tanti altri scogli che, messi vicini, rendono la navigazione perigliosa, fastidiosa, non  sempre agevole. La voce del mare vi s’infrange per ripartire a sua volta, echeggiando in altra forma, non aulica, né supponente. Può sembrare fragore, l’eco lontana in una conchiglia, lo scroscio devastante di un’onda anomala o il leggero mormorio di ondine delicate. Puoi trovarci la solitudine  che serve per ritrovarsi o quella che cattura per smarrirti, l’alto e superbo volo di un gabbiano o il suo goffo zompettio terrestre, un morbido velluto di alghe o incrostazioni di salsedine. Le caratteristiche geomorfiche, comuni ai tanti e insignificanti scoglietti, suggeriscono a qualche sognatore di librarsi con fantasia e creatività, di scrutare l’orizzonte e gli abissi del mare, sconfinato  patrimonio universale. I suoi  pensieri partono per non approdare, restano sospesi, senza ancore e coordinate. Possono sembrare inutili, mediocri, superficiali, imprecisi, confusi ed incoerenti, ma sono liberamente vissuti.


Chiunque può accoglierli e nessuno possederli. È tanto vasto il mare e ci vedi ciò che vuoi vedere, ascolti ciò che vuoi ascoltare, affermare e negare, credere e rinnegare, assolvere e condannare. Ci trovi ciò che vuoi trovare.”



È tanto vasto questo mare, di cui fa parte anche Skip blog,  ma esiste soprattutto grazie a tutti voi che vi affacciate, leggete, scrivete commenti e post lasciando una pinnata più o meno visibile.


La creaturella vi ringrazia tutti ed io ancor di più.



Maria


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L’uovo di Pasqua

L’uovo è il simbolo della vita che nasce, magica,misteriosa e sacra. Secondo alcune credenze pagane il cielo e la terra erano due emisferi che formavano un unico uovo. Sin dall’antichità esso rappresentava la fertilità della natura, perciò gli Egizi regalavano uova decorate in occasione dell’equinozio di primavera, invece i Greci, i Cinesi e i Persiani donavano  uova di gallina per le feste primaverili.


Con l’avvento del Cristianesimo l’uovo  divenne il simbolo pasquale della rinascita dell’uomo e della Resurrezione di Cristo. Nel Medioevo si diffuse l’usanza di donare uova decorate, inizialmente come semplici regali per la servitù , poi  come artificiali e raffinate creazioni in oro e argento per i nobili.

Nel 1885 l’orafo russo Peter Carl Fabergé , su commissione dello zar Alessandro III di Russia, realizzò un uovo di platino contenente preziosissime sorprese per la zarina Maria Fyodorovna. Nominato gioielliere di corte,  Fabergé divenne  famoso per la sfarzosa ed originale  produzione di uova pasquali ma anche per l’idea della sorpresa interna .


Oggi permane la tradizione pasquale  di donare uova: vere ( come gallina le ha fatte :) ) oppure sode , dipinte o di cioccolata. Sono l’augurio di vita rinnovata, un dolce auspicio con  piacevoli sorprese, ma soprattutto un segno di amicizia e amore.

Auguri di  Buona Pasqua !

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