Le janare

Sin dalla notte dei tempi nei boschi più nascosti dell’Irpinia e nella Campania più segreta dell’immaginario popolare vivono creature malefiche, di cui sentivo raccontare durante la mia infanzia: streghe, janare e lupi mannari. In particolare mi incuriosivano le janare, che poi in età più tarda scoprii come perfide artefici di malocchi, malefici, filtri magici e di terrificanti sabba orgiastici  intorno a un grande noce presso il fiume Sabato nel beneventano, che trae origine dai rituali longobardi per il dio Wotan. Secondo versioni più soft della tradizione popolare a volte erano donne anziane che ben conoscevano le  proprietà terapeutiche delle erbe e sapevano trovare rimedi a sofferenze di vario genere e antidoti a occulte fatture, ma in seguito furono demonizzate e perseguitate.

Noce_di_BeneventoIntanto  c’è differenza tra streghe e janare:  la strega  è una figura letteraria già presente nelle opere di Ovidio e Plinio, il cui nome deriva da strix (strige), essere notturno alato che si nutriva del sangue dei bambini e richiamava  i demoni  femminili che svolazzavano nell’antica  mitologia mesopotamica.

Invece la janara ha origine da credenze popolari. Il suo nome deriva dal latino ianua (porta), cioè l’uscio di casa che bisognava proteggere con sale o scope per impedirle di entrare, perché non avrebbe resistito alla tentazione di contare i grani di sale o i fili della scopa di saggina, intrattenendosi fino alle prime luci del giorno che l’avrebbero messa in fuga. Secondo un’altra versione etimologica janara deriva da dianara, seguace della dea  Diana, che richiama la terribile Ecate, dea degli Inferi, e in Irpinia prima la Dea Madre e poi Iside. A lei erano devote  “donne depravate, rivolte a satana, e sviate da illusioni e seduzioni diaboliche, che credono e affermano di cavalcare la notte alcune bestie al seguito di Diana, dea dei pagani e di un’innumerevole moltitudine di donne”. Quindi da un mondo fantastico e irreale le streghe  approdarono nella tradizione, ove sconfinano leggende e  superstizioni che ne confermavano l’esistenza reale,  e così da semplici conoscitrici dei segreti delle erbe le janare diventarono creature malefiche possedute dal demonio, solitarie e sterili, che per invidia si accanivano soprattutto sui bambini, rubavano giumente per cavalcarle di notte fino a sfinirle e ne intrecciavano le criniere, facevano fatture che rendevano impotenti o facevano deperire i malcapitati, si sdraiavano sul petto di giovani dormienti impedendo di respirare o provocando improvvisi e agitati risvegli. Si ungevano di una pozione che le rendeva invisibili e, quando all’improvviso di notte si alzava il vento, si credeva che stessero volando a frotte verso il noce. Venivano catturate solo se afferrate per i lunghi capelli e garantivano protezione a chi le liberava e ai suoi discendenti.

Oggi, non a caso in periodo natalizio, vi narro un racconto irpino sulla janara.

“Chi nasce nella notte di Natale, nasce maledetto (perché non può offuscare la nascita del Figlio di Dio). Se è maschio diventa lupo mannaro, se femmina invece janara per tutta la vita. Di giorno la janara è una donna come le altre, solo più irascibile e aggressiva, ma di notte va girando per le case a fare dispetti ai bambini: capovolge le culle, rapisce i neonati e li mette sotto la cenere o li storpia…Una volta una janara bussò  alla porta della casa di una donna incinta, che stava cucinando: “Mi dai un po’ di lardo?” chiese.“Va’ a zappà” le rispose la donna, sbattendole la porta in faccia. Di conseguenza quella le scagliò contro una terribile maledizione: “Possa tu generare  un bambino che non crescerà più di un palmo!”

Dopo qualche mese, la donna  mise al mondo un neonato davvero brutto e piccolo. Con il passare del tempo il bambino non cresceva, né diventava più bello. Ogni sera la janara, volando come un uccello, entrava nella camera e lo storpiava, rendendolo sempre più brutto e deforme. La madre  non sapeva più a quale santo votarsi perché a quattro anni il bambino era ancora piccolo come quando era nato. Un giorno andò a farle visita una comare. Mentre varcava l’uscio di casa, lei vide entrare dalla finestra un uccello e s’insospettì. Corse nella camera del bambino e lo trovò in una bottiglia. Disse quindi alla mamma: “Qua c’è la magia di una janara, cha ha mali pensieri per la testa”. E le diede alcuni consigli.  A dicembre, nel giorno della festa della Madonna, la donna prese un pezzo di formaggio e lo cucì nella piega della veste. Alla vigilia di Natale, dopo la messa cantata, lasciò uscire dalla chiesa tutte le persone, finché rimase solo lei che si guardava intorno  e scorse  una donna  che cercava di nascondersi. Era la janara che subito le andò vicino e le disse: “Non dire a nessuno chi sono. Ti prometto di fare la comare (madrina) del bambino quando si cresimerà”. La janara fu di parola: cresimò il  bambino che da quel giorno  iniziò a crescere tanto che divenne  il giovane più bello e forte di tutti gli altri.” (da “Nella terra delle janare. Viaggio nell’Irpinia segreta, tra leggende, magia e misteri” di Antonio Emanuele Piedimonte)

 

Articoli correlati:

‘A Bella ‘Mbriana

Lu munaciello

Virgilio Mago e poeta

 

Il Rione Terra

 

pozzuoli_rione_terra

20170813_124025Quando si arriva a Pozzuoli è tutto uno sbrilluccichio sul mare, costellato dai profili evanescenti delle isole, abbracciate dallo sguardo fiero del castello di Baia che domina il golfo. Nel porto barche a vela, pescherecci, lance, yacht; ovunque ristoranti con  specialità a base di pesce e mitili ai piedi delle  antiche case del borgo marinaro, talvolta abbrutite all’interno da verande  e antenne paraboliche. Incamminandosi per le  stradine si giunge  in un’ampia  piazza assolata e alzando lo sguardo si scorge  il rione Terra, ora in fase di ristrutturazione, che con le sue case seicentesche  rosse e ocra sembra  un marinaio addormentato sulla prua di un gozzo arenato sulla riva. 

Qui, su un’alta  rocca di tufo, sorse l’antica Puteoli  (Pozzuoli)  ad opera di alcuni esuli di Samo che, in fuga dal tiranno Policrate, fondarono verso il 530.a.C la città detta Dicerchia. Più tardi, nel 194 a.C., divenne colonia romana e pian piano un grande centro di scambi commerciali fino alla fine dell’Impero Romano di Occidente del 476 d.C . grazie al suo porto, il primo di Roma fin quando fu costruito quello di Ostia.  Ancor oggi negli scavi archeologici di Pozzuoli  i templi, le ville, le tabernae, la necropoli, le cisterne, i cardini e i decumani, il teatro e l’anfiteatro della capienza di 40000 persone, testimoniano  lo splendore dei tempi antichi.

20170813_12193220170813_120402

Gli edifici romani rimasero fino al ‘500, quando il viceré di Napoli  Pedro Alvarez de Toledo, diede agevolazioni fiscali ai nobili e al clero se avessero costruito i propri palazzi sull’acropoli del Rione Terra. Così l’antica città romana, distrutta nelle parti alte, formò una sorta di piattaforma sulla quale sorsero i palazzi seicenteschi,  che sono stati abitati fino al marzo del 1970 quando la popolazione fu costretta a evacuare a causa di uno sciame bradisismico, oltre che per le pessime condizioni igieniche del rione.

pozzuoli_rioneterra_1

Il  terremoto del 1980 provocò ulteriori danni  trasformando  per anni il rione in  una città fantasma che dall’alto dominava Pozzuoli, disabitata in seguito ai trasferimenti della popolazione nel quartiere di Monteruscello e in altre località della provincia di Napoli e Caserta. Pozzuoli perse quindi un po’ le proprie radici. L’identità puteolana  ancorata al mare continuò a vivere grazie alle storiche famiglie di pescatori ,pur venendo sempre più soppiantata  dalla “cultura” degli stabilimenti industriali,  che poi sono stati smantellati.

20170813_124600 Da qualche anno è in corso un’intensa opera di riqualificazione del rione: gli edifici del Seicento sono stati per la maggior parte ristrutturati con la speranza  che questa città possa rivivere  come potenziale risorsa turistica  perché Pozzuoli e l’intera e suggestiva area flegrea  possono di fatto attrarre turisti interessati alle bellezze naturalistiche oltre che a quelle storico-archeologiche. Oggi è possibile visitare il rione Terra con le guide turistiche il sabato e la domenica,  perché nei giorni feriali è un cantiere ove fervono i lavori. C’è vita solo nel palazzo vescovile, abitato dal vescovo di Pozzuoli, nella cappella trecentesca di San Giacomo Apostolo e nella basilica.

 

20170813_124017Merita molto la cattedrale di san Procolo Martire, patrono di Pozzuoli, che ingloba un  tempio del II secolo d. C. dedicato a Ottaviano Augusto, costruito su uno precedente in tufo dedicato alla triade Capitolina (Giove, Giunone e Minerva). Questo fu utilizzato come chiesa cristiana senza stravolgimenti fino al 1630 quando il vescovo di Pozzuoli , monsignor Martin de Léon y Càrdenas, decise di costruire un’imponente cattedrale barocca demolendo parte del tempio, e abbellendolo con affreschi degli  artisti dell’epoca tra cui Artemisia Gentileschi e Massimo Stanzione. Dopo 50 anni di chiusura lal pubblico, ha riaperto nel 2014 grazie a  un restauro durato dieci  anni che ha fatto  coesistere il colonnato romano e l’arte rinascimentale-barocca.

 

20170813_11251320170813_12434820170813_112525

Quando si varca  il portale del Palazzo Fraja- Frangipane, il tempo si ferma e inizia un percorso archeologico  suggestivo attraverso la  Puteoli sotterranea del 194 a. C. Con l’ausilio multimediale è possibile rivivere nella città romana, scoprire il fermento del porto in età augustea e gli usi e i costumi del tempo, entrare nelle tabernae e nel  forno, calpestare l’antico decumano per esplorare la città romana nel ventre del Rione Terra del Seicento.

20170813_125106

Un rione che la natura fece evacuare a forza ma rimasto sempre caro ai suoi abitanti come la veduta paradisiaca su Nisida e Capri da una parte e capo Miseno dall’altra, i quali hanno tramandato di padre in figlio le  semplici storie del  mare, le vite degli indimenticabili personaggi del paese, le saghe familiari, le tradizioni, la povertà, la fatica, la devozione, il fatalismo  e il senso di appartenenza. Tanti , tanti puteolani oggi visitano il rione Terra per ritrovare la casa dei nonni e i luoghi dell’infanzia , descritti e narrati a voce con  gli aneddoti  di famiglia e i ricordi di altri tempi.

“Puteolani, siamo tutti puteolani. Anche se oggi viviamo a Roma…Certo che lo ricordo l’odore del rione. Era salmastro, intenso che pungeva le narici. Era odore di mare. Non saprei dirle se quello potesse essere definito proprio del Rione Terra. L’odore salmastro era naturalmente nelle narici di chi abitava qui”…… “Lo sa che abitavo qui al Rione Terra? Inizia a raccontare, guardandomi “ casa mia era a via Arco S. Janni, nei pressi della chiesa di san Liborio, dove la terrazza si ferma incantata a guardare Capo Miseno e la Darsena non si vede ancora….L’odore dei vicoli del Rione? Ricordo che dove abitavo c’era un signore che vendeva il vino, lo chiamavano Angelo ‘o cantiniere. Sotto ai suoi cellai, ci andavamo a riparare durante i bombardamenti della guerra. Ero bambino. C’era un forte odore di vino. Eravamo ubriachi quando tornavamo a casa.”

Aveva ragione Schopenhauer a dire che “il ricordo agisce come la lente convergente nella camera oscura: concentra tutto, e l’immagine che ne risulta è assai più bella dell’originale”.

Di ciò che di bello e brutto è stato, non si deve perdere memoria. Deve divenire impulso al nuovo e radice. Identità” ( da Storie dal Rione Terra  di Gemma Russo)

Articoli correlati.

Rione Sanità- le catacombe di Napoli

Le anime pezzentelle del Cimitero delle Fontanelle di Napoli

L’incostante bellezza del rione Sanità: palazzo Sanfelice e palazzo dello Spagnolo

Un pezzo di una Napoli diversa, dove l’umanesimo o diventa umanità, o muore.

 

Graffe

graffe

La graffe è un dolce napoletano, a base di farina e patate, che  deriva il nome da “krapfen” , una frittella  gonfia ripiena di crema o marmellata inventata dalla pasticciera austriaca Veronica Krapf.

 

Ingredienti.

1 kg di farina

100 g di zucchero

6 uova

100 g di burro

30 g lievito di birra

200 g patate lesse

1 pizzico di sale

latte q.b.

olio di semi

  Esecuzione.

 Pelare, lessare e passare le patate nello schiacciapatate. Disporre  zucchero e farina a fontana. Versare dentro il burro sciolto, le uova, il sale, le patate passate e infine il lievito precedentemente sciolto  nel latte. Impastare raccogliendo un po’ alla volta la farina intorno  e aggiungere latte quanto ne assorbe l’impasto che deve risultare morbido. Lasciare lievitare per almeno un’ora. Tagliare l’impasto in pezzi e con ognuno formare serpentelli da chiudere a forma di ciambella, adagiarle sulla spianatoia cosparsa di farina per evitare che si attacchino. Lasciare  lievitare ancora per mezz’ ora. In una pentola larga con i bordi alti friggere le graffe in  abbondante olio di semi  bollente e, quando sono dorate, estrarle, asciugarle su carta assorbente da cucina e infine girarle bene bene  nello zucchero. 

I susamielli

 susamielli-napoletaniUn dolce natalizio della Campania è il susamiello, il cui nome probabilmente deriva dal sesamo, i cui semi  ricoprivano i globulos degli antichi romani, palline di formaggio fritte poi immerse nel miele. Cristoforo da Messimburgo, che lavorò prima alla corte degli Estensi e poi dei Gonzaga a Mantova,  nella metà del ‘500 parla dei Sosamielli Perfettissimi preparati con un impasto di farina, zucchero, cedro candito e uova, aromatizzato con  cannella, pepe, varie spezie tipiche della cucina dei nobili, acqua di rose e un’essenza estratta dalle ghiandole del cervo, detta muschio. Dopo un secolo si trovano gli stessi ingredienti nel ricettario di napoletano Antonio Latini e nel ‘700 – ‘ 800 nel Credenziere del Buon Gusto di Vincenzo Corrado che descrisse i Sosamielli delle monache, che forse erano quelle del convento della  Sapienza, cui si devono anche le sapienze , simili ai susamielli e anch’esse dolce tipico  nel periodo natalizio. Nella loro ricetta tra gli ingredienti ci sono anche le mandorle tostate e tritate e i sosamielli di forma ovale sono ricoperti da una glassa all’arancia. In seguito Salvatore Campisi Pistoja li definisce “susamielli “ fatti con farina, miele, spezie e giulebbe d’arancia, sia a forma circolare con buco centrale che a forma di otto. Nel 1830 il cuoco Angioletti della corte parmense parla di susamielli napoletani, senza mandorle e con glassa al cioccolato. La tipica forma di S probabilmente è più recente, risale ai tre diversi susamielli: quello dei nobili preparati con farina fine, quelli degli zampognari o dei poveri con farina più grossolana, e quelli del Buon cammino, ripieni di  marmellata, che venivano offerti ai preti che facevano la questua per le case a Natale. La forma di serpente ha un significato beneaugurale.

Questa è l’ antica  ricetta tratta da “Il credenziere del Buon Gusto” di Vincenzo Corrado, 1820

Ingredienti:

640 g di miele

320 g di giulebbe

1.280 kg di farina

640 g zucchero

110 g di mandorle tostate

160 g di scorzette di arance candite

26 g di cannella in polvere

13 g di chiodi di garofano in polvere

6 g di pepe

Buccia grattugiata di mezza arancia fresca

Per la ghiaccia:

320 g di zucchero

2 arance

 In un pentolino portare a ebollizione miele e giulebbe, schiumandoli fin quando non diventano limpidi. Disporre la farina a fontana, versarvi il miele caldo, lo zucchero, le mandorle tritate, le spezie, la buccia grattugiata di arancia e le scorzette candite. Impastare bene, servendosi di spatole perché l’impasto è caldo, avvolgere in un panno e lasciare fermentare la pasta per 24 ore. Poi tagliarla a pezzi, stenderla fino allo spessore di un dito, tagliare ovali ( oggi si dà la forma di S)  , disporli su una placca da forno e lasciare cuocere  a media temperatura (180° al massimo per 20 minuti). Grattugiare la buccia delle arance, bagnarla con un po’ di succo, filtrare il tutto, unirvi i 320 g di zucchero e mescolare fino a ottenere una crema filante da spennellare sui susamielli.

Oggi esistono ricette più semplici, inoltre  non si lascia fermentare l’impasto per 24 ore e spesso  ai vari  ingredienti  si aggiunge un pizzico ammoniaca.

 

Articoli correlati:

Gli struffoli

Le zeppole di Natale alla sorrentina 

I mostaccioli

 

I mostaccioli

mostaccioliA Napoli e in Campania i dolci tipici delle  feste natalizie sono tanti: le paste reali di San Gregorio Armeno, i Divino Amore, le sapienze, gli struffoli, le zeppole, i  roccocò, i mostaccioli ,i susamielli, i raffioli. Solo a leggere questa varietà si ingrassa, ma ne vale davvero la pena . I miei preferiti sono i mostaccioli che hanno forma di rombo e sono ricoperti di cioccolato, mentre la pasta interna è a base di miele e frutta candita.

I mostaccioli hanno una lunga origine. Catone ha lasciato la ricetta dei mostacea , un impasto di mosto e farina, grasso e formaggio, speziato da anice, cumino e alloro che veniva cotto su una piastra . Un piatto dei matrimoni romani che sembra molto lontano dai nostri squisiti mostaccioli. In verità dal 200 a. C. di Catone e i primi ricettari del tardo Medioevo si sa poco grazie a notizie frammentarie e a testi arabi. Per i Romani il mosto di Catone era, insieme al miele, un dolcificante, mentre lo zucchero fu portato poi dagli arabi. Nei ricettari del Rinascimento compaiono  farina, zucchero e spezie come  ingredienti degli antenati dei  mostaccioli napoletani  che forse derivano dai pani speziati del Medioevo e dai dolci romboidali di marzapane della  Provenza. Nel 1557 Cristoforo di Messimburgo parla di biscotti preparati con  miele, farina, zafferano, cedro candito, noce moscata e cinnamono. Questi servivano come addensante di sapori per una famosa torta al gusto di cantalupo di Bartolomeo Scappi, cuoco del papa Pio V. Nella sua variante di mostaccioli venivano utilizzate le uova, mentre nel ‘600 si aggiungono mandorle tostate e tritate e proprio alla fine del secolo Antonio Latini  descrive mostaccioli con cedri canditi, mandorle, spezie e una glassa di zucchero alla cannella. Alla fine del ‘700 arriva il cioccolato e nel 1778 Vincenzo Corrado parla di una glassa di cioccolato, quindi si pensa che i mostaccioli napoletani  nascano alla fine del ‘700. Esistevano anche una variante con cannella, chiodi di garofano e noce moscata, un’ altra con cedro e mandorle. Nel 1810 Michele Somma di Nola descrive un mostacciolo fatto con farina, zucchero, mandorle e coperto di cioccolato. Nel 1977 Jeanne Carola ha variato la ricetta  riducendo le spezie e introducendo buccia d’arancia e uno strato di marmellata di albicocche creando  mostaccioli un po’ più morbidi e …squisitissimi.

Come per la maggior parte dei dolci campani esistono tante ricette e varianti, vi propongo quella di Jeanne Carola Francesconi tratta da la Cucina Napoletana.

 

Ingredienti:mostaccioli 1

per la pasta:

500g farina

400g zucchero

100 g acqua

5g spezie in polvere

un pizzico di vaniglia

raschiatura di mezza arancia

0,5 g di carbonato di ammoniaca

 Per la ghiaccia:

300 g zucchero

140g cacao

una punta di cucchiaino di bicarbonato di sodio

50g marmellata di albicocche

2 cucchiai di zucchero

½ bicchiere di acqua

Mescolare farina e zucchero, gli aromi indicati, la raschiatura di buccia di arancia e aggiungere  l’acqua e il carbonato di ammoniaca amalgamando gli ingredienti in una pasta dura. Lasciare riposare per 15 minuti. Stendere la pasta (4 mm di altezza), dividerla in strisce larghe 10 cm da ritagliare in rombi. Riutilizzare i ritagli , impastando di nuovo e formando altri rombi. Spennellare con acqua fredda, metterli su una placca oleata e lasciare cuocere a media temperatura per 7-8 minuti circa rivoltandoli. Estrarre dal forno e lasciare raffreddare. Preparare la ghiaccia al cioccolato con 50 g di cacao, velare una faccia dei mostaccioli e lasciare asciugare. Sull’altra faccia spennellare un sottile strato di marmellata di albicocche, cotta con due cucchiai di zucchero e mezzo bicchiere d’acqua  per 4-5 minuti. Aggiungere alla ghiaccia altri 40g di cacao e stenderla sullo strato di marmellata. Lasciare asciugare i mostaccioli in forno aperto riscaldato per dieci minuti. 

 

Sorprese di melanzane al cioccolato

Ho deciso di  mettere in pratica le nuove ricette di piatti e dolci scambiate con amiche di spiaggia. Infatti uno degli argomenti tipici delle conversazioni delle donne sono le curiosità e i gemellaggi gastronomici regionali, i cosiddetti cavalli di battaglia dell’arte culinaria  cui difficilmente le donne rinunciano. Se si è un po’ persa la tradizione del corredo di lenzuola e asciugamani ricamati a mano, ingombranti e costosissimi, sopravvivono ancora le tradizioni gastronomiche familiari, tramandate di madre in  figlia, arricchite di varianti originalmente innovative, di sperimentazioni interculturali e contaminazioni di cotture accelerate con il microonde e la pentola a pressione.

 Saper cucinare è una passione, un’arte che soddisfa chi vi si dedica e chi assapora. È espressione di creatività e di gusto nel miscelare odori e sapori in connubi seducenti la vista e il palato.

Mia suocera ha ereditato da sua madre questa ricetta e me l’ha regalata. I suoi dolci di melanzane al cioccolato sono rinomati in famiglia e nel vicinato.

Lei amava cucinare ed era un’ottima cuoca, sperimentava piatti nuovi ritagliando ricette dai giornali o trascrivendole quando le trasmettevano in tv. Selezionava gli ortaggi, le verdure fresche e la frutta più bella che acquistava direttamente dai contadini, coltivava piante aromatiche e usava un po’ tutte le spezie. Essiccava l’origano e i pomodori, si procurava le ‘nserte di pomodorini del Vesuvio per poterli utilizzare poi anche fuori stagione, preparava sottaceti e sottoli, marmellate, conserve di pomodoro, acciughe sotto sale e olive in salamoia. D’inverno non faceva  mai mancare in tavola dissetanti spremute d’arance, colte nel giardino di casa, perché contengono tanta vitamina C che fa bene ai ragazzi. Usava i limoni per il limoncello e per condire le insalate ed era magistralmente esperta nel riconoscere e cucinare i vari pezzi di carne e il pesce fresco.

Aveva  quello che io definisco un magico dono cioè il  sapere dosare gli ingredienti “a occhio”, perciò per  riuscire a risalire alla dose e alla proporzione degli ingredienti, qualche estate fa  mi sono cimentata con lei nella preparazione di questi dolci. Eravamo un po’ accomunate dallo stesso interesse per la cucina e dalla “golosa felicità” dello stesso uomo: suo figlio, che è il mio consorte.

 Ingredienti:

 8 melanzane (lunghe)

300g di cioccolato fondente

300g di biscotti novellini

200 g di zucchero

100-150g di cedro o arancia candita a pezzetti

40g di cacao amaro

1 cucchiaino di cannella in polvere

1 bustina di vanillina

2 uova

 Esecuzione: 

  1. Tritare finemente i biscotti.
  2. Sbattere le uova intere.
  3. Lavare, tagliare le melanzane a pezzi, lessarle in  poca acqua a fuoco lento per un’ora circa.   Mescolarle e schiacciarle  con un cucchiaio di legno fino a quando non saranno completamente scotte.
  4. Passarle nel passaverdura per ottenere una crema di melanzane senza semi.
  5. Aggiungere 200g di  cioccolato fondente spezzettato e scioglierlo nella crema di melanzane.
  6. Versare nella crema così ottenuta  i canditi, il cacao in polvere, lo zucchero, i biscotti sbriciolati, la cannella, la vanillina e infine le uova sbattute.
  7. Mescolare con delicatezza amalgamando tutti gli ingredienti.
  8. Se il composto risulta troppo liquido, aggiungere altri biscotti tritati
  9. Sciogliere i restanti 100 g di cioccolato fondente: una  parte serve a foderare la teglia, la rimanente a ricoprire i dolci.
  10. Versare parte del cioccolato sciolto nella teglia.
  11. Adagiarvi a cucchiaiate il composto dandogli la forma di medaglioni un po’ schiacciati  e coprirli con il rimanente cioccolato .
  12. Infornare a180°.
  13. Controllare la cottura: le sorprese sono pronte quando inizia ad asciugarsi il cioccolato nella teglia.
  14. Lasciare raffreddare prima a temperatura ambiente e poi in frigo.

 

Ah dimenticavo! Questo dolce non aveva un nome preciso. Mia figlia ha suggerito sorprese di melanzane al cioccolato

 

Torta caprese

È una torta molto semplice che si puó fare nella variante al limone sostituendo al cioccolato scuro quello bianco,  la buccia grattugiata di 3 limoni oppure la buccia di 2 limoni e un po’di limoncello (4 cucchiai)

 

  Ingredienti

 250 g di zucchero

 

250 g di mandorle

 

250g di cioccolato fondente

 

200 g di burro

 

5 uova

 

20 biscotti “Maria” (biscotti semplici tipo Novellini, poco dolci)

 

1 bustina di lievito per dolci

 

 Esecuzione

 1. Tritare e mescolare le mandorle spellate, i biscotti e il cioccolato fondente.

 

2.  Sbattere a parte le uova ,versarle sui precedenti ingredienti e mescolare.

 

3.  Amalgamare a parte lo zucchero e il  burro ammorbidito e aggiungere al composto.

 

4. Versare la bustina di lievito.

 

5 .Imburrare e infarinare una teglia

 

6. Infornare a 180 ° per 40 minuti circa.

 

Controllare la cottura con uno stuzzicadenti che dovrebbe risultare  asciutto una volta estratto dalla torta.

 

7. Lasciare raffreddare la torta.

 

8. Rovesciare la torta su un piatto per estrarla dalla teglia e spolverizzare con zucchero a velo.

 

Il nocillo (nocino)

nocillo-di-campaniaSin dall’antichità in Campania si producevano noci, come risulta documentato da resti carbonizzati di noce, ritrovati nella Casa di Argo ad Ercolano, e dai dipinti della Villa dei Misteri a Pompei . Esse sono un prodotto tipico di Sorrento: a tutt’oggi in molti giardini o aranceti spicca un maestoso noce, oltre a una pianta di alloro. In passato si credeva che tagliarlo portasse male, sia perchè i frutti erano considerati una  riserva alimentare preziosa per l’inverno, sia perchè l’albero assumeva un significato propiziatorio (la noce è simbolo di fecondità) o inerente l’ occulto in quanto sui suoi rami si appollaiavano le streghe.

 Ancor oggi nella penisola sorrentina è diffusa l’usanza di preparare il nocino in casa nella notte di San Giovanni (24 giugno) o a fine giugno, quando le noci sono ancora tenere, acerbe, poco legnose e quindi aromatizzano l’ alcool. Questo liquore, dal sapore intenso e corposo, può essere centellinato a fine pasto come digestivo oppure se ne può versare qualche goccia fredda anche sul gelato alla crema o alla panna.

 

 Ingredienti:

  •  1 litro di alcool

  • 13 noci verdi col mallo

  • 13 chicchi di caffè tostato

  • 13 chicchi di caffè crudo

  • un bastoncino di cannella

  • 3-4 chiodi di garofano

  • una noce moscata

Pulire bene le noci col mallo e tagliarle in quarti. Schiacciare un po’ la noce moscata , servendosi di un martello, se necessario . Mettere tutti gli ingredienti in un barattolo di vetro, con una larga apertura, e chiudere bene con un coperchio. Lasciarlo all’ aperto per 40 giorni e 40 notti, agitandolo un po’ di tanto in tanto. Si possono trovare varianti sulla conservazione del nocino. Alcuni dicono che debba macerare al buio. Per altri il nocino deve essere esposto all’ aperto per catturare i raggi del sole di giorno e il chiarore  lunare di notte, come diceva mia nonna.

Al termine dei 40 giorni filtrare più volte con garze sottili di lino finchè non ci sono più residui degli ingredienti. In alternativa al lino si può utilizzare un colino con il fondo a retina sottile, o foderato con un po’ di carta assorbente da cucina.

 

 Ingredienti per lo  sciroppo

  • mezzo litro di acqua

  • 300g di zucchero

  • buccia sottile di un limone verde

 Per addolcire e diluire il nocino, preparare lo sciroppo con mezzo litro di acqua , 300 grammi di zucchero e la buccia sottile di un limone verde. Versare gli ingredienti in un pentolino sul fuoco, mescolare per fare sciogliere lo zucchero nell’acqua e spegnere non appena inizia a bollire. Aggiungere lo sciroppo freddo al nocino. Imbottigliare e lasciar riposare per altri 40 giorni prima di gustarlo.

I folarielli

La tradizione napoletana vuole che a conclusione delle cene di Vigilia e dei pranzi di Natale e Capodanno il palato stramazzi sazio, ma  estasiato da un vario  assortimento di dolci  e sciosciole (frutta   secca ).Le più comuni noci di Sorrento, nucelle (nocciole), arachidi infornate, castagne r’u prevete (del prete) volteggiano sulle tavole con  altre prelibatezze, particolarmente gustose e ipercaloriche,cioè  datteri, fichi secchi e prugne ricoperti di  cioccolato o ripieni di noci, nocciole  o mandorle.

 Un cenno particolare meritano i cosiddetti “folarielli” o follovielli, involtini di uva passa o fichi secchi e frutta candita, che sono un prodotto tipico di Sorrento consumato soprattutto durante le feste di Natale.

 Pare che fossero noti già agli antichi romani che utilizzavano perlopiù foglie di fico, vite e platano, attualmente sostituite da quelle di limone, cedro e arancio, legate poi con fili di rafia.

 Il nome può derivare  da “folium volvere” (avvolgere la foglia) oppure da follare (pigiare ) o ancora, secondo un etimo popolare meno dotto e più incerto, da folliculus (sacchetto o guscio).

La lavorazione dell’uva è più lunga e complessa  dell’essiccazione dei fichi perchè l’uva viene  prima lavata nel vino bianco, poi essiccata, bollita  nel mosto, infine  infornata e aromatizzata con pezzetti di frutta candita, di solito arancia.

 Eccoli qui…attenzione che si ingrassa solo a guardarli   :)

La minestra maritata o pignato grasso.

La minestra maritata è un antico piatto napoletano che di solito si preparava  per il  pranzo di Natale e di Santo Stefano, ma anche di Capodanno e Pasqua. La ricetta ha subito variazioni nel tempo anche perché alcuni ingredienti sono limitatamente  reperibili o utilizzati .

Ecco cosa ho scoperto nel “Breviario della cucina napoletana” di Mario Stefanile,  un libretto che raccoglie curiosità e divagazioni letterarie  su alcuni piatti tipici di Napoli e dintorni. Già il nome è tutto un programma: un breviario, che mi ricorda brevi lezioni  sulle sacre tradizioni gastronomiche,  tramandate di generazione in generazione e distribuite, mese per mese, in occasione delle  festività e delle celebrazioni dei santi. Sì perché  a Napoli ogni occasione, sacra e profana, è buona per gustare un piatto o un dolce tipico.

 La minestra maritata “ è  stata per secoli la pietanza di gala della cucina napoletana, adesso è l’insegna di un Ordine gastronomico che tenta di rinverdirne la fama, almeno presso le generazioni più giovani, meno attente alle patrie glorie.

Venne a Napoli forse con la dominazione spagnola (una variante della “olla podrida” spagnolesca) e vi restò a trionfare almeno fino ai primi decenni del Novecento, in città e in campagna.

Fatta di cicoriette gentili, di verze, di cavoli cappucci e di altri ortaggi tipici della campagna napoletana; messa a cuocere in un brodo lento, ottenuto dalla carne da lesso, con cotenne di maiale e guance e orecchie e muso del medesimo animale e, come se non bastasse ancora, con salsicce di terza qualità, povere residue salsicce ottenute dalla lavorazione dei suini e perfino l’osso spolpatissimo di un prosciutto, tutto insieme in un grande e capace paiolo.

Eppure alla fine, fra tanti grassi un che di finissimo, di vellutato , di gentile, di decantato: e quelle verdure e quegli ortaggi e quelle carni varie tutte a fare non già, come pure si sospetterebbe, un intruglio immangiabile ma una pietanza di una sua classe robusta ma non grossolana, schietta ma non sguaiata, ricca senza tracotanza: una minestra davvero ben maritata che fu l’orgoglio delle vecchie massaie e che ancora oggi fa cimentare qualche nostalgica signora in una preparazione che richiede oltre tutto un gran mucchio di tempo, oltre che di pazienza, moneta fuori corso per le frettolose cuciniere di oggi.”

Mi reputo una frettolosa cuciniera , ggiovane così così, forse anche poco attenta alle patrie glorie, ma sicuramente non vecchia massaia , per cui non sono dedita alla preparazione di questo piatto, ma ho aiutato una zia, ben zavorrata alle antiche tradizioni, a prepararlo. Innanzitutto  lo consiglio quando si hanno tanti commensali, perché vi assicuro che alla fine si ottiene un pentolone di minestra maritata che può bastare fino a Pasqua.

 Ingredienti.

Le quantità sono a piacere. I pezzi di carne, perlopiù di maiale, sono a vostro gusto.

Io suggerisco 3 kg di verdure a foglie tra bietole, cicoria, un po’ di  verza, piccole scarole, broccoletti, torzelle ( se le trovate), un po’ di borragine o catalogna.

2 carote

2 patate

1 cipolla

1 costa di sedano

2-3 costine di maiale

uno zampino di maiale

un osso di prosciutto

un po’ di salsiccia

un pezzo di bollito o mezza gallina

sale q.b.

un peperoncino

un po’ di pecorino o parmigiano grattugiato

 Preparazione.

La minestra maritata si prepara con 6-7 tipi di verdure  a foglie (bietole, cicoria, verza, borragine o catalogna, scarulelle, torzelle o broccoletti.

Il giorno prima si prepara  un brodo con le carni elencate sopra, due carote, due patate  una cipolla e una costa di sedano. Si lascia bollire il tutto in un litro e mezzo di acqua a fuoco lento per circa due ore, si tolgono prima  la schiuma che si forma in superficie, e infine gli odori (carote, patate, cipolla e sedano), a cottura ultimata delle carni. Si sgrassa il brodo freddo, togliendo con un cucchiaio il grasso che si è addensato, si estraggono le carni che si mettono da  parte in un piatto, e si continua a filtrare il brodo.

In pentole diverse, perché è diverso il tempo di cottura, si dà un bollo a ogni verdura in acqua salata.

Si porta di nuovo a ebollizione il brodo con la carne, si regola di sale e, una volta scolate ben bene tutte le verdure, si calano nel brodo aggiungendo un peperoncino piccante.Si lascia cuocere per un quarto d’ora a  fuoco basso, per amalgamare i sapori, e si lascia riposare.

La minestra va servita  con un pezzetto di carne per ogni commensale e un po’ di parmigiano o pecorino grattugiato.

 A pensarci bene “Breviario della cucina napoletana” potrebbe anche indicare una raccolta di salmi e orazioni da recitare con devozione a Santa Pazienza, mentre si spignatta, per invocare  la buona riuscita della minestra maritata  :)