Gloria Chilanti: la Resistenza di un’adolescente.

bandiera rossa e borsa neraLa Resistenza fu “ un volontario accorrere di gente umile, fino a quel giorno inerme e pacifica, che in un’improvvisa illuminazione sentì che era giunto il momento” di combattere contro il terrore , e coinvolse uomini e donne di varia estrazione socioculturale , ma anche tanti giovani, a volte giovanissimi. Tra questi è da  ricordare Gloria Chilanti che nel suo diario “Bandiera rossa e borsa nera”, scritto tra il gennaio e il settembre del 1944, racconta la sua vita di adolescente  in una Roma in cui ebbe inizio la guerra di Liberazione dal nazifascismo con i suoi martiri ed eroi, spesso poco conosciuti.  

Gloria è figlia  di Felice Chilanti, scrittore e giornalista antifascista, confinato per due anni a Lipari, poi  dirigente del Movimento Comunista  “Bandiera Rossa” , e della coraggiosa Viviana Carraresi in Chilanti, una  delle tante donne della “Resistenza taciuta”  il cui nome di battaglia era Marisa. Con la madre Gloria vive in clandestinità, fa  propaganda e consegne, si adopera per resistere alla fame e alla miseria, aiuta e nasconde partigiani e dissidenti, cuce coccarde e bandiere, pur non potendo andare a scuola impara  “tante cose che nessun bambino sa” , vive e ha in mano tante ricchezze  grazie alla condivisione di ideali, storie e segreti tra  paure, stenti ed entusiasmi.

Questo diario, dalla narrazione asciutta e autentica,  è stato pubblicato circa 50 anni dopo su insistenza di Carla Capponi, medaglia d’oro della Resistenza italiana, perché tutti potessero leggere “questo misterioso e miracoloso  moto di popolo” (Piero Calamandrei) con lo sguardo di una bambina cresciuta  senza bambole e impegnata nella lotta partigiana, vissuta con l’incoscienza e l’impeto dei suoi tredici anni quasi come un gioco intrigante e rischioso . Gloria era convinta di non avere fatto nulla di straordinario, in base agli ideali libertari trasmessi dai genitori per lei era naturale   credere nella libertà come diritto e bene comune e quindi resistere, perciò non ha pubblicato prima la sua testimonianza.

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Dopo la liberazione  però inizia una nuova forma di resistenza, questa volta delle donne e diretta contro l’arroganza e i conflitti interni ai movimenti antifascisti. Gloria ben delinea la figura della madre Viviana che  prima aveva aiutato i perseguitati, i disertori, i partigiani, aveva favorito la diffusione della stampa clandestina e trasportato  armi  rischiando più volte  la  vita e la cattura, e  in seguito si adoperò affinché le donne che avevano avuto familiarità con i fascisti, spesso per  riuscire a sopravvivere, non venissero trucidate come spie, e con determinazione  osò opporsi a quella boria  maschile che non ha partito né  bandiere.  Come racconta Gloria nel diario: “Stamattina sono stata al Congresso a via dei Giubbonari dove hanno parlato Poce e Filiberto e tutti i capi (zona, sezione, gruppi cellula) e c’erano più di cento donne (tutte della nostra sezione e tutte le nostre capo-zona). Ad un certo punto, mentre parlava Sbardella ad un cenno di mamma tutte le compagne sono uscite dall’aula… Sbardella parlava come Mussolini con gli stessi gesti”. 

donne della resistenza

Viviana Carraresi morì a Pechino il 30 maggio del 1980 e riposa nel cimitero degli eroi rivoluzionari Ba Bao Shan. “ È stata la donna che ha costruito le nostre vite, mia e di mio padre, forzando a volte i nostri caratteri timidi e introversi. Senza di lei non avremmo avuto quel coraggio, quella forza d’animo, ottimismo per superare le traversie  che la vita ci ha messo di fronte. Donna di grande temperamento aveva rinunciato a un’agiata vita borghese per seguire mio padre  nella miseria e nella continua  incertezza del futuro: una vera combattente rivoluzionaria.” Forse la più dimenticata della famiglia  cui però il marito Felice Chilanti dedicò il bel romanzo “Lettera a Pechino”, finito di scrivere qualche giorno prima  della sua morte a Roma il 26 febbraio 1982.

 Zhu Zi Ji, grande poeta cinese la ricorda con questi versi:

“ L’ italiana Viviana, il capitano,

nella tiepida terra d’Oriente  dorme in pace.

Ha dato il suo cuore ai compagni d’arme cinesi…

Nel cuore dei compagni d’arme cinesi per sempre vivrà.

Quando i fiori delle nostre idee saranno sbocciati ovunque

ne offrirò una corona alla compagna d’arme.

Che quelli che verranno leggendo il suo nome con affetto

chiamino:  Viviana,Viviana.”

 

Buon 25 Aprile !

 

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“Ho semplicemente lottato per una causa che ho ritenuta santa: quelli che rimarranno si ricordino di me che ho combattuto per preparare la via ad una Italia libera e nuova.” (Lorenzo Viale, anni 27)

 La libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare. (Piero Calamandrei)

Le bellezze nascoste di Napoli: la chiesa di sant’Anna dei Lombardi a Monteoliveto e la sagrestia del Vasari

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Nella piazza Monteoliveto  di  Napoli si trova la chiesa di sant’ Anna dei Lombardi, interessante per la sua storia ma soprattutto perché  custodisce all’ interno un gioiello architettonico e artistico, a mio parere poco noto,  che è la sagrestia del Vasari .

In origine nel 1400 in quel sito esisteva  la  chiesetta  di santa Maria de Scutellis, confinante con i giardini “Carogioiello” o “Biancomangiare” e l’ “Ampuro” che si estendevano fin sulla collina di Sant’Elmo. Nel 1411 il nobile Gurrello Orilia al posto ella chiesetta  ne fece costruire  una più grande per la Purificazione di Maria affidandola poi  ai padri olivetani  di  Firenze.  I d’ Avalos , i Piccolomini, il re Alfonso Alcune e altre nobili famiglie  napoletane contribuirono alle spese  e fecero donazioni per la costruzione di un monastero che aveva quattro chiostri, giardini con fontane, una biblioteca  e una dependance , divenuta famosa non solo per gli affreschi  del  Vasari , ma anche per il soggiorno di  Torquato Tasso durante la stesura  del suo poema.

Verso la metà del ‘700 parte del monastero  fu destinato  prima al tribunale  misto che, in base a un trattato tra il papa e il re,  consentiva ai religiosi e ai laici di essere giudici e presidenti, poi  nel 1848 divenne sede del parlamento napoletano. Alla fine  del ‘500 i lombardi presenti a  Napoli si costruirono un’altra chiesa, crollata col terremoto del 1805 che provocò anche la distruzione di tre opere del Caravaggio, per cui ne  vendettero il suolo. Quando gli Olivetani furono allontanati, la chiesa di Monteoliveto fu data ai lombardi, perciò  prese il nome di sant’Anna dei Lombardi,  e vi nacque un’ arciconfraternita  che esiste ancor oggi ma  appartiene ai napoletani. Questa chiesa  è una testimonianza del rinascimento toscano, soprattutto dal punto di vista architettonico  per le grandi cappelle a pianta centrale che ricordano quelle fiorentine. Nel  XVII l’originario stile gotico venne meno e lo si nota soprattutto in quella che sarà la sagrestia del Vasari. La chiesa chiusa per tanti anni, poi è stata  riaperta in seguito a graduali   lavori di ristrutturazione dal 1976 al 1990, in particolare dopo i danni del terremoto del 1980 : per esempio  sono stati ristrutturati  il soffitto a cassettoni, distrutto durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale,  la splendida cappella del Vasari (lavori dal 1983 al 1985) e le  opere pittoriche  e marmoree delle cappelle rinascimentali Piccolomini, Mastrogiudice e Tolosa che ben rappresentano l’influenza  toscana nell’architettura del ‘500 a Napoli.

monumento funebre Domenico Fontana

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Alla chiesa si accede da piazza  Monteoliveto, ubicata nel centro storico tra la piazza  del Gesù nuovo e piazza Carità presso via Toledo.  Nell’atrio  spicca il monumento funebre dell’architetto Domenico Fontana del 1627, proveniente  dalla distrutta Sant’Anna dei Lombardi e pertanto ricomposto nel secondo dopoguerra.

Imponente è l’organo quattrocentesco che subì modifiche e fu decorato nel ‘700 dal napoletano Alessandro Fabbro. santa-anna-lombardi

Tra le dieci cappelle che perlopiù fiancheggiano la navata principale della chiesa  merita quella del “Compianto sul Cristo morto”  che prende il nome  da un gruppo  di sette figure di terracotta policroma  a grandezza naturale in una Deposizione del 1492, realizzata da Guido  Mazzoni, restaurate nel 1882 e di recente da Salvator Gatto.  È un gruppo di pregiata fattura  per  le espressioni realistiche dei personaggi , tra i  quali  sono ritratti Ferdinando I e  del figlio Alfonso d’Aragona  committenti dell’opera, oltre che il Sannazzaro e il Pontano.

cappella Piccolomini

 

Bella anche la cappella Piccolomini con il pavimento a mosaico e l’altare con  la Natività, due profeti e i santi Giacomo e Giovanni Evangelista (1475 circa) di Antonio Rossellino.

 

Dalla cappella del Compianto si procede per un corridoio e si giunge all’Oratorio o sagrestia,  che in origine era un refettorio degli Olivetani, affrescato poi dal Vasari nel 1545 con l’assistenza del toscano Raffaellino del Colle. Le originarie volte ogivali  gotiche furono adattate dal  Vasari, che le abbassò e ne smussò gli spigoli creando con gli affreschi effetti ottici molto particolari oltre a coprire  di stucco le volte per renderle  più luminose. Essi consistono perlopiù in iconografie allegoriche delle  Virtù.

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Nella  parete   di fondo c’è  un altare  dietro il quale  al centro  spicca un affresco di S. Carlo Borromeo di un ignoto pittore napoletano ,portato qui  dopo la soppressione dei monasteri  e fiancheggiato  da due dipinti ritraenti  l’Annunciazione, di autori ignoti anch’essi .

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Agli inizi del  ‘400 i numerosi pannelli lignei, intarsiati dall’olivetano fra Giovanni  da Verona (1506), dalle cappelle della chiesa furono poi spostate  nel refettorio che  nel 1688 l’abate Chiocca  trasformò in una sagrestia , facendo  realizzare anche statuette lignee intervallate  alle tarsie e raffiguranti i santi dell’ordine. Le tarsie lignee del frate  Giovanni da Verona ritraggono vedute di paesaggi, strumenti musicali, libri, monumenti rinascimentali di Napoli  e rendono quest’ambiente uno scrigno di raffinata e insolita  bellezza.

 

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Il limone tra storia, leggenda e limoncello .

Frederic_Leighton_-_The_Garden_of_the_HesperidesAi limoni, raggi di luce divenuti  frutti, fa capo una delle dodici fatiche di  Ercole  che uccise il drago Ladone incaricato  con  le Esperidi  di vigilare su un giardino, per custodire i pomi d’oro che Gea aveva donato a Era in occasione delle sue  nozze con Zeus. Con l’aiuto delle ninfe,  Ercole si procurò i frutti e li portò ad Euristeo. Nella cultura medio orientale, soprattutto ebraica, si  parlava perlopiù dei cedri che  crescevano in Israele quando gli  ebrei rientrarono da Babilonia nel VI sec. a. C. ;  cedri denominati meli di Persia da Teofrasto di Ereso, filosofo greco ed esperto id botanica,  nel 300 a. C .

La presenza dei limoni nel mondo romano fu confermata non solo  da Plinio il Vecchio  che lasciò notizie  sul trasporto del cedro in tante regioni ma anche  dalle piante da frutto, tra cui due limoni,  particolare albero da fruttodipinte sulle pareti della casa del frutteto di Pompei  e dalle trentotto piante di limone in vaso, trovate nella villa Oplonti di Torre Annunziata .Nel 1952 l’archeologo Maiuri concluse che il limone citrino ovale si era già acclimatato in Italia sin dal I  sec. d. C. In epoca romana  però non si distinse ancora  la differenza tra limone e cedro, cui si giunse verso il X secolo. Sicuramente gli arabi portarono i limoni durante le invasioni della Spagna e dell’Italia meridionale  tra il X e il XII secolo ma anche  i crociati, di ritorno dalle guerre sante,  importarono   le piante di limoni, ben presto coltivate nelle zone a clima caldo-temperato. In verità nella costiera sorrentina –amalfitana il limone era già presente nell’Alto  Medio Evo (V I sec. d. C.), come documentano le testimonianze dei medici salernitani che lo usavano a scopo terapeutico. Certamente  il “citrus limon massese” o “ femminiello massese” di Massa Lubrense, nota per i suoi limoni,  fu importato dall’oriente dai monaci gesuiti nel lontano XVII secolo e proprio il gesuita massese padre Vincenzo Maggio promosse la coltivazione dei limoni. A fine ‘500 Napoli e dintorni  erano ormai  “un gioioso loco” ricco di aranci, limoni  e cedri, tanto da fare esclamare più tardi a Goethe  “Conosci tu il paese dove fioriscono i limoni? Nel verde fogliame splendono arance d’oro. Un vento lieve spira dal cielo azzurro, tranquillo è il mirto, sereno è l’alloro. Lo conosci tu bene? …”

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Gran parte dell’economia sorrentina ruotò intorno all’agrumicoltura, che dall’ 800 sostituì colture non più redditizie come quella dei gelsi , anche per la sempre più massiccia importazione dall’oriente dei bozzoli destinati all’industria serica. Proprio per l’esportazione pagliarelledi arance e limoni verso il nord Europa e l’America agli inizi dell’800  si sviluppò la  cantieristica navale  e  di conseguenza  sempre più la tradizione marinara della penisola sorrentina, ancor oggi radicata.  Nel 1917 in penisola circolavano circa ottocento tra cavali, asini e muli per il trasporto di agrumi e  la commercializzazione dei limoni all’ estero  fu garantita tutto l’anno perché d’inverno erano conservati nelle grotte e le  piante venivano  protette  con le “pagliarelle”. Queste, ancora in uso,  sono stuoie di paglia appoggiate su pergolati   per formare una sorta di tetto sul limoneto ed  evitare che i limoni siano danneggiati dalle gelate.

Solo con il limone della costiera amalfitana e sorrentina aventi il marchio IGP, cioè lo sfusato di Amalfi e l’ovale di Sorrento, si produce il limoncello, liquore digestivo di fama internazionale.

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L’origine del limoncello è piuttosto controversa e contesa tra Capri, Sorrento e Amalfi.  Se per i capresi l’imprenditore  Massimo Canale fu il primo a registrare il marchio “Limoncello” negli anni ’80, per   gli amalfitani  le origini del limoncello si fanno risalire a epoche remote,  addirittura  al tempo delle invasioni saracene quando i pescatori lo bevevano per combattere il freddo. Probabilmente invece fu  prodotto in un monastero, come tanti dolci e prelibatezza campane, anche se i sorrentini sostengono  che sin dall’inizio del ‘900 le nobili famiglie del luogo lo offrivano agli ospiti illustri, secondo una ricetta tradizionale.

Per Achille Bonito Oliva  il limoncello è il liquore bambino.

“Liquore di antica famiglia, il limoncino, casa e chiesa, silenzioso e senza malizia di sapore, è per gli adulti senza essere vietato ai bambini. Ha il colore paziente del convitto, senza oggetto o decisione di fondo, ma con sapore continuo alla gola. Fatto per lo sguardo e malinconica distrazione, non permette e non trattiene ricordi. Liquore di passaggio, il limoncino. Un giallo che rimanda all’azzurro. Non ama essere versato ma preservato in ampolle sicure e personali. Il diminutivo limoncino dichiara un liquore infantile anzi bambino, che nasce limone e desidera diventare limoncino, sicuramente in vitro, così trasparente e guarda dalla bottiglia in girotondo…”

 

Esistono molte varianti della ricetta sia per le diverse percentuali di zucchero e alcool, sia  per il procedimento.

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Ricetta del limoncello

Ingredienti:

10 limoni non verdi

1 lt di alcool per liquori

750g di zucchero

 

Procedimento:

Sbucciare i limoni senza intaccare il mesocarpo o albèdo (la parte interna  bianca del limone), mettere le bucce in infusione nell’ alcool in un recipiente di vetro chiuso e  in un luogo fresco e buio per 9 giorni. Quando è concluso il periodo di macerazione, preparare il giulebbe versando  750 g di zucchero in un litro d’acqua, mescolando e lasciando bollire per 5 minuti circa finché lo zucchero non si sia sciolto. Quando lo sciroppo si è raffreddato, aggiungervi l’alcool con le bucce, girare e infine  filtrare con una garza e imbottigliare. Il limoncello è un ottimo digestivo da servire preferibilmente in bicchierini gelati, oppure lo si può conservare  nel congelatore  in quanto zucchero e alcool gli impediscono di congelare.

 

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Il nocillo (nocino)

Il MADRE di Napoli : tra i labirinti dell’arte contemporanea.

 

20151206_134826Nel centro storico di Napoli, in via Settembrini, a poca distanza dal Duomo con l’annessa mostra del tesoro di San Gennaro (da non perdere), e dal Museo Archeologico che ospita tantissimi reperti dell’arte greco-romana, esiste e resiste il MADRE, cioè il museo d’arte contemporanea, nato nel  2005 nel palazzo Donna Regina  e trasformato in sede museale dall’architetto portoghese Alvaro Siza. Per quattro anni il museo, diretto da Eduardo Cicelyn e Mauro Codognato, ha ospitato interessanti mostre e retrospettive.  Nel 2010 però, in seguito alle elezioni regionali con l’ avvicendamento dalla giunta guidata da Antonio Bassolino (PD) a quella  di Stefano Caldoro  (PDL), si è verificato un lento matricidio causato  dall’esaurimento dei  fondi disponibili e dai tagli alla cultura museale.

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Nel 2011 il Consiglio di Amministrazione del museo si dimise. Il MADRE murò ben  sedici interno MADREstanze ormai vuote,  perché tanti artisti ritirarono  le loro opere,  e le sei opere rimaste furono  esposte nelle rimanenti  tre.  Una desolazione  perché proprio il  Museo d’arte contemporanea aveva fatto confluire a  Napoli architetti e artisti di fama mondiale, che in seguito  hanno contribuito alla realizzazione della metropolitana, divenuta ormai una meta turistica ( qui i post sulle stazioni dell’arte ).

Dopo numerosi  appelli per non perdere questa risorsa culturale, con un nuovo consiglio di amministrazione della Fondazione del MADRE, presieduto da  Pierpaolo Forte, e il  direttore Andrea Viliani in carica dal gennaio 2013, il museo sta rinascendo.  

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logo del MADRE“MADRE è l’acronimo di Museo d’Arte contemporanea  DonnaREgina, “un nome ancestrale, pieno di echi atavici e mediterranei, che parla di fecondità, nutrimento e potenza creatrice, attributi dell’arte di tutti i tempi.” Lo stesso logo del museo è un quadro in cui manca una porzione di lato perché aperto all’esterno e alle sue contaminazioni. Infatti questo museo d’eccellenza a livello mondiale ha attirato centinaia di artisti, italiani e stranieri, per aprire l’arte contemporanea  al pubblico di massa, ha rappresentato l’innovazione, un nuovo fermento culturale, la fantasia creativa che si rigenera nel panorama artistico internazionale, pur ancorando l’identità del museo al suo territorio.

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Museo d’Arte contemporanea  DonnaREgina ,

via Settembrini 79- Napoli

Segnalo la mostra di Daniel Buren “Come un gioco di bambini”

allestita fino al 04-07-2016

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La curiosità uccise il gatto, ma la soddisfazione lo riportò in vita.

anna lea merritt,eveAvete mai pensato che  i nostri progenitori furono due curiosi, cioè Adamo ed Eva? A essere precisi la quintessenza della curiosità fu Eva, che non solo causò la perdita dell’Eden ma compì anche “il primo grande passo verso la scienza sperimentale” (James Bridie). In compenso dalla disobbedienza della nostra prima antenata, che trascinò sulla via della perdizione l’ingenuo Adamo, discese il genere umano. Vi par poco? Per cui a buon diritto si suol dire che la curiosità è donna, in verità  è “spesso anche  avanguardia del desiderio” (Nino Salvaneschi), come per la scimmia e il gatto.

 

Non è facile circoscrivere in poche parole la curiosità.

“La curiosità evoca la cura, l’attenzione che si presta a quello che esiste o potrebbe esistere; un senso acuto del reale, che però non si immobilizza mai di fronte a esso; una prontezza a giudicare strano e singolare quello che ci circonda; un certo accanimento a disfarsi di ciò che è familiare e a guardare le stesse cose diversamente; un ardore di cogliere quello che accade e quello che passa; una disinvoltura nei confronti delle gerarchie tradizionali tra ciò che è importante e ciò che è essenziale”  (Michel Foucault).

È la caratteristica di un intelletto attivo ma inquieto, forse inquietante, che spinge a conoscere, a cogliere l’ignoto che sfugge; “è essenziale alla fotografia, ma la sua spaventosa controparte è l’indiscrezione, che è una mancanza di pudore” (Henri Cartier- Bresson), per  riuscire ad affacciarsi nelle vite, nel privato, negli sguardi ignari degli altri. Eppure è un motore propulsore, una passione, una forma di libertà, tant’è che   “Si dovrebbe vivere se non altro per soddisfare la propria curiosità “(Dylan Dog) perché “colui che non è più capace di provare né stupore né sorpresa è per così dire morto: i suoi occhi sono spenti” (Albert Einstein). Non a caso Ezra Pound esortava i giovani a essere curiosi e Stephen Hawking a guardare il firmamento: “Guardate le stelle e non i vostri piedi. Provate a dare un senso a ciò che vedete, e a chiedervi perché l’universo esiste.” In fondo in ogni epoca una  schiera di uomini particolarmente attenti si è interrogata  di fronte ai misteri della vita, della natura, dell’eternità e se  “In milioni hanno visto la mela cadere, solo Newton è stato quello che si è chiesto perché.” (Bernard Baruch). Ancor oggi anche i più semplici e comuni mortali, senza grandi ambizioni, continuano a interrogarsi sul “chi, cosa, dove, come, quando e perché”, in quanto la scintilla della curiosità s’accende all’ improvviso: a volte per paura o convenienza viene spenta, ma il più delle volte alimenta “la mente (che) non è un vaso da riempire, ma un fuoco da accendere.” (Plutarco).  In verità però non per tutti “Il sole splende e riscalda e ci illumina e non abbiamo curiosità di sapere perché è così; e invece ci chiediamo la ragione di ogni male, del dolore e della fame, e delle zanzare e delle persone stupide.” (Ralph Waldo Emerson)

Chissà perché proprio gli stupidi incuriosiscono morbosamente, soprattutto quelli che credono di esserne molto distanti, ignari che  prima o poi la stupidità coglie tutti, in modo diverso e più o meno evidente.

La curiosità è apertura, a volte invadente e sfrontata, a volte subdola e furtiva, comunque Pandora_-_John_William_Waterhousebisogna ammettere che è una buona cura per la noia, purtroppo però non  ci sono cure per la curiosità che può essere sia  beneficio, sia vanità e rovinosa dannazione perché “…è stata data agli uomini come una punizione.” (Michel de Montaigne), sempre per colpa della mater matronissima Eva, ma del resto “ Non c’è nulla di più bello d’una chiave, finché non si sa che cosa apre” (Maurice Maeterlinck). Se ne accorse ben presto un’altra bella, la mitica Pandora che, disobbediente come la prima donna, aprì il vaso regalando all’ umanità i mali del mondo: la vecchiaia, la gelosia, la malattia, la pazzia e il vizio. Sin dall’ antichità quindi era difficile tenere a freno la curiosità femminile, chissà se da considerare come sintomo di intelligenza, di incoscienza o temerarietà. Non a caso “Socrate ci disse: la vita senza ricerca non è degna di essere vissuta. Penso che alludesse alla curiosità, più che alla conoscenza. In ogni società umana in ogni momento e a tutti i livelli, i curiosi sono all’avanguardia.” (Roger Ebert) e “ non v’è un mezzo per accontentare quelli che vogliono sapere il perché dei perché “(Leibnitz). Insomma i curiosi sono una specie di incontentabili, inquieti e dannati dal continuo desiderio di scoprire e conoscere. Probabilmente sono anche un po’ infelici e frustrati dall’ impossibilità di arginare il mare che li agita dentro, ma si appagano con la scarica di adrenalina in continua accelerazione che  ricompensa ogni sforzo e fatica, a prescindere dall’ esito della ricerca.

 Esiste una curiosità benevola, propria di coloro che raccolgono le lacrime altrui. Per Friedrich Nietzsche “Se la curiosità non esistesse, si farebbe assai poco per il bene del prossimo. La curiosità però si insinua sotto il nome di dovere o di pietà nella casa dello sventurato e del bisognoso. Forse anche nel famoso amore materno v’è una buona parte di curiosità”, spesso definita incoscienza.
A quella più innocua dell’umarell che controlla lo svolgimento dei lavori nei cantieri, si  contrappone una curiosità malevola e fastidiosa, propria di chi si nutre del sangue e delle disgrazie altrui, e  si fionda non appena abbia sentore di zuffa al punto tale che “Se la terra e la luna stessero per scontrarsi, senza dubbio molte persone farebbero in modo di trovarsi sui tetti per essere testimoni della collisione. (Stephen Crane). Insomma nel bel mezzo di un’apocalisse spunterebbero prontamente gli umarelli intergalattici. 

Senza la curiosità si imparerebbe ben poco: “Si può insegnare a uno studente una lezione al giorno; ma se gli si insegna la curiosità, egli continuerà il processo di apprendimento finché vive. (Argilla P. Bedford). William Arthur Ward va oltre: “ L’insegnante mediocre racconta. Il buon insegnante spiega. L’insegnante superiore dimostra. Il grande maestro ispira” e motiva  lo studente. L’apprendimento è per sua natura curiosità … indiscreto in tutto, riluttante a trascurare qualsiasi cosa, materiale o immateriale, inspiegabile (Filone di Alessandria). Chi da bambino non è mai stato curioso? Per natura “ i  bambini sono curiosi. Nulla è peggio di  una curiosità che si blocca. Niente è più repressivo della sua repressione. La curiosità genera amore e ci sposa nel mondo. Fa parte della nostra perversione, l’amore folle per questo pianeta impossibile che abitiamo. La gente muore quando la curiosità se ne va. (Graham Swift).  

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Dal connubio con il mondo è inevitabile ricordare che nell’ammore “c’è sempre molta illusione e molta curiosità  (Alphonse Karr, un po’ pessimista),  e che “ il desiderio di sapere se una donna è o non è tormentata dalla curiosità è peraltro una delle passioni più intense e insaziabili dell’animo maschile” (Ambrose Bierce). Altro che Bacco, tabacco e forme di  Venere ! Allo squillo di tromba delle umane passioni corrisponde però anche il più dimesso campanello d’allarme per cui l’ammore è finito  quando non si è più curiosi di sapere a chi o a che cosa sono rivolte le attenzioni del partner.

Poco male, l’inesauribile, stravagante e multiforme curiosità decollerà prontamente per regalare nuove meraviglie. 

Il museo civico Gaetano Filangieri

Napoli non smette mai di stupire: in luoghi nascosti e poco attraenti  custodisce angoli di rara bellezza artistica, come il Museo civico Gaetano Filangieri che si trova nella centrale e trafficata via Duomo ed è stato riaperto nel 2012.

gaetano filangieri seniorIl Principe Gaetano Filangieri, nipote di Gaetano Filangieri senior, l’eminente illuminista napoletano autore della Scienza della Legislazione,  fu  luogotenente in Sicilia e Presidente del Consiglio dei Ministri. Come suo padre e suo nonno fu un mecenate, oltre che cultore del bello, ma soprattutto si interessò dell’educazione  e della formazione delle masse popolari curando  luoghi atti a conservare  un patrimonio destinato all’educazione stessa. In particolare Gaetano Filangieri senior ebbe a cuore il miglioramento delle organizzazioni scolastiche, da lui considerate necessarie per il rinnovamento della società. Già allora intuì il legame che può esserci  tra museo e  scuola. Egli concorse  all’ istruzione  di artisti e artigiani, promosse l’operosità delle arti e delle industrie  cercando di rendere migliore, più raffinata e preziosa la produzione industriale artistica, sviluppando tradizioni di lavoro e l’educazione al bello.20151206_124142

Non avendo eredi maschi decise di donare alla Città di Napoli, non allo Stato, le sue collezioni di armi, ceramiche, porcellane, maioliche, quadri, libri e documenti storici, creando una fondazione autonoma e privata. Il Museo fu fondato nel 1882  da Gaetano Filangieri Principe di Satriano e fu aperto nel 1888.  Il principe si occupò della costruzione del museo  rispettando le facciate quattrocentesche del palazzo  Como, espressione dell’architettura rinascimentale a Napoli, inconfondibile  per il bugnato esterno e il bel portale  ad arco a tutto sesto e per l’ aspetto austero che ricorda il palazzo Strozzi e Medici. Fu ristrutturato a spese del Principe che volle farne omaggio alla città natale.  Alla fine del ‘500 passò ai padri predicatori della congregazione di santa Caterina da Siena fino al 1806 quando fu abolito il convento e diventò alloggio per le vedove di militari. Diventò nuovamente  monastero, seppure  in pessime condizioni, finché nel 1866 con la soppressione degli ordini religiosi  fu  occupato dal  Municipio. Prese il nome  di “ palazzo che cammina” perché  la facciata fu spostata di circa venti metri per la realizzazione di via Duomo. Il Museo Civico fu diretto prima dallo stesso principe, poi dal Principe Don Giuseppe Giudice Caracciolo, dal principe Don Stefano Colonna, dal conte Riccardo Filangieri de Candida Gonzaga, dal Barone Don Francesco Acton di Leporano, mentre oggi il suo consiglio direttivo è presieduto dal sindaco di Napoli, dal sovrintendente alle Gallerie di Napoli e da un discendente del fondatore.

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Durante un incendio appiccato dai tedeschi in ritirata parte delle collezioni fu distrutta  in san Paolo Besito, dove furono  portate al riparo delle incursioni aeree che distrussero buona parte del centro storico di Napoli. Nonostante le perdite subite, il museo fu riaperto grazie alla tenacia del sovrintendente Bruno Molajoli e via via si arricchì grazie a donatori  di opere pregiate   che ci tenevano a contribuire al patrimonio artistico di Napoli. Nel 1960 il Museo civico G. Filangieri è stato classificato come uno dei grandi musei italiani rinomato anche per una preziosa collezione numismatica . Qui sono esposte tremila opere tra dipinti, porcellane, maioliche, mobili.sala agataDalla sala Carlo Filangieri, con volte a mosaico dorato sulle quali tra volute floreali spiccano gli stemmi e i nomi degli esponenti della famiglia, procedendo verso la scalinata si può ammirare la collezione di armi cinesi, armature giapponesi, elmi e balestre. La scala ecoidale porta a una sala ricca  di oggetti raffinati e dedicata ad  Agata Moncada di Paternò, madre del fondatore. Si apre su un meraviglioso pavimento maiolicato, realizzato su disegno di Filippo Palizzi dagli allievi dell’Officina ceramica del Museo Artistico- Industriale.

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La sala Agata ospita opere  databili dal XVI al XIX secolo collezionate dal Principe e da altri donatori, quadri di Jusepe de Ribera, Luca Giordano, Battistello Caracciolo, Mattia Preti e Andrea Vaccaro. È completamente rivestita di legno, anche le colonne e il passaggio pensile sono lignei. La parte superiore è impreziosita da ventiquattro vetrine che raccolgono collezioni di maioliche, ceramiche, porcellane di Capodimonte  e le  statuine di bisquit della Real fabbrica ferdinandea, modellate  da Tagliolini.  

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 In fondo alla sala spiccano le spade disposte  a raggiera e convergenti verso lo scudo centrale, in acciaio dorato, decorato con una testa di Medusa. Tra le spade di manifattura spagnola e di varie epoche, si segnalano la spada d’acciaio di casa Filangieri, del XVII secolo, con lo stemma crociato retto da delfini e lo spadino ottocentesco di impiegato civile del tempo di Ferdinando I, in acciaio e osso.

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Particolarmente bella è la biblioteca , rivestita di legno, arricchita da busti marmorei, argenti e  più di 8000 volumi  di varie tematiche tra i quali quelli sulla storia  dell’arte napoletana, raccolti  dal principe Filangieri, ma anche libretti teatrali che documentano la storia culturale, musicale e teatrale dal XVII al XIX secolo.

Museo Civico Gaetano Filangieri

Via Duomo 288 – Napoli

Aperto da martedì a sabato 10/16, domenica 10/14.

Mirabilia coralii

05Qualche anno fa vidi una mostra  particolarmente raffinata di cose incredibilmente belle che i cesellatori del corallo sono riusciti a creare.

Dalle relazioni commerciali tra Genova, Livorno e Napoli dalla fine dell’epoca barocca all’inizio del ‘900 si sviluppò la  diffusione, l’evoluzione artistica  e il declino  della lavorazione del corallo, che non si ridusse a mera produzione artigianale ma fu espressione di una civiltà artistica e mercantile in cui si identifica ancora oggi Torre del Greco. Interessante è  la storia della lavorazione del corallo. In seguito al bando degli ebrei del 1492, alcune comunità ebraiche migrarono dalla Sicilia verso Genova, che era in concorrenza con Trapani e le  città catalane nell’egemonia sui traffici del corallo verso l’Oriente. Altre comunità, espulse  dalla Spagna, furono accolte a Livorno dalla fine del 1500 con le Leggi Livornine con le quali i Granduchi di Toscana garantivano libertà di commercio. Con l’editto del 1740 anche re Carlo di Borbone  richiamò gli ebrei nel Regno delle due Sicilie, sperando di potenziare i traffici marittimi come Livorno. Questi regnanti innovarono e diedero impulso all’artigianato locale della lavorazione del corallo che assunse sempre più  carattere industriale.

mirabilia-coralii-2Dopo la  gloriosa stagione barocca, le opere di incisione e scultura di grande valenza artistica vennero meno, salvo rare eccezioni, e si diffuse la produzione di sfere, grani, bottoni per rosari o per piccoli e semplici ornamenti, finché all’ inizio del XIX secolo si riaffermò una lavorazione del corallo estremamente originale, raffinata e ricca con l’assoluto primato di Torre del Greco. Ciò fu possibile in quanto cambiò la considerazione del corallo e pure il gusto estetico. Se in passato fu utilizzato per creazioni di alta oreficeria barocca, anche perché,  secondo il pensiero cattolico della Controriforma, era il simbolo sacro dell’ altissimo sacrificio, nell’ 800 la nascente borghesia lo apprezzò come elemento decorativo di  oggetti personali e  di uso comune, come pettini, fermagli, tagliacarte, specchi, manici di ombrellini, pomi di bastoni da passeggio. Si diffuse quindi una nuova tipologia di  produzione, non più di opere uniche per principi o oggetti sacri, ma  di opere  realizzate in più esemplari da distribuire in un mercato più ampio che ne faceva sempre più richiesta.

 Il materiale corallino veniva pescato nel mare antistante Livorno, nei mari di Sardegna e di Africa e nel ‘600  era  lavorato a Genova, Pisa e Livorno, soprattutto come tondi, olivette e botticelle per paternostri  e collane da esportare in India, Asia minore, paesi europei, Africa occidentale. Agli inizi del 1800 Livorno divenne la piazza più importante per il commercio del corallo grezzo ( circa 40 tonnellate annue e nel 1810 da 500 si passò a circa 1000 lavoranti nell’industria corallina), ma alla fine del secolo si verificò una parziale recessione delle ditte livornesi in quanto un’enorme quantità di corallo rosa arancio, scoperto a Sciacca, invase il mercato. In seguito molte fabbriche e laboratori artigianali livornesi  chiusero a causa dell’emergenza dei due conflitti mondiali e delle  crisi dei dopoguerra .

La lavorazione del corallo si diffuse nel napoletano soltanto nel 1800. In effetti sin dalla metà del  XV secolo si praticava la pesca corallina lungo le coste della penisola sorrentina, di Capri, oltre che della Corsica, Sardegna e Africa  settentrionale e molto probabilmente  i manufatti artistici, apprezzati dai nobili napoletani sin dal 1600,  venivano prodotti in opifici trapanesi. Con l’editto cattolico della fine del ‘400 prima, e poi con la seconda diaspora dei corallari siciliani nella seconda metà del ‘600, maestri trapanesi  giunsero a Napoli portando la loro “arte”. Fino alla fine del ‘700  però gli artigiani erano dediti alla lavorazione del liscio, mentre gran parte del corallo grezzo, pescato dai torresi, confluiva a Livorno. Nella seconda metà del ‘700  Ferdinando IV di Borbone pensò di fare lavorare il grezzo a Torre del Greco per promuovere lo sviluppo dell’artigianato locale, ridusse quindi l’imposta sul grezzo importato, favorì la vendita del corallo a Napoli e nel 1790  emanò il Codice Corallino e lo Statuto della Compagnia per disciplinare l’attività di pesca, la custodia e la vendita  del corallo. Il re però non riuscì ad avviare una fabbrica a Torre del Greco  sia per la situazione internazionale (rivoluzione francese), sia per l’antagonismo tra francesi ed inglesi nel controllo dei traffici marittimi e l’eruzione del Vesuvio del 1794.

09Subentrò però un intraprendente francese, Paul Barthèlemy Martin che,  sulla scia  della moda del corallo molto apprezzato da Carolina Bonaparte, agli inizi dell’800 col consenso di Ferdinando IV aprì la prima fabbrica di lavorazione del corallo a Torre del Greco, esente da dazi per l’esportazione di quello lavorato e per il commercio interno al Regno, a condizione che formasse giovani apprendisti in quest’arte.  Il successo fu immediato: nel primo anno la fabbrica del Martin, che impiegava un centinaio di lavoranti, ottenne da Napoleone I il diritto di produrre e vendere in tutto il regno e il divieto per chiunque di contraffarne la produzione. La produzione  di sculturine e cammei di gusto neoclassico era molto apprezzata da  Carolina Bonaparte che al fratello Napoleone regalò una spada di gala, dalla splendida elsa con cammei in corallo, esposta per la prima volta in Italia nella mostra “Mirabilia coralii”, in cui qualche anno fa furono esposti 150 preziosi manufatti di  corallo provenienti da  musei  e da collezioni private.  

 I Bonaparte e la  nascente borghesia  fecero la fortuna del corallo, lavorato in oggetti di uso personale secondo la  moda in stile impero che si ispirava alla classicità romana. Nella prima metà dell’800 a Torre del Greco operavano otto fabbriche e a Napoli  una cinquantina di botteghe di corallari.  Dalla metà dell’800 si realizzarono  creazioni ispirate a modelli rinascimentali e naturalistici ( bouquets di fiori, foglie,  frutti) e lavorazioni scolpite a tutto tondo realizzabili, giocando sulle irregolarità del corallo, con  tutto il materiale corallino, compreso  quello di scarto non adatto per pallini. L’arte del corallo fu reclamizzata in esposizioni nazionali ed estere ( Londra, Parigi, Vienna), conquistando il riconoscimento di attività tipica di Torre del Greco.

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La scoperta di enormi banchi di corallo a Sciacca provocò un collasso del mercato. Le ottanta fabbriche che  nel 1880 impiegavano 4000 lavoranti si ridussero a circa sei, di grandi dimensioni, solo dieci anni più tardi,  e il prezzo del grezzo scese dell’80 %. A Torre del Greco continuò la lavorazione del tondo soprattutto a domicilio e ad opera di donne. Alla fine dell’800 si diffuse la lavorazione di cammei su modelli classici, la produzione di oggetti che si rifacevano all’arte pompeiana e altri ancora  in stile liberty  che ricercavano ed utilizzavano materiali diversi, quali conchiglie e madreperla. Le opere più pregiate  furono realizzate col corallo giapponese, sempre più importato, e perlopiù destinate a un mercato straniero. Una parte della produzione fu realizzata su richiesta dei mercati orientali e africani, mentre in Italia furono largamente richiesti il gioiello popolare di corallo e l’amuleto porta fortuna.

Bianca

bianca di ceriolo annamaria“Bianca – donna  e monaca tra cinque e seicento” è il libro di Anna Maria Ceriolo Verrando che documenta  e racconta con garbo la storia  vera  di una probabile monacazione subita  e risalente all’Italia del ‘600. Una microstoria dell’estremo Ponente ligure che è una finestra su un mondo scomparso  e poco conosciuto, ma soprattutto  è una vicenda della condizione femminile e di un’epoca di fermento, quella della Controriforma, attraverso eventi che incisero nella storia. Non poteva passare inosservata la dedica del libro  “Alle donne che ancora aspettano di poter realizzare la loro personale scelta di vita e il loro diritto all’ istruzione” perché Bianca è innanzitutto una donna, forse una delle tante bambine costrette o persuase dalle famiglie a entrare in educandato, finendo poi per  restarvi come novizie e infine monache, subendo un destino simile a quello di molte altre, in quanto la loro dote corrispondeva da un terzo a un ottavo circa di quella riservata alle fanciulle destinate al matrimonio. In quei conventi  spesso le bambine rimanevano perché  incoraggiate dalla presenza di zie o cugine che prima di loro erano state indotte a  intraprendere la stessa vita. Non c’era in effetti  alcuna libertà di scelta per le donne dell’epoca. Bianca però a modo suo si rivela audace e coraggiosa e ci parla della sua storia attraverso una lettera che Anna Maria Ceriolo trova  per caso  nella sezione di Ventimiglia dell’Archivio di Stato mentre esamina una filza del notaio Simone Lamberti senior, capofila di una schiatta di notai di Vallecrosia, e rintraccia una serie di dati ricavabili da compravendite di immobili e terreni, da locazioni, transazioni commerciali, quietanze varie, liti e testimonianze, ingaggi commerciali, testamenti, strumenti dotali e corredi di spose. Nota infatti che tra i fogli di filza, generalmente piegati a metà  e in verticale come un foglio protocollo, ce n’era uno più piccolo degli altri e piegato in tre parti. Da una parte il notaio aveva vergato regolari quietanze e pagamenti mentre dall’altra, sia l’intestazione che la parte finale rivelano una lettera privata. Anna Maria scopre così una segreta  lettera d’amore, proveniente da un convento, arrivata allo studio notarile e lì nascosta, scritta in risposta ad una precedente lettera del notaio Simone Lamberti senior. La voce di questa donna, discretamente colta, trapela dalla scrittura curata e  con  una determinazione  audace e insolita per quei tempi dichiara i suoi sentimenti . “Io facio come fa li arberi che alla primavera fioriscono, così mè intrevenuto adeso a me… Io vi amava come senper ò fatto”. La storica, incuriosita ed emozionata, trova anche la bozza di una risposta del notaio, risale al casato di Bianca, ricostruisce  una storia amorosa, tormentata  da lunghe e logoranti attese, l’ insofferenza per  una condizione di vita non voluta che spesso induceva le giovani monache a lasciarsi morire, la volontà di vivere i propri sentimenti.  Mi fermo per lasciare un po’ nel mistero la vicenda di Bianca, prima donna e poi monaca.

Presento la mia amica Anna Maria Ceriolo Verrando, insegnante di lettere e autrice della  tesi “Bordighera nella storia”  che fu pubblicata e inserita dal prof. Nino Lamboglia nella Collana Storico –archeologica della Liguria Occidentale. L’incontro con il Lamboglia fu per Anna Maria determinante  per rafforzare l’amore per la storia e le sue metodiche al punto tale da farla divenire un’appassionata ricercatrice d’archivio, che ha sempre diviso il suo tempo tra la famiglia, il lavoro, la ricerca delle fonti e la poesia. Affermata storica loco-regionale, ha ricevuto a Bordighera nel 2011 il prestigioso Parmurelu d’oro, premio annuale assegnato per meriti storico-letterari-artistici- scientifici  o impegno civile a chi ha reso lustro alla città di Bordighera.

I fatti di Colonia tra denunce, responsabilità, reazioni, opinioni, strategie politiche affinchè i diritti e le libertà delle donne siano valori indiscutibili e non negoziabili

Nella notte di san Silvestro a Colonia le donne, affluite nella piazza vicina alla Cattedrale e alla stazione centrale per festeggiare il Capodanno, sono state circondate da circa mille uomini, suddivisi in  gruppi di 20 -30,  e sono state molestate, palpate, umiliate, derubate. Le forze dell’ordine non sono riuscite a contenere  i vari branchi,  gli uomini che accompagnavano le donne non riuscivano a opporre resistenza, qualcuno è stato derubato e malmenato. Il giorno dopo da un rapporto della polizia non risultava nulla dei disordini e delle aggressioni, ma hanno iniziato a fioccare prima 30, poi 40, 150, 300, fino a più di 600 denunce di molestie sessuali, messe in atto  quasi contemporaneamente anche in altre città tedesche  come Amburgo, Francoforte, Stoccarda, Düsseldorf , mentre a Bielefeld,  in Vestfalia, 500 uomini hanno aggredito le ragazze presenti  nella discoteca Elephant Club.

La notizia ha iniziato a rimbalzare in rete e attraverso i media, suscitando un generale sdegno e tanti interrogativi. Dalle testimonianze risultava che i branchi erano composti perlopiù da nordafricani e arabi, ubriachi ed esaltati. Il capo della polizia di Colonia ha subito ammesso che le aggressioni, così come sono avvenute, dovevano essere state coordinate ed è stato mandato in pensionamento anticipato per la gestione della sicurezza e dell’informazione dopo le violenze di Capodanno; in seguito  il Ministro della Giustizia tedesco ha dichiarato che gli attacchi sono stati pianificati. Le notizie, spesso frammentarie e contraddittorie,  hanno suscitato disorientamento nell’opinione pubblica internazionale. Alcune domande  sorgevano spontanee: come mai una così massiccia concentrazione di extracomunitari in quella piazza, come mai queste aggressioni sono avvenute oggi e non in passato? Come mai alcuni aggressori sono confluiti da centri a 100 km di distanza, se non addirittura dalla Francia e dall’Olanda, come hanno poi scritto in seguito?  Una prima lettura dei fatti di Colonia è emersa in due editoriali. In “Il corpo delle donne e il desiderio di libertà di quegli uomini sradicati dalla loro terra” lo scrittore algerino Kamel Daoud  ammette: “Del rifugiato vediamo lo status, non la cultura. E così l’accoglienza si limita a burocrazia e carità, senza tenere conto dei pregiudizi culturali e delle trappole religiose…Nel mondo di Allah il sesso rappresenta la miseria più grande” .

 Invece in  “Quegli uomini che negano le violenze contro le donne”– i fatti di Colonia e la profonda ferita nella coscienza europea-  Aldo Cazzullo denuncia l’incredibile sottovalutazione della situazione che lascia una ferita perché tutti  pensano che poteva capitare a una sorella o una figlia che esce per festeggiare il Capodanno in piazza, per vivere spensieratamente la sua libertà. Incredibile il tardivo riconoscimento di quanto accaduto, confermato dal primo rapporto della polizia tedesca che riferiva di  una nottata pacifica. Del resto in Germania si è indulgenti verso gli eccessi festaioli sia dell’Oktober Fest, del Carnevale e del Capodanno dove l’alcool libera da freni inibitori e i fuochi sono lanciati ad altezza uomo, a dispetto della nomea di Napoli.

Allarmismi infondati o differenze culturali sottovalutate? Certe sono le molestie e le oltre 600 denunce, le insufficienti misure di prevenzione e sicurezza, la sottovalutazione della situazione da parte delle forze dell’ordine, sia prima i fatti di Capodanno che durante il loro svolgimento. Il direttore generale dell’anticrimine della Renania Settentrionale Vestfalia, nel rapporto presentato a una seduta speciale del parlamento regionale a Düsseldorf, ha poi dichiarato che dalle indagini sulle molestie nella notte di San Silvestro NON risultava  nessuna organizzazione o guida degli attacchi . 

Reazioni.

 Intanto si è subito scatenata una duplice  reazione: quella degli  hooligan, impegnati in  una caccia all’uomo nel centro storico di Colonia conclusasi col ferimento di  pakistani e siriani,  più un  corteo del movimento xenofobo di estrema destra Pegida ( Patrioti Europei contro l’Islamizzazione dell’Occidente), e  quella  delle donne che hanno inscenato flash mob di protesta.  Strano come gli artefici di vandalismi, violenze gratuite e misoginia si siano prontamente  elevati a paladini dei diritti delle donne,  tant’è che ciò ha alimentato una tesi complottista  che li vede come anonimi fomentatori delle violenze via Whatsapp.

Dalla  ricostruzione ora per ora dei fatti di Colonia, pubblicata sul Corriere della Sera, si è aperto uno scenario inquietante e  si è avuta conferma  che il tutto non era solo dovuto al temporaneo uso di alcool e stupefacenti, alle eccessive scariche di adrenalina che contagiano il branco. Intanto il sindaco di Colonia, Henriette Reker, ha infelicemente consigliato alle donne di tenersi a un braccio di distanza dagli immigrati in occasione delle manifestazioni di piazza, provocando così prevedibili e immediate  contestazioni. Si consideri che durante la campagna elettorale  l’ attuale sindaco fu  ferita in un’aggressione xenofoba per il suo impegno a favore dei richiedenti asilo e di una politica d’integrazione.Ciò fa intuire che i continui arrivi dei rifugiati in Germania, molto avversati dalla destra,  abbiano creato problemi di integrazione e di  convivenza con i tedeschi, una situazione sociale apparentemente tranquilla,  poi precipitata e resa visibile agli occhi del  mondo intero. 

In Egitto

Questi fatti di Colonia  però dovevano pur avere una spiegazione logica, non per altro per esorcizzare la comprensibile e generale paura.  Intanto in rete sono stati segnalati articoli sulle violenze contro le donne in Egitto, sulla pratica del ” cerchio dell’inferno”, consistente nell’accerchiamento e  nello stupro collettivo  delle donne che osano frequentare le piazze di notte o vestire come le occidentali. Ciò si è verificato soprattutto al Cairo, in Piazza Tahrir, durante la rivoluzione egiziana del 2011 ove le donne volevano festeggiare  e invece ebbero conferma che nulla sarebbe cambiato per loro nella società patriarcale esistente. Questi stupri sono stati spesso strumentalizzati politicamente,  prima messi in atto dai soldati dell’esercito di Morsi poi anche dai ribelli nei giorni della protesta contro il governo di Morsi, ormai deposto, quando  novantuno donne,  scese in piazza per manifestare, sono state aggredite e violentate da gruppi di uomini, forti  dell’impunità. In  rete sono reperibili  testimonianze e video impressionanti  di questa pratica, di cui rimase vittima anche la  giornalista francese Caroline Sinz.

Nelle piazze egiziane si attivarono volontari, i “Tahrir Body Guard”, riconoscibili dai giubbini fluorescenti e  pronti a intervenire e mettere in salvo le donne in difficoltà come risulta da questo video del Corriere che è una breve sintesi di quegli stupri collettivi. Spesso le nordafricane  non denunciavano, e non denunciano, le violenze subite sia perché non hanno séguito con condanna dei colpevoli, sia  perché sono ritenute gravemente disonorevoli e  implicano quindi l’impossibilità di sposarsi oltre a  una perenne discriminazione sociale. 

Ben presto trova conferma ciò che maggiormente si temeva. Un rapporto del Ministero di Giustizia della Renania Settentrionale- Vestfalia e l’Ufficio federale tedesco di polizia criminale hanno  definito “taharrush gamea” (termine arabo che indica la pratica di molestie- violenze  sessuali di gruppo che si svolgono in strada  e in mezzo alla folla), le molestie della notte di san Silvestro a  Colonia, come quelle  di Piazza Tahrir, perpetrate da uomini “quasi esclusivamente” di contesto migratorio “nordafricano e arabo”, di recente arrivo.  

Le reazioni della stampa.

Interessante notare  come  la stampa di destra abbia molto sottolineato la provenienza dei responsabili per contrastare la politica di accoglienza  a sostegno invece di quella   xenofoba. La stampa di sinistra ha rilevato invece l’inefficienza delle forze dell’ordine, la necessità di una più  efficace politica di integrazione, soprattutto culturale,  l’immediata  ed energica reazione della Merkel. È emersa  anche una tesi complottista per cui i messaggi di incitamento alle violenze sarebbero stati anonimamente inviati da estremisti di destra per fomentare l’odio razziale e religioso.

Questi sono più o meno i fatti che sinceramente, a dir poco, mi hanno molto disturbata . Quel che continua a stupirmi è la posizione delle donne, poco manifestata e sentita attraverso i media, e non a caso ho deciso di scriverne. Subito dopo i fatti, circa 300 donne hanno improvvisato flash mob di protesta nella piazza dei misfatti, altre hanno partecipato al corteo organizzato dal movimento  Pegida  di estrema destra. Mi chiedo se esista un movimento femminista in Germania, che fino a poco tempo fa nel mio immaginario appariva come la nazione dell’efficienza,  delle mille opportunità , del benessere socio culturale. Unica voce forte e chiara, sin dall’inizio, è stata quella di Angela Merkel che ha subito richiesto leggi più dure ed effettivamente applicate e ha annunciato la revoca del diritto di asilo ai profughi che risultino colpevoli.

Le opinioni  di alcune intellettuali italiane.

In Italia Dacia Maraini dichiara che siffatti reati sono stati compiuti da migranti di seconda e terza generazione, emarginati sociali che trovano soddisfazione nel provocare terrore;  invoca una revisione della politica di accoglienza, un rispetto fermo delle nostre leggi, delle libertà conquistate dalle donne, dei nostri valori e delle nostre abitudini. Un rispetto che deve essere reciproco e costruito sul piano culturale. 

Natalia Aspesi  fa un discorso generale sulla violenza di genere  “Quella notte, a Colonia, ma anche altrove, le donne si sono ritrovate completamente sole, tra maschi violenti, maschi indifferenti, maschi spaventati. Di nuovo dentro la loro storia secolare di isolamento, impotenza, sopraffazione, abbandono, pericolo, che ogni tanto sembra finita e invece non lo è mai: probabilmente ancora una volta usate per consentire a un branco di maschi di disprezzarle e rimetterle al loro posto di sottomissione e irrilevanza, e a un altro branco di maschi di ergersi, dopo i fatti e solo a parole, a indispensabili protettori, a eroici paladini della loro libertà, che per secoli hanno ostacolato e ostacolano tuttora; e a un altro branco ancora a servirsene come pedine di una sporca politica.”  

La scrittrice Lorella Zanardo  si è espressa duramente sulla tardiva reazione di condanna da parte delle femministe italiane, come se ci fosse qualche perplessità nel riconoscere le responsabilità degli immigrati, ha chiaramente detto che prima devono essere tutelati i  diritti delle donne e poi degli altri, e che è indecisa sulla sua partecipazione alla manifestazione a Colonia, annunciata  per il 4 febbraio, perché teme che possa ridursi a una semplice passerella.

L’antropologa  e sociologa Amalia Signorelli denuncia:  “ A Colonia una guerra tra maschilisti. Le violenze prima. La strumentalizzazione poi. Perché l’uomo occidentale difende le donne per sentirsi superiore ai musulmani.” In pratica la donna è sempre considerata terra di conquista dell’uomo che se ne serve  per affermare la propria supremazia e riconosce che oggi le donne quasi temono di esporsi nel manifestare dissenso, anche perchè “femminista” è intesa in un’accezione negativa, grazie anche alle più recenti generazioni che vivono di rendita delle battaglie intraprese da altre donne a partire dagli anni ’70.  

Manifestazioni sì o no?

Inizialmente  pareva che il 4 febbraio a Colonia, proprio in occasione del Carnevale che prevede un grande affluenza di persone, si sarebbe svolta una manifestazione. Si discuteva se  consentirne la libera partecipazione a donne provenienti dalle  varie parti d’Europa,  poi per motivi  di sicurezza solo  ad alcune intellettuali italiane e contemporaneamente le manifestazioni avrebbero dovuto svolgersi anche in altre piazze d’Europa ( auspicando magari  la presenza di  donne e uomini musulmani che condannano queste violenze) . Ammetto che di questa manifestazione non ho trovato più notizie. Intanto  la tradizionale sfilata dei carri carnevaleschi è stata sospesa a Rheinberg per timore  delle aggressioni sessuali e per l’impossibilità di attivare idonee misure di sicurezza, e  nella città tedesca di Bornheim, vicino Bonn, il Comune ha vietato l’ingresso nella  piscina pubblica a profughi maschi in seguito a segnalazione di molestie da parte delle ragazze che la frequentano.

 In Italia.

La violenza di genere esiste, in Italia come  in altri paesi europei . Un giornalista che chiedeva  a un giovane italiota nostro cosa pensasse delle molestie di Colonia si è sentito rispondere, con una superficialità che avrà disintegrato l’unico neurone dell’intervistato, che in una  situazione del genere ( di branco)  non si tirerebbe indietro dal partecipare alle molestie. Fatto grave che testimonia ancora una volta che manca una cultura di genere, e la consapevolezza che la violenza contro le donne  è trasversale a prescindere dall’estrazione socio culturale  e dalla nazionalità degli uomini.

dati-stupro-2014-grafico-torta-465x463Basti ricordare che  a fine dicembre 2014 il ministero di Giustizia minorile ha detto  di avere in carico ben 532 ragazzi condannati per stupro e 270 per stupro di gruppo. A questi si aggiungono alcune condanne per altri reati a sfondo sessuale (ad esempio abuso su minore e detenzione di materiale pornografico attraverso sfruttamento di minori in cui sono coinvolti maschi e femmine) per un totale di 973 ragazzi, di cui  235 sono stranieri e 738 italiani. Tra  le prime dieci provincie di  provenienza dei giovani delinquenti compaiono  città del sud, come Bari e Napoli, ma anche città del nord, come Bergamo e Trento, e le regioni più interessate sono la Puglia con 131 casi e l’Emilia Romagna con 129. Questi dati dimostrano come il fenomeno sia trasversalmente  diffuso a livello territoriale, come la violenza di genere si manifesti già in giovanissima età e come il silenzio sulla questione culturale impedisca il cambiamento. Se nel  1996 l’Italia ha riconosciuto lo stupro come reato contro la persona, e non più solo contro la morale, bisogna prendere atto che in questi  venti  anni le leggi non si sono rivelate  sufficienti, proprio perché  non supportate  da  un percorso  culturale ed educativo né da dure condanne.

Opinione personale

A mio avviso, manca una dichiarazione ufficiale  dell’Unione Europea a riguardo di  questi fatti, una forte  e univoca condanna in difesa dei  diritti delle donne. Ciò non significa  scatenare  uno scontro culturale, né avversare la politica di accoglienza e d’ integrazione, sulle quali dovranno interrogarsi e provvedere i singoli governi, ma riconoscere  la libertà  delle  donne, europee e non. Manca un discorso serio di legalità, forse per timore di aizzare la deriva destrorsa,  razzista e xenofoba che  serpeggia in tanti paesi europei. Invocare  il rispetto delle leggi e delle persone  dei paesi che accolgono, spesso impegnati nel rispetto delle tradizioni e  delle culture diverse e in un processo di integrazione, e chiedere l’immediata espulsione di chi delinque non significa essere xenofobi, bensì difendere diritti che sono stati così sfacciatamente violati.

Proprio  il  primo giorno del  2016 abbiamo avuto conferma che anche in Europa la violenza di genere può essere una strategia politica, come gli  stupri di massa che ci sono e ci sono stati in ogni guerra e a ogni latitudine.  Trovo  avvilente  dovere ricordare che i  diritti e le libertà delle donne sono valori indiscutibili e non negoziabili, che vanno garantiti e tutelati sempre e comunque,  perché soprattutto la molestia e la violenza sessuale  sono mortificanti e odiose e non possono assolutamente essere tollerate  da paesi che si dichiarano civili.

‘A Bella ‘Mbriana

Una schiera di figure magiche, misteriose, presenze oscure o benevoli, tramandate tra storia e leggenda,  popola le credenze popolari napoletane come il  monaciello, che ricordo nuovamente, perché mi ha particolarmente incuriosita. “ ‘O munaciello ( piccolo monaco) è uno spiritello irrequieto, irriverente e beffardo che  si nasconde, appare o si fa solo sentire, ride e diverte, piange e immalinconisce. Un piccolo e bizzarro folletto che  fa sparire oggetti o li fa cadere di mano, disturba il sonno del malcapitato o lo fa inciampare, inaridisce le piante, inacidisce il vino, spaventa gli animali, innervosisce i bambini, provoca sbalzi d’umore nelle fanciulle e pensieri vogliosi nel coniuge. Spesso è dispettoso come un bambino capriccioso, talvolta aiuta l’infelice o il bisognoso. Pare che abbia in simpatia le donne, le belle donne, alle quali lascia ricompense o regali. Animella vagante, triste e rabbiosa, divertente e spiritosa, è di buon augurio se indossa un cappuccio rosso, preannuncia mala sorte se invece ha un cappuccio nero.” (da “Lu munaciello”  in skipblog.it)

mbrianaAl dispettoso monaciello si contrappone una  figura affascinante  che vive  nell’immaginario collettivo dei napoletani: ‘a bella ‘Mbriana. La bell’ Ambriana è il più potente spirito benevolo, invisibile eppure sempre presente, che protegge la casa e i suoi abitanti  che le si rivolgono con fiducia e deferenza perché porta fortuna, un po’ come gli antichi Lari e i Penati divinità minori dell’antichità. È un nume tutelare che sceglie la casa in cui vivere e resta solo se vi trova accoglienza, rispetto, pulizia  altrimenti diventa irascibile, si allontana e se offesa, per esempio  da un trasloco o dai lavori di ristrutturazione da lei non voluti, può provocare la morte di un membro della famiglia. Insomma una fata nascosta, ora generosa e protettiva, ora altera e vendicativa nel caso di un torto subito. Non a caso tempo fa, quando si entrava   per la prima volta in una nuova abitazione si diceva “Bonasera, bella ’Mbriana”, qualcuno le lasciava dolci sul tavolo e comunque sempre una sedia libera, a volte un posto a tavola, un saluto ogni qualvolta si entrava o si usciva dalle tipiche  case antiche con ampie camere, corridoi, stanzini, terrazzini e mezzanini. Di solito è rappresentata come una donna piacente  oppure in  una statuetta di terracotta bifronte che da una parte mostra il volto velato di donna, dall’altro un fallo che simboleggia benessere e prosperità ( spesso in epoca romana lo si trovava anche negli affreschi e mosaici all’ingresso delle ville patrizie come amuleto contro l’ invidia e il malocchio) da nascondere  in un angolo della casa, se non addirittura murare durante la sua costruzione.

finestra2Ambriana deriva dal latino Meridiana (‘ Mmeriana), che indica l’ora più luminosa del giorno. Si crede, anzi si percepisce lievemente la sua presenza nella controra, cioè durante le prime e calde ore del pomeriggio, in un refolo d’aria  che smuove appena le tende o la si vede nel riverbero di una finestra o in una leggiadra farfalla. Da meridiana si pensa che derivi anche il termine napoletano maréa che indica l’ombra umana, che può offrire sollievo ma anche indicare l’inconsistenza  eterea della creatura. L’ombra trae origine anche da una leggenda che narra di una principessa che, in seguito alla morte di un prode e giovane innamorato, iniziò a vagare  come un’ombra  senza pace per la città. Il re, suo padre,  per proteggere la figlia ricompensava in forma  anonima coloro che la accoglievano e le offrivano un riparo sicuro nella loro casa. In conclusione la credenza nei fantasmi è costante in tutti i popoli e in epoche diverse, quindi la bella ‘Mbriana vive nell’intimità delle case per esorcizzare le paure e la precarietà dell’esistenza laddove ci sono malesseri e vi si radica con una presenza discreta finché può.

“Bonasera bella ‘mbriana mia
cca’ nisciuno te votta fora
bonasera bella ‘mbriana mia
rieste appiso a ‘nu filo d’oro,
bonasera aspettanno
‘o tiempo asciutto,
bonasera a chi torna a casa
co core rutto.”

(da “Bella ‘Mbriana” di Pino Daniele)