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Villa Floridiana e il Museo Nazionale della Ceramica Duca di Martina
Nel quartiere del Vomero a Napoli s’erge Villa Floridiana, un’oasi di bellezza naturale ed artistica, che re Ferdinando I di Borbone volle come residenza estiva per la moglie morganatica Lucia Migliaccio di Partanna, duchessa di Floridia. La duchessa , nata a Siracusa nel 1770, era molto bella oltre che molto ricca. A soli sei anni ereditò titolo nobiliare e feudo e ad undici sposò il ventiseienne principe Benedetto Grifeo di Partanna dal quale prima ebbe nove figli, poi una prematura vedovanza. Nel novembre del 1814, tre mesi dopo la morte della regina Maria Carolina, convolò a nuove nozze col re di Borbone, esule in Sicilia, pertanto fu invisa ai sudditi e, rientrata col consorte a Napoli dopo la Restaurazione , visse nelle residenze a lei destinate dal re ( palazzo Reale, palazzo Partanna in Piazza dei Martiri e Villa Floridiana).
Tra il 1817 e il 1819 l’architetto Antonio Niccolini ristrutturò in stile neoclassico la palazzina ed ideò un parco all’inglese, un teatrino all’aperto, un tempietto ionico, serre e grotte per animali esotici. Villa Floridiana divenne quindi una suggestiva scenografia per i ricevimenti estivi della duchessa. Quando nel gennaio del 1825 re Ferdinando morì in seguito a una breve malattia , Lucia lasciò il palazzo Reale e si ritirò nel palazzo Partanna.
Circa un anno più tardi, nell’aprile del 1826, morì anch’ella e le sue spoglie furono custodite nella chiesa di San Ferdinando.
Nel 1919 Villa Floridiana fu acquistata dallo Stato italiano. Dal 1931 divenne sede del Museo della Ceramica Duca di Martina che ospita la collezione di oggetti d’arte di Placido di Sangro, appunto duca di Martina, donata dai suoi eredi alla città di Napoli nel 1911. Il duca, nato a Napoli nel 1829 da Riccardo e Maria Argentina Caracciolo, apparteneva ad un illustre casato strettamente legato alla corte borbonica.
Dopo l’unità d’ Italia si trasferì a Parigi e lì entrò in contatto con famosi collezionisti, come i Rothschild, ed iniziò ad acquistare oggetti d’arte applicata che in parte venivano inviati nella sua residenza napoletana. Il Museo Duca di Martina nella Villa Floridiana si articola in più sale, dislocate su tre piani, ove si possono ammirare circa seimila opere di manifattura occidentale ed orientale, databili dal XII al XIX secolo. Avori, smalti, tartarughe, coralli, bronzi di epoca medievale e rinascimentale, maioliche, vetri e cristalli dal XV al XVIII secolo, porcellane europee, cinesi di epoca Ming ,Qing e giapponesi Kakiemon ed Imari.
È piacevole passeggiare nel parco della Villa Floridiana, all’ombra della folta e rigogliosa vegetazione, lontano dai rumori della città e dal caldo estivo.
Una pausa rigenerante prima di ricominciare a girovagare per Napoli.
Museo Nazionale della Ceramica Duca di Martina
Villa Floridiana
via Cimarosa 77
via Aniello Falcone 171, 80127 – Napoli
Il paese si chiamava Islabonita
Un’antica fontana,
un arco e un ponte su uno specchio d’acqua.
Un agente segreto in un paesino dell’entroterra ligure. Qu è?
Una sfera di cristallo e Fatima, una fanciulla da brivido, un’anguilla sospesa, giovanissimi pescatori di anguille, il federale Cinghiale, il marinaio spia e intermezzi musicali.
C’è aria di festa tra i presenti, tra chi lo ricorda e legge brani del suo ultimo romanzo “Islabonita”, dedicato a Isolabona.
Una piazzetta, una terrazza, una banda, un rinfresco e cappelli originali, ricoperti di foglie, rane, anguille e scorpioni che piacciono tanto non solo a me.
Ciao Alberto !
Due targhe. Una intitola ufficialmente la piazzetta al poeta, scrittore e giornalista che tanti sguardi rivolse al Ponente Ligure, l’altra suggella l’affetto degli Islaboniti per l’amico Nico Orengo.
Io lì con amici di rete, già conosciuti e nuovi ( Alberto, Adriano, Filo , Roberta, Marco, Pia), che è stato un piacere incontrare.
Sì, Alberto, con gli Islaboniti e tanti amici hai trovato un modo gentile e affettuoso per regalare un sorriso a noi e – chissà- forse anche al poeta delle Terre blu.
Grazie!
23 luglio 2011 : intitolazione piazzetta Nico Orengo
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49a Battaglia di Fiori sui 150 anni dell’ Unità d’ Italia
Ieri si è conclusa a Ventimiglia la 49 a edizione della Battaglia di Fiori che quest’anno ha proposto il 150 ° anniversario dell’Unità d’Italia, un tema di non facile interpretazione sul quale per mesi interi si sono cimentati progettisti e maestri infioratori.
Per costruire originali carri allegorici si è utilizzata un’ assortita varietà di materiali vegetali (centinaia di migliaia di garofani freschi, fiori secchi, foglie, licheni, verde, canapa, semi, iuta, cannella, pelo e corteccia di palma) che ha reso possibile i laboriosi intarsi, intrecci ed effetti cromatici di questi capolavori.
“I Girasui” ha proposto il tema “Fratelli d’Italia: l’Italia unita nella commedia dell’arte”. I noti personaggi della commedia dell’arte rappresentano gli stati preunitari e si ritrovano uniti da un tricolore posto al centro del carro.
Arlecchino strappa le penne dell’aquila austriaca del Lombardo Veneto, Meo Patacca cerca di nascondere in un sacco il copricapo e le chiavi del Papa Re, Pulcinella ha ai suoi piedi il tricorno di Ferdinando II e Stenterello stringe l’ appassito giglio fiorentino del Granducato di Toscana.
La compagnia de “ I Spunciacurente” ha realizzato “Insieme per unire” ispirandosi allo storico incontro di Teano tra Vittorio Emanuele II e Garibaldi. Ago e filo simboleggiano le iniziative dei due personaggi che cucirono in un’unica Italia i vari stati usciti dal Congresso di Vienna.
I Sfaradui hanno rappresentato la “Giovine Italia” . La nascente Italia, libera e repubblicana del Mazzini, si lascia alle spalle la Monarchia e viene “annunciata, quasi trainata” da due bambini che corrono verso il futuro. Il bambino alza la spada della ribellione e dell’entusiasmo, la bimba orienta l’aquilone con calma e dolcezza.
I simboli delle “Tre capitali per un regno” ( Roma, Firenze e Torino) , tra i quali spicca una lupa che allatta un Romolo e Remo viventi, sono stati proposti dalla compagnia de “ I Boi a Ren”.
“L’Italia è fatta” dal teorico Mazzini, dal diplomatico Cavour e dal generale Garibaldi è il titolo del carro dei Garçuneti. Per quest’opera oltre alle decine di migliaia di garofani freschi sono stati utilizzati cannella per la suola dello stivale , i fiori secchi “elicrisi” incollati a mosaico sulla bandiera e sullo stivale, pelo e corteccia di palma usati rispettivamente per la barba del generale e per il filo, polvere di pepe per ricoprire i visi e le mani dei personaggi.
“Cheli d’ina vota” hanno ricordato la breccia di Porta Pia. Dalla parte posteriore del carro parte un tricolore, simbolo di un’Italia finalmente fatta , sul quale avanza di corsa un bersagliere.
“ I Scciancalassi” hanno rappresentato le cinque giornate di Milano ricordando i Martinitt. Questi erano i bambini dell’Istituto degli Orfani San Martino di Milano che aiutarono i patrioti lombardi durante i moti risorgimentali. Il duomo è rappresentato da una vetrata il cui telaio grigio è stato interamente ricoperto di semi di papavero.
Non poteva mancare “La spedizione dei Mille” realizzata da “ E sgavaudure” in un imponente carro che vede un gigantesco Garibaldi a cavallo che sovrasta la Trinacria. A destra tre garibaldini e sul retro del carro una vittoria alata. Sono stati utilizzati semprevivi per viso e braccia, canapa per il cavallo, lentisco per i serpenti, foglie per le ali e licheni.
La Battaglia di Fiori è una manifestazione che amalgama la creatività, l’ ingegno e la passione di esperti che trasmettono ai più giovani i segreti dell’arte e a tutti la voglia di cooperare per un’opera da mostrare e da festeggiare battagliando col lancio finale di fiori.
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150 anni dell’Unità d’Italia: piccoli e grandi eroi
Sulla sommità del Gianicolo , suggestivo luogo della memoria che ricorda le radici e le lotte per l’Italia , domina l’imponente monumento equestre di Giuseppe Garibaldi, realizzato da Emilio Gallori e inaugurato nel 1895. Sul basamento spiccano le figure allegoriche dell’Europa e dell’America, oltre a gruppi di bronzo che rievocano le imprese più importanti dell’Eroe dei due mondi( lo sbarco a Marsala, la resistenza di Boiada, la difesa di Roma).
La storia è soggetta a diverse e mutevoli interpretazioni, ma le prodezze di Garibaldi divennero poi memorabili sia per la destra che la sinistra. A mio parere proprio la forte e carismatica personalità di Garibaldi suscitava e suscita tutt’oggi un certo fascino. Egli temprò il carattere per mare, navigando prima in Oriente col padre Domenico, capitano mercantile, e altri armatori, poi combattendo nel Sud America per lo stato Rio Grande do Sul, di cui comandò la flotta di guerra, nella ribellione contro il governo brasiliano.
È passato alla storia come l’uomo d’azione, l’avventuriero, il rivoluzionario, l’anticlericale, il promotore della libertà, della giustizia e dell’amicizia tra i popoli, il difensore dell’identità nazionale. Animato contraddittoriamente da ideali nazionali e cosmopoliti, da militarismo e pacifismo, fu critico non solo del pontefice ma anche dei politici di professione e della politica piemontese. Accolto freddamente dal governo sardo quando rientrò nel 1848 dal Sud America poiché i tempi erano propizi per la libertà e la rivoluzione di Palermo faceva ben sperare, poi espulso dai territori del Piemonte ove ritirò dopo la disfatta della Repubblica Romana e il tentativo di raggiungere Venezia che resisteva agli austriaci, abbandonò ogni ambizione quando capì che la monarchia sabauda poteva essere la soluzione per l’unità d’Italia, e al re Vittorio Emanuele consegnò il Sud nel 1860, rifiutando però la nomina a generale con le annesse ricompense. I suoi ideali in fin dei conti furono sfruttati da una politica sabauda che si rivelò più di conquista che di liberazione, soprattutto del ricco Sud Italia.La sua popolarità lo fece diventare simbolo dell’unità nazionale, richiamata nelle tante piazze e strade d’Italia che portano il suo nome, facendo dimenticare lo spirito rivoluzionario degli anni giovanili e quello antipolitico della vecchiaia. Garibaldi da lassù guarda Roma, capitale di quell’Italia libera e unita in cui tanti, come lui, avevano creduto.
I tanti, più noti, sono ricordati in 84 busti marmorei che in occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia sono stati ripuliti e restaurati. Sono erme di patrioti garibaldini, politici ed intellettuali, combattenti per la difesa e la liberazione di Roma, compresi quattro garibaldini stranieri (l’inglese John Peard , il finlandese Herman Lijkanen, l’ungherese Istvàn Türr e il bulgaro Petko Voivoda). Nel parco del Gianicolo ci sono anche quattro stele dedicate agli studenti che da ogni parte confluirono a Roma per difendere la breve Repubblica Romana. Se la passione è il motore dei grandi cambiamenti, in questi busti se ne trova conferma.
La mia attenzione però è stata attirata da questa targa, dedicata al tredicenne Lorenzo Brunetti, di cui il viale del Gianicolo porta il nome. Lorenzo morì col padre Angelo Brunetti, più noto come Ciceruacchio (1800- 1849 ), il cui monumento, realizzato da Ettore Ximenes e inaugurato nel 1907, è stato trasferito da Trastevere al Gianicolo.
Ciceruacchio, soprannominato così dalla madre in quanto paffuto, era figlio di un maniscalco, divenne carrettiere poi oste. Generoso e coraggioso s’adoprò per il bene del popolo in occasione del colera e dell’alluvione. Non era istruito ma in compenso era dotato di buona capacità dialettica, espressa solo in romanesco, con la quale interpretava e trasmetteva gli umori della gente comune, e capì che l’istruzione per tutti poteva essere un mezzo per acquisire maggiore consapevolezza e dignità di vita. Fu apprezzato anche da nobili e governanti, oltre Mazzini e Garibaldi che gli chiesero consigli e collaborazione durante la breve vita della Repubblica Romana. Incoraggiò il papa Pio IX a promuovere riforme liberali e donò vino per festeggiare la liberazione dei prigionieri politici nel 1846. Dopo il voltafaccia del pontefice, Ciceruacchio si schierò contro la politica del papa re che non realizzò le riforme tanto attese dal popolo. Da buon patriota e capopopolo difese la Repubblica Romana nel 1849 e , dopo la sua caduta , seguì Garibaldi con l’intento di raggiungere Venezia. Costretto ad approdare in prossimità del delta del Po, fu denunciato alle autorità dalla gente del posto e nella notte del 10 agosto 1849 fu fucilato insieme ai suoi due figli Luigi e Lorenzo.
Nel parco del Gianicolo tra i grandi citati nella storia del Risorgimento Italiano, è ricordato anche il giovane trasteverino Righetto, simbolo dei ragazzini caduti in difesa della Repubblica Romana nel 1849. Roma era soggetta a pesanti attacchi da parte dei francesi corsi in aiuto del papa e Trastevere era particolarmente bombardata. Una banda di ragazzini, guidati da Righetto, un dodicenne senza famiglia che lavorava presso un fornaio, pensò di difendere la gente del quartiere avvisandola della caduta della bombe e precipitandosi a spegnerne la miccia con uno straccio bagnato. Nel giugno del 1849 sulla piccola spiaggia della Renella, sotto ponte Sisto, Righetto morì con la sua inseparabile cagnetta Sgrullarella a causa di una bomba che gli cadde sulle mani.
Altre generazioni di altri tempi, animate da quella grande passione che rende fieri e coraggiosi in ogni circostanza.
Noi, italiani del Duemila, riusciremo mai a scrivere pagine di storia di cui i posteri si sentiranno orgogliosi?
Qui la splendida interpretazione di Nino Manfredi in un estratto del film “In nome del popolo sovrano” di Luigi Magni, che sarebbe bello rivedere in tv .
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Donne del Risorgimento: Anita Garibaldi
Il Gianicolo è un parco pubblico molto suggestivo sia perché offre dall’alto una splendida veduta di Roma, sia perché è un luogo della memoria, che nei grandi monumenti equestri di Giuseppe e di Anita Garibaldi, negli 84 busti e nelle quattro stele dedicati ai combattenti garibaldini di ogni parte d’Italia , ricorda la strenua difesa della breve Repubblica Romana tra l’ aprile e il luglio del 1849.
Il monumento celebrativo di Anita Garibaldi , realizzato da Mario Rutelli ed inaugurato nel 1932, custodisce le ceneri di Ana Maria de Jesus Ribeiro da Silva, universalmente nota come Anita Garibaldi (Morrinhos, 30 agosto 1821- Mandriole di Ravenna 4 agosto 1849).
Anita stringe tra le braccia un bambino, molto probabilmente Menotti, il figlio appena nato, portato in salvo dalla madre che di notte scappò a cavallo per sottrarsi alle violente truppe imperiali giunte a San Simon (Rio Grande) nel 1840 . Garibaldi, che l’aveva lasciata a casa di amici per cercare vesti per lei e il piccolo, la ritrovò nella foresta mentre allattava il primogenito.
Anita, l’unica donna veramente amata da Garibaldi, a diciotto anni divenne la sua inseparabile compagna , condividendo fino alla fine una vita avventurosa e difficile tra stenti, rinunce e sacrifici, ideali e battaglie per terra e per mare, sia in Sud America che in Italia. È passata alla storia come l’Eroina dei due mondi, emblema della donna combattente e leggenda vivente del Risorgimento Italiano.
Da Garibaldi ebbe quattro figli: Menotti (1840), Rosita (1843) morta all’età di due anni, Teresita (1845) e Ricciotti (1847) . Di umili origini, sin da ragazzina mostrò un carattere indomito, forte e determinato. Alta, fiera, dai grandi occhi scuri conobbe e conquistò il cuore di Garibaldi nel 1839 a Laguna, piccola città a sud del Brasile, durante le lotte sudamericane per l’indipendenza repubblicana. Una giovane donna “ il cui coraggio io mi sarei desiderato tante volte”- come scrisse di lei il marito nelle Memorie autobiografiche- e che Anita mostrò nella strenua difesa della breve Repubblica Romana.
Dopo la resa di Roma Garibaldi , con l’inseparabile Anita e i suoi compagni, compì un disperato viaggio verso Venezia che ancora resisteva agli Austriaci. Sperava di accendere l’insurrezione nell’Italia centrale ma, inseguito da truppe francesi, pontificie e poi austriache, nel luglio del 1849 si diresse verso la repubblica di San Marino.
Nelle sue “ Memorie” descrisse con un’analisi umanamente schietta la criticità del momento, le condizioni disperate di Anita, incinta di sei mesi, e la viltà dei disertori “ codardi nell’abbandonare vilmente la causa santa del loro paese, essi naturalmente scendevano ad atti osceni e crudeli cogli abitanti. Ciò sommamente mi straziava, peggiorava ed umiliava non poco la già sventurata posizione nostra! Come potevo io mandare dietro a quelle scellerate masnade, attorniato come mi trovavo dai nemici! Alcuni colti in flagrante erano fucilati; ma ciò poco rimediava, andando la maggior parte impuniti. La situazione divenuta disperata, io cercai d’arrivare a S. Marino. Avvicinatomi alla sede di quelli eccellenti Repubblicani, giunsemi una loro deputazione, ed avvendone avuto notizie, mi avvicinai per conferire con essa. E mentre io mi trovavo conferendo colla deputazione di S. Marino, un corpo di Austriaci comparì alla nostra retroguardia e vi cagionò confusione tale, che tutti presero a fuggire quasi senza veder nemici, almeno la maggior parte.
Avvertito di tal contrattempo, retrocessi, trovai la gente fuggendo, e la mia valorosa Anita, che col colonnello Forbes facevano ogni sforzo per trattenere i fuggenti. Quella incomparabile donna incapace di qualunque timore aveva lo sdegno dipinto sul volto e non poteva darsi pace di tanto spavento in uomini che poco prima s’eran battuti valorosamente….”
Giunti a San Marino Garibaldi scrisse su un gradino d’una chiesa al di fuori della città l’ordine del giorno:
“ Militi, io vi sciolgo dall’impegno d’accompagnarmi. Tornate alle vostre case;ma ricordatevi che l’Italia non deve rimanere nel servaggio, e nella vergogna!” Dei circa 4000 uomini, partiti da Roma, rimasero solo 200 seguaci coi quali giunse a Cesenatico per poi imbarcarsi su barche da pesca ( bragozzi) alla volta di Venezia.
“Per parte mia, però, non avendo idea di depor le armi, con un pugno di compagni, io sapevo non impossibile aprirsi strada e guadagnar Venezia. E così s’era deciso. Un carissimo e ben doloroso impiccio era la mia Anita, avanzata in gravidanza, ed inferma. Io la supplicavo di rimanere in quella terra di rifugio ( San Marino) , ove un asil almeno per lei poteva credersi assicurato, ed ove gli abitanti ci avevan mostrato molta amorevolezza. Invano! Quel cuore virile e generoso si sdegnava a qualunque delle mie ammonizioni su tale assunto, e m’imponeva silenzio, colle parole: “ tu vuoi lasciarmi”.
Gli Austriaci scorsero i garibaldini e iniziarono a sparare da lontano cannonate e razzi.
“Io lascio pensare qual era la mia posizione in quei sciagurati momenti. La donna mia infelice, moribonda! Il nemico perseguendo dal mare, con quella alacrità che dà una vittoria facile. Aprodando ad una costa, ove tutte le probabilità di trovarvi altri, e numerosi nemici, non solamente Austriaci, ma papalini, allora in fiera reazione. Comunque fosse, noi aprodammo. Io presi la mia preziosa compagna nelle braccia, sbarcai e la deposi sulla sponda. Dissi ai miei compagni, che collo sguardo mi chiedevano ciocchè dovevano fare:d’incamminarsi alla spicciolata, e di cercar rifugio, ove potrebbero trovarlo. In ogni modo d’allontanarsi dal punto ove ci trovavamo, essendo imminente l’arrivo dei palischermi nemici. Per [me] esser impossibile seguitar oltre, non potendo abbandonare mia moglie moribonda…
Io rimasi nella vicinanza del mare in un campo di melica, colla mia Anita, e col tenente Leggiero, indivisibile mio compagno….Le ultime parole della donna del mio cuore erano state per i suoi figli! Ch’essa presentì di non poter più rivedere!”
Il tenente Leggero andò in cerca di aiuto e tornò col colonnello Nino Bonnet, uno degli ufficiali più valorosi che, ferito a Roma nell’assedio, si era ritirato a casa, in quel di Comacchio, per curarsi. Egli propose di avvicinarsi ad una casupola nelle vicinanze .Qui povera gente offrì acqua e primo soccorso ad Anita. Poi Garibaldi e i compagni trasportarono la donna in casa della sorella di Bonnet ed infine alla Mandriola per trovare un medico. “Guardate di salvare questa donna”!- raccomandò al dottore ma “Nel posare la mia donna in letto, mi sembrò di scoprire sul suo volto, la fisionomia della morte. Le presi il polzo…più non batteva! Avevo davanti a me la madre de’ miei figli, ch’io tanto amava! Cadavere!…
Io piansi amaramente la perdita della mia Anita! Di colei che mi fu compagna inseparabile nelle più avventurose circostanze della mia vita!”
A fatica il fedelissimo Leggero convinse il generale a riprendere la fuga per salvarsi dalle truppe pontificie e dai soldati austriaci. “Generale, dovete farlo. Per i vostri figli, per l’Italia…”.
Garibaldi raccomandò alla buona gente che lo circondava di seppellire Anita e s’allontanò.
“Io, conobbi il gran male che feci, il dì, in cui sperando ancora di rivederla in vita io, stringeva il polso d’un cadavere: e piangevo il pianto della disperazione! Io, errai grandemente ed errai solo!”.
Queste parole sigillano un profondo rimorso, non spiegato, forse per avere cambiato la vita di quell’intrepida ragazza dai grandi occhi scuri, che a 28 anni è entrata a fare parte della storia come figura esemplare dell’amore romantico e del nostro Risorgimento.
” Se non ora, quando? ” a Imperia
Eravamo in tanti, secondo me, più di mille persone. Tante donne, tanti uomini e soprattutto tanti ragazzi e ragazze.
Giovani e meno giovani pian piano siamo confluiti in Piazza De Amicis alle 11 e poi abbiamo riempito il Porto di Oneglia.
Qualcuno ha letto articoli, riflessioni e poesie e ci siamo incamminati verso la spianata di Borgo Peri. Lì abbiamo formato una catena umana sorridente che faceva l’onda. Si respirava aria di festa e di solidarietà.
Tra slogan e qualche tricolore, anche due bandiere di paesi lontani, sventolate con orgoglio da donne che vivono nella nostra Italia.
È stato bello ritrovarci e ritrovarsi, tutti insieme.
“Maestri in mostra” : quando l’artigianato diventa arte.
“Maestri in mostra – il presepe napoletano a Villa Fiorentino, Sorrento” ha offerto una splendida panoramica sull’arte presepiale.
Circa quaranta maestri hanno esposto opere che , nel rispetto dei canoni del ‘700 e dell’800, rivelano perfezionismo tecnico, cura dei particolari, creatività e armonia d’insieme sia in gruppi presepiali, sia in soggetti avulsi da un contesto presepiale e modellati singolarmente come opera d’arte a se stante.
Durante la dominazione spagnola a Napoli si affermò una scuola di presepistica che iniziò a definire le regole per costruire il pastore napoletano. Il corpo, alto circa trentacinque centimetri , era di stoppa con un’anima di filo di ferro, le mani e i piedi di legno, gli occhi di vetro, la testa e il collo di terracotta.
Le teste, l’una diversa dall’altra, sono prima modellate a mano, poi cotte secondo un particolare procedimento. La tecnica di pittura della testa e degli arti è lunga e complessa per poter rendere delicatamente sfumati l’incarnato e le mani della Vergine, degli angeli e delle nobildonne , secchi e bruni i visi e le mani dei popolani.
Grande cura si dà alla vestitura dei soggetti. Dopo un’attenta ricerca storica, il manichino viene ricoperto con i costumi dell’epoca e dei vari luoghi . Semplici e grezzi sono i vestiti dei mendicanti e dei contadini, raffinati ed eleganti quelli di re e dei ricchi, impreziositi da ricami, rifiniture, bordini e merletti, sete e pregiate stoffe anticate. Stessa ricercata attenzione per le calzature e gli accessori ( i gioielli, pugnali, bastoni, bisacce, grembiuli).
La caratterizzazione di alcuni personaggi, espressivi negli sguardi o nei gesti, incuriosisce e sorprende .
Questa scena rappresenta la nascita della speranza. La natività è protesa verso il mendicante che è il vero protagonista dell’opera di Ulderico Pinfildi.
L’opera di Vincenzo Garofalo, preziosa sia per le pietre dello “scoglio” (ametiste, citrite,quarzo… ), che per il corallo, i turchesi e i lapislazzuli utilizzati dai cesellatori di Torre del Greco per i pastori, crea invece un’atmosfera quasi fiabesca.
Creazioni e manufatti che riescono a stupirmi ogni volta e per ragioni diverse.
I Re Magi
Durante le feste di Natale mi piace scovare presepi nelle chiese, nelle mostre, nelle botteghe artigianali e ogni anno scopro qualcosa di nuovo nella storia infinita del presepe e dei suoi personaggi. L’arte presepiale ha un qualcosa di immortale sia per chi crede, sia per chi non crede.
Qui alcune foto della Mostra di Arte Presepiale, giunta alla XXV edizione, allestita nel Complesso Monumentale San Severo al Pendino, Napoli . Le foto documentano l’originalità, la creatività e la passione degli artisti del presepe.
Quest’anno ho riscoperto i Re Magi, grazie all’interessante articolo “ I Re Magi, tra verità e leggenda” di Bruno Perchiazzi, segretario dell’ Associazione Italiana Amici del Presepe- sezione Napoli.
Nella tradizione presepiale della mia famiglia i re Magi – non ricordo bene se a cavallo di cammelli o dromedari – incutevano quasi soggezione con la loro imponente e sfarzosa regalità e avevano il privilegio di essere spostati. In verità anche qualche altro personaggio veniva misteriosamente spostato, anzi abbattuto dalla gatta che durante raid notturni cercava di accaparrarsi i rametti, faticosamente posizionati come alberi. Ogni giorno i tre Re Magi facevano un solenne, piccolo passo per avvicinarsi alla meta, cioè al Bambino Gesù. A volte precipitavano, perchè procedere su montagne innevate a cavallo di dromedari o cammelli non era facile. Ma tanto armeggiavo sui rilievi di carta che li assestavo in un piccolo spiazzo, magari tra greggi abbarbicate, o nei pressi di una cascata. Il loro percorso era degno di un teletrasporto impazzito: un giorno erano in alto a ponente, l’indomani in alto a levante e giorno dopo giorno scendevano a valle. Alla vigilia dell’Epifania, finalmente potevano scendere dal dorso dei cammelli- dromedari e sgranchirsi le gambe. Venivano sostituiti dalle tre statuine dei Magi in adorazione, non più nomadi ma stanziali. Questi stavano in contemplazione della radiosa Natività fino a quando il presepe non veniva smantellato. Due Magi sempre in piedi e uno sempre in ginocchio. Mica era facile essere Re Mago, riuscire a rimanere impassibilmente fermi, nonostante i turbanti, i mantelli e gli scrigni protesi come offerta,e a non farsi distrarre dai vocianti pastori e dai celestiali cori di angeli svolazzanti che facevano a gara a chi allelujava meglio.
Ma chi erano i Magi? I Magoi erano membri di una casta sacerdotale persiana, dediti allo studio del cielo e delle stelle, discepoli di Zoroastro e custodi della sua dottrina.
“Secondo il Vangelo di Matteo, i Re Magi partirono dall’ oriente verso occidente seguendo una Stella che annunciava la nascita del Re dei Giudei; nel “Vangelo arabo siriaco dell’Infanzia” la predizione della venuta del Messia è attribuita a Zarathustra. Quando nacque Gesù, la congiunzione di Giove e Saturno, (che avviene ogni 854 anni) e non una stella, fece sì che fosse presente una luminosità molto intensa, per effetto della diffrazione. É questa la luce che porta i Re Magi a ritenere che sia nato il Soccorritore e li conduce fino a Betlemme.
L’idea del tempo che ciclicamente si rinnova, è propria del mazdeismo (religione della Persia preislamica),come l’attesadi un “Soccorritore divino”;in tal senso il mazdeismo si collega all’attesa messianica.” ( da “I Re Magi tra verità e leggenda di Bruno Perchiazzi).
Nel presepe i Magi sono tre e per alcuni rappresentano le tre età dell’uomo ( gioventù, maturità e vecchiaia), per altri i popoli o i continenti del mondo conosciuto (Europa, Asia, Africa).I loro doni fanno riferimento alla natura umana e divina di Gesù.
Gaspare è il mago più giovane, il cui nome significa “Puro”. Dona l’incenso, anticamente usato nelle corti orientali, che rappresenta il riconoscimento e l’adorazione della natura divina di Gesù.
Melchiorre, il più anziano (il cui nome significa “Luce”), porta l’oro, dono prezioso riservato ai Re. Il moro Baldassarre, il cui nome significa “ Padrone del Tempo”, dona la mirra, che era utilizzata per imbalsamare corpi e fa quindi riferimento alla natura umana del Cristo.
Si pensa che i Magi dovessero essere più di tre. Una leggenda narra di un quarto re, di nome Altabar che arrivò a Betlemme in ritardo e senza doni. In verità confessò che aveva con sé tre perle preziose per Gesù, ma le aveva donate una alla volta durante il viaggio, prima per fare curare un vecchio mendicante ammalato, poi per liberare una giovane donna dalle violenze di alcuni soldati ed infine per liberare un bambino che stava per essere ucciso da un soldato di Erode. A quelle parole Gesù Bambino si volse sorridente verso Altabar e Maria lo pose tra le mani vuote del mago.
Interessante è la storia delle spoglie dei Re Magi, portate da Sant’Elena a Costantinopoli nel 326 , poi – così si narra- a Milano dal vescovo Eustorgio ed infine a Colonia ad opera di Federico Barbarossa che nel 1162 aveva distrutto la città lombarda. Ai milanesi rimase solo il sarcofago di pietra nella Cappella dei Magi della basilica romanica di Sant’Eustorgio, perchè per lungo tempo non riuscirono a riavere le spoglie. Solo nel 1904 l’arcivescovo Fischer offrì alcuni resti dei Magi a Milano e dal 1962 riprese la tradizionale processione del 6 gennaio che da San Lorenzo va fino a Sant’Eustorgio.
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Ventiquattresima Mostra di Arte Presepiale
4 commentsSvelato l’Enigma sulla facciata del Gesù Nuovo di Napoli
Una recente scoperta musicale sta suscitando curiosità e stupore. Sul bugnato della facciata della chiesa del Gesù Nuovo di Napoli sono incisi strani segni , di circa dieci centimetri ( per vederli, cliccate sulle foto a lato del testo ). Fino a qualche giorno fa si credeva fossero i simboli delle diverse cave, da cui provenivano le pietre utilizzate per le bugne a forma di diamante, oppure, secondo un’ altra interpretazione, si pensava che rivelassero segreti alchemici,capaci di caricare la pietra di energie positive dall’esterno verso l’interno del palazzo. In verità l’edificio attirò energie negative e sciagure perchè – così si narra- gli operai non posero correttamente le pietre: ultimato nel 1470 da Novello da San Lucano come civile abitazione per i potenti Sanseverino, il palazzo fu confiscato da Pedro di Toledo nel 1547, perchè i nobili avevano sostenuto la rivolta popolare contro l’Inquisizione. Fu quindi ceduto ai gesuiti che, mantenendo solo la facciata a bugne e il portale rinascimentale, lo ristrutturarono e lo trasformarono in basilica . Ma anch’essa fu sfortunata: prima subì un incendio, poi più volte crollò la cupola e furono cacciati i gesuiti. Solo durante la seconda guerra mondiale, fortuna volle che una bomba, caduta sul soffitto di una navata, non esplodesse.
Di recente lo storico dell’arte rinascimentale napoletana, Vincenzo De Pasquale, e i musicologi ungheresi, Csar Dors e Lòrànt Réz, hanno scoperto che quei segni misteriosi sono lettere dell’alfabeto aramaico, corrispondenti a note musicali. In pratica il bugnato cela una melodia per strumenti a plettro e della durata di circa tre quarti d’ora, che si legge da destra a sinistra e dal basso verso l’alto. Gli studiosi hanno intitolato Enigma questa partitura musicale, che contribuisce a restituire un po’ di fama buona ad una città d’arte di cui si tende a reclamizzare solo gli aspetti più sporchi.
Lo storico De Pasquale spiega che i Sanseverino già avevano fatto incidere simboli musicali nel loro palazzo a Lauro di Nola e che la notazione musicale in aramaico fu dimenticata forse per effetto della Controriforma che limitò l’arte, cancellando tutto ciò che di terreno contrastasse con le verità trascendenti del cattolicesimo. I gesuiti s’adoprarono in tal senso ma- ironia della sorte- il padre gesuita ungherese Csar Dors, esperto di aramaico, oggi ha contribuito a svelare il segreto musicale della facciata del Gesù Nuovo.
Qui l’articolo de Il Mattino e qui il filmato.
Chapeau, Rottejomfruen!
Strana questa statua, vero? La vecchina dei topi, opera dell’ artista Marit Norheim Benthe, si trova nel parco Ibsen di Sorrento e richiama un personaggio de“Il Piccolo Eyolf”, dramma moderno di Ibsen. E’ stata donata dalla città natale di Ibsen , Skien in Norvegia, in onore dell’apertura del parco e riproduce la statua originale, molto più grande e alta 7 metri, inaugurata il 20 marzo 2006, ( nel giorno in cui ricorre la nascita dello scrittore norvegese) .
Il dramma narra del piccolo Eyolf, un bambino che diviene storpio in seguito ad una caduta causata dalla negligenza dei suoi genitori, Alfred e Rita Allmers, e che sparisce misteriosamente nelle acque di un fiordo, forse attratto dalla vecchina dei topi. Suo padre sposa Rita, ricca di oro e foreste ma anche di sensualità e bellezza, che nutre un amore esclusivo e morbosamente possessivo per lui, “ così discreto in tutto” ed incapace di produrre, di portare a termine un trattato sull’umana responsabilità e di compiere scelte sentimentali sentite. Asta, sorellastra di Alfred, serba in cuor suo un amore inconfessato per il fratellastro, dal quale scopre di non essere legata da vincoli parentali, e tentenna con Borgheim, l’ingegnere innamorato che costruisce strade.
Eyolf è il povero, piccolo, pallido, dagli occhi belli ed intelligenti Porta un nome appartenuto all’infanzia di Asta, chiamata così da Alfred, immaginandola un maschio, che inconsapevolmente ne è attratto e la protegge sin da quando rimasero orfani in giovane età .Il bambino è respinto da genitori che rincorrono piacere e ambizioni smarrendosi in conflittualità interiori, respinto dai coetanei coi quali non riesce a giocare e a condividere il suo sogno di divenire soldato, respinto da un padre che per anni lo limita a vivere solo per lo studio e da una madre che ammette di desiderare l’infanticidio, uno dei tabù più indigesti alla società di ogni tempo, pur di avere il marito tutto per sé. Ma ciò che scrive suo padre( il trattato sull’umana responsabilità) conta per Eyolf. “ Credimi, verrà qualcuno che lo farà meglio”- risponde Alfred. “ Chi dovrebbe essere?” replica il bambino. “Verrà senz’altro e si farà conoscere” conclude lui. E compare Rottejomfruen, la vergine, leggendariamente più nota come vecchina dei topi, che vaga per mare e terra per scacciare- accogliere tutti i topi. Cerca qualcosa che rosicchia in casa e con piacere aiuterebbe i signori a liberarsene. Promette pace a tutti quelli che gli esseri umani odiano e perseguitano, conducendoli dolcemente nell’acqua alta. “Lugubre femmina” vede ciò che gli altri non vedono e indirettamente fa aprire gli occhi a tutti su profondità inesplorate. Da un sacco estrae un carlino, un cagnetto- guida che la aiuta a scovare i topi, creaturine infestate e infestanti, che rodono, come dentro rodono i sensi di colpa, l’amore di Rita respinto da un coniuge che confessa di averla sposata per interesse, la gelosia di Alfred per la sorellastra Asta,l’amore inconfessato di lei per il fratello maggiore che scopre non essere tale, l’amore tenace dell’ingegnere Borgheim per la giovane Asta . Rosicchiano dentro le passioni morbose, il tormento di una perdita, di un fallimento, di una frustrazione, dell’inettitudine. Eyolf in questo drammone pare una comparsa in un girotondo di amori diversi ,non destinati a lui, in cui tutti gli ruotano intorno più per dovuta compassione che per amore. È escluso dall’odio della madre e dall’estraneità del padre, da adulti ciechi ed ostinati che se ne servono per recitare ruoli non sentiti. Lo stesso padre cela la sua inanità dietro l’intento più recente di adoprarsi per portare coerenza fra i desideri del bambino e ciò che gli è accessibile, negandogli però la possibilità di sognare, convinto di creare così nel suo animo il sentimento della felicità. Un inetto con l’ambizione di stratega e manipolatore della vita altrui, incapace di accettare il figlio. Eyolf scompare nelle acque del fiordo, forse incantato dalla vecchia, e non viene soccorso dai figli “selvaggi” dei pescatori. Solo, nel suo destino e nella sua scelta, lascia traccia di sé in una gruccia sull’acqua e nella sua sagoma galleggiante con occhi aperti che tormenta sua madre in sogno. La sua uscita di scena induce i personaggi a riflettere e finalmente ad operare scelte, interrompendo un circolo chiuso ed intricato di segreti, di egoismi, di ambiguità e di interessi personali.
Alla fine del dramma Rita cerca di riscattarsi adoprandosi per istruire i figli dei pescatori, e suo marito, che prima pensava di defilarsi, come aveva sempre fatto da ogni responsabilità di cui non poteva scrivere, condivide questo progetto di volontariato assistenziale per bambini emarginati che “abiteranno nelle stanze di Eyolf, leggeranno i suoi libri e giocheranno con i suoi giochi, faranno a turno per sedersi sulla sua sedia al tavolo.” Solo così Rita spera di blandire quegli occhi spalancati che le rinnovano il rimorso. Asta segue il tenace costruttore di strade, colui che spiana il terreno per renderlo percorribile a tutti, creando collegamenti, comunicazione e continuità. Alfred e Rita, che si erano spaventati del figlio quando era in vita, lo ritrovano solo nel dolore della sua perdita e, dopo una vorticosa e confusa dimensione reale, immaginata e desiderata, sospesi tra ciò che è necessario e possibile e ciò che non lo è , sembrano dare senso alla loro vita e conciliarsi con il mondo, forse infine anche con loro stessi.
“Vedrai il silenzio della domenica scenderà di tanto in tanto su di noi….Forse allora ci accorgeremo della visita degli spiriti….allora forse saranno intorno a noi, – quelli che abbiamo perduto. Il nostro piccolo Eyolf. E anche il nostro grande Eyolf…Dobbiamo guardare in alto, verso le cime, verso le stelle. E verso il grande silenzio.” Rita, incapace di vivere nel dormiveglia del rimorso e del risentimento riconosce che “ Siamo creature terrene” “Sì ma anche imparentate con il mare e con il cielo, più di quanto non si creda.” aggiunge Alfred.
Un dramma esasperato, costruito da Ibsen che non svela mai del tutto . Come questa statua così particolare che suscita curiosità. In fondo questa vecchia dei topi, predatrice e liberatrice di angosce, fecondatrice di coscienze, scruta l’imperscrutabile con migliaia di occhi che sono quelli indagatori e puliti dei bambini, che osservano ed intuiscono ciò che spesso gli adulti, nelle varie dinamiche personali e relazionali, non riescono più a vedere né a distinguere.
E non a caso gli occhi variopinti, che ornano la veste di questo insolito personaggio, sono stati realizzati proprio da centinaia e centinaia di bambini che all’inaugurazione della statua di Skien si erano travestiti da topolini.











































































































