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I valloni della penisola sorrentina
La penisola sorrentina è caratterizzata dalla presenza di valloni che comunicano direttamente col mare, formatisi coi movimenti tettonici dell’ultima glaciazione e i successivi processi esogeni. Come risulta da antiche stampe e dipinti che hanno consentito di ricostruirne la configurazione originaria, spesso riprodotta nei presepi, erano in parte percorribili e vi si svolgeva l’attività contadina resa possibile dai corsi d’acqua che li attraversavano. In seguito alcuni sono stati ricoperti da strade e restano visibili solo in tratti, perlopiù terminali, più vicini al mare.
I valloni creano un’atmosfera molto suggestiva per la rigogliosa vegetazione arborea e le pareti ripide e sono un patrimonio ambientale che merita di essere maggiormente valorizzato per gli endemismi tipici.
I più importanti sono:
il Vallone dello Scrajo a Vico Equense, il Vallone Centinaro che sorge nella frazione di Moiano in Vico Equense, il Vallone Rivo d’Arco di Seiano che costituisce il bacino idrografico più vasto del territorio di Vico Equense.
Il Vallone Lavinola (vedi foto), il più lungo (km. 4,150) e profondo, attraversa tutto il Comune di Meta fino al mare e segna il confine tra Piano di Sorrento e Meta. È uno dei più belli per la folta vegetazione arborea ben visibile dai tre ponti di Meta ( quello della zona Madonna di Rosella, quello del corso Italia e quello detto Ponte Orazio ( in origine O’ Razio – Ponte del Dazio che si pagava per attraversarlo).Lavinola è la zona più a monte, sede di antiche sepolture delle vittime della peste.
Il Vallone di San Giuseppe attraversa il territorio di Piano di Sorrento e sbocca alla Marina di Cassano. Sorge in località “Pezzella”, attraversa Monte Vico Alvano, il Formiello, San Liborio, Mortora, il Corso Italia per proseguire verso Savino e terminare al mare.
In epoca remota rappresentava l’unico asse di attraversamento trasversale per raggiungere il Piano, come risulta dalle testimonianze evidenziate dalla serie di rinvenimenti di tombe neolitiche del terzo millennio a.C. scoperte in località Petrulo durante gli scavi dl 1987. Di recente nei pressi della villa delle suore Pallottine è stata ripristinata la scala che consente di arrivare a piedi alla spiaggia e di osservare il tratto terminale del vallone.
Il Vallone di Sant’Agnello,detto di San Filippo, raccoglie le acque del versante ovest di
Montariello, attraversa via San Vito, passa adiacente la chiesa di San Giuseppe, attraversa Corso Italia, dove è stato interrato per tutta la lunghezza del Viale dei Pini e sfocia nel golfo del Pecoriello, di proprietà delle suore salesiane di Villa Crawford.
Il Vallone dei Mulini a Sorrento si estende fino alla marina Piccola, sede del porto, ed è la parte centrale di un sistema di tre valloni.
In epoca romana dal Vallone dei Mulini se ne diramava un altro che sfociava a Marina Grande, sede del borgo marinaro di Sorrento, attualmente colmato nella parte di Via degli Aranci. Il terzo vallone saliva dalla Villa La Rupe verso le colline, per biforcarsi poi verso la contrada Tigliana e la contrada Cesarano, ed attualmente è quasi tutto coperto dalla strada.
Nel’500 i valloni appartenevano alla famiglia Tasso e più tardi divennero di proprietà della famiglia Correale che fece costruire il porto di Marina Piccola, anticamente detto Capo Cervo poi Capo Cerere per un tempio romano dedicato alla dea Cerere che fu distrutto in seguito alle frane del vallone alla fine del ‘500. Il Vallone dei Mulini deriva il suo nome da un antico mulino che macinava grano, del quale sono visibili i ruderi insieme a quelli di un lavatoio pubblico e di una segheria alimentata dalle acque provenienti dalle colline di Cesarano, Baranica e Rivezzoli, e dalle acque sorgive. Qui vi sono grotte dalle quali probabilmente si estraeva il tufo , utilizzato per la costruzione di case, e in esse erano stati scavati pozzi che fornivano acqua ai sorrentini. Sul vallone c’era uno stretto ponte (riprodotto nel presepio della Cattedrale di Sorrento) e quando nel 1866 fu costruita Piazza Tasso, che ne colma una parte, il vallone dei Mulini fu isolato e abbandonato dall’uomo. Oggi vi cresce una rigogliosa vegetazione spontanea grazie anche all’alto tasso di umidità che s’aggira intorno all’80% durante tutto l’anno.
(notizie tratte dal web)
6 comments“Terre, acqua e fuoco” ( borgo Maiano di Sant’Agnello)
La terza edizione della manifestazione “Terre, acqua e fuoco” si svolge nell’antico borgo Maiano di Sant’Agnello (Na) in occasione della festa di San Rocco dal 20 al 23 agosto e prevede esposizioni e laboratori di ceramiche di maestri d’arte pugliesi e campani, spettacoli, concerti di musica popolare e classica, mostre fotografiche, conferenze, sagre di piatti tipici regionali. Quest’anno la gente del borgo Maiano apre i portoni delle case e i cortili per accogliere ed accompagnare gli ospiti in un percorso espositivo finalizzato alla valorizzazione dell’artigianato e della cultura locale e pugliese, alla scoperta di antichi sapori, odori e profumi, allo scambio culturale con i ceramisti e gli artisti di Grottaglie ( provincia di Taranto), attenti sia alla tradizione che alla ricerca di nuove forme espressive.
Grottaglie è rinomata per il Quartiere delle ceramiche, caratterizzato da botteghe scavate nella roccia, in alcune delle quali si conservano ancora antiche fornaci. All’età classica si fanno risalire antichi reperti ceramici, ma la diffusione di maioliche risale al ’700 con “l’arte ruagnara” per la produzione di oggetti d’uso comune e quella “faenzara” a carattere prevalentemente decorativo e ornamentale, per un uso più elitario.
Leggenda e realtà si confondono sull’origine di Sant’Agnello. Con certezza si può dire che prima gli Osci , poi i Fenici popolarono questa terra. Nell’ 89 a.C. Sorrento divenne municipio romano e quindi luogo di villeggiatura di ricchi romani. Nei secoli successivi anche i sovrani e i nobili, angioini ed aragonesi, fruirono delle bellezze e delle risorse naturali della penisola sorrentina. Nel gennaio 1808 Piano di Sorrento si separò da Sorrento come Comune a sé e Sant’Agnello divenne vassallo del nuovo Comune finchè nel 1866 conquistò la sua autonomia. Fu suddivisa in sei borgate, tra cui quella di Maiano, probabilmente una delle più antiche dove in epoca romana un certo Majus, ricco proprietario terriero, eresse una villa di campagna.
Il rione Maiano comprende molti vicoli caratteristici , sui quali si affacciano le tipiche case di tufo, alcune rimaste come erano in origine, coi grossi portoni di piperno che s’aprono su cortili interni . A tutt’oggi in questo borgo sopravvive la lavorazione dei mattoni, risalente all’epoca romana, ed esportati in ogni parte d’Italia per la costruzione di camini e forni. L’arte dei laterizi è uno dei magisteri più antichi della penisola sorrentina; il mattone attuale è affine a quelli della villa romana Pollio Felice del Capo di Sorrento probabilmente per la stessa creta utilizzata. Il terreno argilloso ricco di silicio, tipico di questi luoghi, lavorato a mano rende il laterizio molto poroso così da poter scaldarsi velocemente e trattenere a lungo il calore.
Il Comitato per la promozione turistica, culturale ed artigianale del Borgo Maiano s’adopra per far rinascere questo luogo con laboratori artigianali d’eccellenza e l’istituzione di una scuola di formazione nella speranza di avvicinare i ragazzi all’arte, all’artigianato e alle tradizioni locali e di creare opportunità di lavoro. Infatti all’evento hanno collaborato anche gli importanti Istituti Statali d’Arte di Grottaglie, Sorrento, Napoli, Caltagirone, Cerreto Sannita, Deruta.
Merita un cenno una delle feste più popolari della penisola sorrentina, cioè quella di San Rocco al quale è consacrata la chiesetta del borgo di Maiano. Per nove giorni la comunità si preparava a vivere la festa in onore del santo nell’ultima domenica di agosto e con devozione lo invocava per ottenere la liberazione dalla peste e da ogni male. Piatto tipico della festa, al quale è dedicata un’apposita sagra nel corso della manifestazione “Terre, acqua e fuoco”, sono le polpette.
Particolarmente interessante è l’antica ricetta delle polpette, dal sapore agrodolce, che contava ben 21 ingredienti: carne macinata, aglio, prezzemolo, parmigiano, romano, basilico, uova, frutta candita, uva passa, pinoli, pesca gialla, pesca bianca, pera, cioccolato, biscotti “Maria”, amaretti, vino bianco, pane raffermo, cannella, noce moscata e sale. Una polpetta valeva un pasto completo !
Questa manifestazione è soprattutto un’occasione di aggregazione per la comunità locale oltre che un’ attrazione turistica dove l’arte, la musica ,la ricreazione di angoli di antichi mestieri, l’accogliente aria di festa creano un’atmosfera suggestiva da non perdere.
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Una goccia d’acqua.
Una goccia scivola pian piano lungo un filo d’erba e assorbe frammenti di luce. Fragile perla vibra ad ogni soffio e riflette colori cangianti. A volte svanisce lievemente per ricongiungersi ad un raggio di sole, a volte pesantemente precipita, nutrendo la terra.
Rapida è la sua corsa per crescere, lenta è l’attesa del suo destino. Calmo lo stato di apparente quiete, in cui accoglie la vita intorno che vi si specchia.
Cristallo sospeso nel suo eterno splendore, palpita.
E dolcemente incanta.
6 commentsL’aurora polare vista da Base Concordia (Antartide)
Dopo il lungo e buio inverno polare, ecco nuove immagini da Base Concordia nella località di Dome C (Antartide). Secondo una tradizione istituita da Sir Shackelton circa un secolo fa, il 21 giugno gli amici della base hanno festeggiato il Midwinter (il solstizio d’inverno) , cioè il giorno più buio dell’anno, scambiandosi auguri da una stazione antartica all’altra in un continente apparentemente disabitato. Per alcune stazioni sulla costa, le giornate stanno diventando via via più lunghe.
Mentre noi soffriamo un caldo afoso e ci godiamo le lunghe giornate estive, l’equipaggio di Base Concordia è al lavoro e in attesa del sole che comparirà nuovamente all’inizio di agosto. Ecco le foto dell’aurora australe, inviate dall’amico M.
Un radioso saluto dall’Italia a tutti voi in Antartide, e grazie della bella testimonianza e del prezioso contributo alla ricerca scientifica.
Maria e Luigi.
Articolo correlato:
Un saluto dall’ Italia a Base Concordia (Antartide)
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sms
Ci hanno costretto a tacere
pitturando le nostre libertà
in grigi oceani di pianto
contando le nostre paure
in giorni, di aiuole antiche.
le nostre palpebre secche
raccolgono orbite di occhi
giovani, addolciti appena da soli lontani.
Incontaminati, lievi, giungono i nostri
respiri verso mondi ostili cullando gli incubi
eterni dei vostri giudizi.
Abdelkader Daghmoumi
Tratto dal numero speciale della rivista di letteratura multiculturale: “CAFFE’ MAROCCO” – Gli scrittori marocchini in Italia (Nov. 2005)
Foto da the Big Picture in appunti novalis
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La regina d’Oriente.
Shanghai è la città cinese più popolosa. In poco più di un decennio ha costruito un’economia basata su servizi finanziari e bancari, imprese manifatturiere e ad alta tecnologia attirando consistenti investimenti di numerose imprese straniere e diventando il più importante centro finanziario e commerciale della Cina. Il suo porto, il primo del paese, è uno dei più trafficati al mondo dopo quello di Singapore e Rotterdam.
E. si trova a Shanghai per istruire le maestranze di una fabbrica. La prima impressione che ha di questa città è il caos.
“Le strade sono una vera bolgia dove pare che non esistano regole nel modo di guidare e si rischia di venire travolti ogni volta che si tenta di attraversare la strada.
Belle e ricche vetrine, locali di tendenza in Via Nanchino.Ovunque i negozi sono forniti di qualsiasi materiale occorra per il lavoro, non solo di marchi cinesi ma anche esteri.
Si torna a vivere nel passato quando ci si addentra nella città vecchia, con le sue case caratteristiche e i vicoli stretti e poco puliti. Stradine che nascondono la vita famigliare racchiusa in pochi metri quadrati.
Shanghai è una metropoli piena di contraddizioni…”
Ciao E., grazie per le foto e il commento!
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Gemito – Museo Pignatelli
Villa Pignatelli ( Napoli) ,splendida dimora inglese che mescola lo stile neoclassico e neo palladiano, fu progettata nel 1826 da Pietro Valente per Sir Acton, passò poi ai Rothschild e infine ai Pignatelli Cortes d’Aragona che nel 1952 la donarono allo Stato Italiano. La villa, immersa in un parco, merita di esser visitata per gli arredi,statue, dipinti, decorazioni in stucco, collezioni di porcellane, argenti e cristalli che la rendono simile a un raffinato gioiello d’epoca.
È sede del Museo Pignatelli dove a distanza di cinquant’anni dalla mostra monografica tenutasi al Palazzo Reale di Napoli nel 1953, dal 29 marzo al 5 luglio 2009 sono esposte più di centocinquanta opere – tra disegni, terrecotte, bronzi, gessi, cere e argenti- che documentano l’ attività creativa di Vincenzo Gemito, geniale protagonista del panorama artistico europeo tra l’Ottocento e il Novecento. Una mostra di foto d’epoca, autoritratti, ritratti di parenti, meduse e sibille, grandi personaggi artistici e storici- come Verdi,Alessandro Magno e Carlo V- e soprattutto popolani e scugnizzi (bambini di strada) ripresi dal vero nelle vesti di acquaioli e pescatori , rappresentanti di un’umanità atemporale che vive nelle opere scultoree e grafiche di Gemito.
Gemito visse la sua esperienza umana e artistica come una continua prova da superare, pagando con la follia la sua tensione espressiva. Tutta la sua produzione ( sculture e disegni, in parte inediti, realizzati a penna,a matita, a carboncino, a seppia e ad acquerello ) riflette una personale ricerca sia sull’uomo, sia sull’essenza della forma fissata nel gesto e nell’attimo.
È interessante la vita di quest’artista che fece dell’arte la sua ragione di vita fino a divenirne quasi una mitica vittima.
“Egli aveva nome Vincenzo Gemito. Era povero, nato dal popolo; e all’implacabile fame dei suoi occhi veggenti, aperti sulle forme, si aggiungono talora la fame bruta che torce le viscere. Ma egli, come un Elleno, poteva nutrirsi con tre olive e con un sorso d’acqua (G.D’Annunzio, In morte di Giuseppe Verdi).”
Il 18 luglio 1852 Suor Maria Egiziaca Esposito si presentò all’orfanatrofio dell’Annunziata con un bambino che di notte era stato deposto nella ruota (i bambini indesiderati venivano in tal modo affidati alle suore).Il bimbo aveva solo un pezzo di tela e l’ orecchio destro bucato. Gli fu dato il nome Vincenzo Gemito. Adottato da un’umile famiglia, che da poco aveva perso un figlio, sin da piccolo fu avviato all’arte della scultura e si dedicò a ritrarre giovinetti di strada. Fu subito notato nell’ambiente artistico napoletano. Si classificò tra i primi nelle prove di ammissione al Real Istituto d’Arte e nel 1868 lo stesso re Vittorio Emanuele I acquistò il suo Giocatore in terracotta per la reggia napoletana di Capodimonte.Gemito si formò studiando i bronzi di Ercolano e dall’arte antica ricavava la solennità che nobilita ogni soggetto “…Se a l’artista manca la cognizione del passato non potrà mai fare un capolavoro. Le mie opere sono prese dal vivo così come sono esistite…”. Prima lavorò materiali duttili, plasmabili con le mani, come cera e terracotta, poi utilizzò anche il bronzo e l’argento che gli consentivano di controllare la forma in modo quasi ossessivo. Tra il 1877 e il 1880 visse a Parigi ove divenne amico di Meissonier, famoso pittore, che acquistò il suo innovativo Pescatore di bronzo e, pur mantenendo un’autonomia artistica, ebbe relazioni coi grandi artisti dell’epoca, da Boldini a Rodin.
Nel 1880 tornò a Napoli e realizzò la statua di Carlo V. L’insoddisfazione per la resa in marmo della sua opera scatenò un esaurimento psichico che lo portò quasi alla follia “io non ho più la genialità di prima e non mi sento più lo stesso uomo…”.Per poco tempo soggiornò in una casa di cura, poi dal 1887 al 1909 si isolò volontariamente nella sua casa, ove fu assistito dal padre “mastro Ciccio”, dalla moglie Anna e dalla figlia Giuseppina , che ispirarono molte sue opere. Nel 1909 riprese a viaggiare e a lavorare tra Roma a Parigi finchè, ormai famoso, tornò alla natia Napoli dove morì il 1° marzo del 1929 . Anche la sua scomparsa diventò mitica., come la sua fama. Si narra che, quando il corteo funebre giunse davanti alla marina, i becchini sentirono d’un tratto la bara più leggera sulle spalle. Ci fu un po’ di scompiglio tra i personaggi ufficiali finchè un signore in tuba levò la mano a indicare il golfo di Napoli: scortato da due delfini, Gemito navigava verso i mari della Grecia”.
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Primavera è… il popolo dell’erba!
“Microcosmos, il popolo dell’erba” ingrandisce il mondo infinitamente piccolo degli insetti, personaggi quasi surreali e fantastici. Più che un documentario scientifico è un inno alla vita e alla poesia della natura. Buona visione!
Strategie riproduttive dei fiori e la magica danza delle chiocciole.
L’impresa dello scarabeo stercorario.
Qui la versione integrale del film.
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Sailing
Il fascino delle vele…
sailing4
Cliccare su sailing4 per visualizzare la presentazione ( sperando sia la volta buona ;) )
8 commentsGiù la maschera…

Nelle antiche feste religiose pagane si faceva uso delle maschere per allontanare gli spiriti maligni, finchè con il cristianesimo questi riti persero il carattere magico e divennero semplicemente forme di divertimento popolare.
Durante il Medioevo e il Rinascimento i festeggiamenti in occasione del Carnevale furono introdotti anche nelle corti europee ed assunsero forme più raffinate, legate anche al teatro, alla danza e alla musica.
Oggi il Carnevale si esprime attraverso il travestimento, le sfilate di maschere e carri allegorici e rappresenta un’occasione di festa nel periodo che precede il mercoledì delle ceneri, primo giorno di Quaresima.
Mi affascina l’eleganza austera e statuaria dei personaggi che in un trionfo di colori spiccano tra le calle, i canali e i palazzi della Serenissima (carnevale veneziano di David Creedon in Appunti Novalis). Ogni anno rivivono in una dimensione sfarzosamente irreale comparse teatrali sospese nel tempo, misteriose nei sorrisi indecifrabili e negli sguardi imperscrutabili in un’armoniosa coreografia di drappeggi, trine, piumaggi e fantasiose acconciature e copricapi .
La maschera: intrigante espediente per rivelare una tantum ciò che si vorrebbe essere e azzardarsi in sembianze esilaranti, talvolta provocatorie, conturbanti per apparire diversi , stupire, divertirsi e divertire al di là dell’immaginazione. Realtà e finzione si amalgamano sul palcoscenico del proprio Io. Persona e personaggio convivono tenendosi sotto braccio senza alcun limite, timore, perplessità, inibizione grazie ad un’indulgente, incondizionata, liberatoria concessione ad un’identità insolita. Come quando da bambini si giocava ad indossare i vestiti e a calzare le scarpe degli adulti per provare a sentirsi grandi , in una dimensione che non ci apparteneva ma si ambiva di emulare. Il Carnevale è soprattutto la festa dei bambini che, più flessibili e capaci di adattarsi ad un’identità transitoria, mitica, gratificante, si divertono nell’incanto di un mondo in cui la fantasia può concretizzarsi nel reale. Da adulti si cede al disagio, almeno iniziale, di spogliarsi da maschere più concrete e apparentemente normali. Quelle che talvolta si indossano per fingere compiacenza, sicurezza, serenità in funzione degli altri e dei propri ruoli. A volte è necessario, a volte è una menzogna recitata principalmente a se stessi. Nessun giudice è più equo della consapevolezza che si raggiunge quando si regge il proprio sguardo allo specchio, riuscendo a coglierne la trasparenza. Bagliori naturali e spontanei. Immunemente incondizionati e originari. Spudoratamente autentici . Senza maschera.
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